15 Feb Un punto incandescente. Nota su “Non offendere” di Erica Donzella
di Barbara Buoso
“Mia figlia vorrebbe forse tornare al tempo dei giochi quando bastava un salto a piedi nudi per avere tutto quello che occorreva. L’ingenuità, il sorriso. Lo sguardo di Rita su di sé. Forse anche Rita vorrebbe tornare al tempo delle carezze, a quella intimità rubata, celata e protetta. E io vorrei, adesso, che queste due donne poggiassero per terra scudo e lancia e capissero che l’amore non è altro che una pace raggiungibile.”
Ho letto tutto d’un fiato Non offendere di Erica Donzella ritrovandomi addosso quella sensazione che lasciano i libri quando non raccontano soltanto, ma depositano: cenere fine, persistente, che si infiltra nei pensieri e ti distrae e ti porta e riporta, quasi fastidiosamente. Il romanzo inaugura Lapilli, nuova collana di narrativa italiana contemporanea di Kalós (Palermo), diretta da Antonio Sunseri e pensata come bacino di scoperta e valorizzazione: un progetto che scommette sul presente per attraversarlo con lingua e sguardo.
“Lapilli” è già una dichiarazione: materia magmatica, scarti incandescenti, schegge infuocate, frammenti che annunciano un movimento più grande.
Erica Donzella, ambientando la storia nella Catania del 1978, in una universale Via delle Sante, mette in scena un’eruzione controllata: la ricercatezza lessicale non è ornamento, è struttura portante, è modo di riprodurre un tessuto urbano e umano che dalle stanze di famiglia, dalle case del vicinato, si dilata fino a farsi paesaggio collettivo di dolore, memoria, resistenza, fallimento. In questa via la luce sembra respinta dai muri scrostati; perfino il tempo pare non riuscire a entrare, eppure qualcosa entra sempre: il sangue, e la sua capacità di ricordare. Il cuore del libro pulsa in una frase che suona come un giuramento: “Il sangue non dimentica”.
Barbara vive con il padre, don Calogero, una carcassa umana come lui stesso di definisce, che si regge in piedi grazie a un bastone di cui nemmeno è padrone; in una quotidianità di disprezzo e destino, figlia additata come “nata storta”, “tinta”, compressa in una Sicilia feroce, chiusa, che promette poche vie d’uscita. A contrappunto, parla la madre morta: non un semplice espediente, ma una voce-eco, incassata nel muro come un’edicola votiva, presenza che vigila e punge. E quando Rita, primo amore e unico, ricompare sposata con un appuntato dell’alta Italia, la narrazione cambia pressione: nel silenzio soffocante si riaccende un punto incandescente, la promessa di un’eruzione, e lo sguardo tra le due dice più di qualunque dichiarazione.
Il tono è di sfida, quasi duello: il romanzo non arretra, non si mette mai davvero “in difesa”, e il titolo lavora per contrasto, come un monito che porta già dentro la sua violazione. Qui l’offesa non è episodio: è condizione, è eredità, è legge privata ma disconosciuta dall’apparato burocratico (la casa in cui non si ha più diritto di stare, il matrimonio che si deve registrare); e proprio per questo la storia procede come preparazione dell’inevitabile, come addestramento alla memoria. La formula latina in esergo e ripresa in chiusura “Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est” lapidea e civile: non solo precetto morale, ma avvertimento comunitario, quasi sacrale. Se Agata è “vendicatrice delle offese”, allora l’intero romanzo si muove sotto quella volta: non per celebrare la vendetta, ma per mostrare l’ostinazione del ricordo quando nessuno, attorno, vuole nominarlo. Come apertura di collana, Non offendere dimostra la mira di Lapilli: far passare sulla pagina una materia viva e scomoda, darle forma letteraria senza raffreddarla, lasciando che bruci quanto basta per illuminare.

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