11 Gen “Storia di un’ambivalenza. Sul diario di Carla Lonzi”. In dialogo con Silvia Cucchi
a cura di Ivana Margarese

Nel titolo Storia di un’ambivalenza. Sul diario di Carla Lonzi emerge chiaramente la volontà di soffermarsi sull’ambivalenza come chiave di lettura per ripensare l’esperienza privata e politica di Lonzi, al di là di ogni rischio di fissità o semplificazione, e riconoscere il potenziale trasformativo del suo pensiero. Ti chiederei se questa attenzione all’ambivalenza sia maturata non solo a partire dal tuo incontro con Lonzi, ma anche in relazione al contesto contemporaneo, in cui le molteplici declinazioni dei “femminismi” sembrano disporsi in tensione reciproca, faticando a individuare un terreno condiviso di confronto e di rinnovamento.
In realtà il terreno dell’ambivalenza rappresenta per me una chiave di lettura importante con cui interpretare le opere letterarie. È qualcosa che deriva dalla mia formazione e dall’idea che la scrittura sia una delle forme espressive che meglio riesce a tenere insieme elementi opposti, complementari, che in altri contesti risulterebbero inconciliabili. Sicuramente oggi ci sono molti “femminismi” che spesso assumono posizioni conflittuali l’uno verso l’altro, ma questo non è una novità. Anche negli anni Settanta convivevano diverse realtà e diversi modi di interpretare il femminismo che spesso sono entrati in conflitto tra di loro (la stessa Lonzi si oppone alle femministe che vogliono usare la psicanalisi come “sostituto” dell’autocoscienza, o contro i gruppi vicini al marxismo), solo che forse oggi in Italia passa di quel periodo un’immagine più monolitica e dominata da una certa idea di femminismo. Ma in realtà il quadro era molto sfaccettato e con posizionamenti molto diversi.

Nel saggio scegli di concentrarti in particolare su Taci, anzi parla, il diario di Carla Lonzi, il cui titolo, nella sua forma ingiuntiva, sintetizza in modo emblematico le pulsioni contrapposte che attraversano l’autrice e, più in generale, la duplicità di istanze che ha caratterizzato a lungo l’esperienza femminile: l’obbligo al silenzio in tensione con il desiderio di espressione.
In questo intreccio, quanto peso assumono, a tuo avviso, l’ordine (o il disordine) del desiderio di riconoscimento, di parola e di felicità — «il femminismo è stato la mia festa», scrive Lonzi — nelle scelte di scrittura e nella costruzione del suo pensiero?
Un grande peso. Il titolo Taci, anzi parla è molto eloquente e riprende un verso di una poesia che compare nel diario, in cui Lonzi si rivolge a un’altra donna, la sorella, che viene descritta proprio come un’identità ingabbiata nei mille ruoli in cui la società aveva definito la donna (moglie, madre, amica, sorella). L’ingiunzione oppositiva prima a tacere e poi a parlare incarna la doppia pulsione che Lonzi sente essere centrale per una donna: la parola diventa effettivamente uno strumento di liberazione, di coraggio, di liberazione rispetto ai ruoli che invece soffocano l’identità femminile. In questo invito che Lonzi sembra rivolgere alle sue lettrici a uscire dal silenzio e a raccontarsi attraverso una parola che acquista senso nella relazione con l’altra, sicuramente il femminismo è stato per Lonzi un momento fondamentale.
Per quanto riguarda la questione del riconoscimento: il desiderio di riconoscimento per Lonzi è, come dico nel libro, il filo rosso che attraversa la sua vita e la sua riflessione teorica, e che la spinge alla scrittura, a un certo posizionamento prima dentro il mondo dell’arte e poi nel femminismo. Ma secondo me è un elemento centrale anche proprio per la sua scrittura e che trova nel diario la sua massima espressione. Il diario è al contempo il tentativo di trasporre in forma scritta il momento dell’autocoscienza – e quindi rappresenta anche una forma capace di accogliere la dimensione in fieri di una ricerca identitaria – ma è anche una forma storicamente marginale ed espressione dell’intimismo femminile che Lonzi riprende e riconfigura dall’interno, risignificandola e trasformandola in un canale di espressione femminista. E anche sulla questione del desiderio di parola, mi sembra molto interessante il fatto che Lonzi sia animata da un forte desiderio di espressione e di comprensione e che per farlo scelga forme marginali del campo letterario, perché meno codificate e meno “culturali” e quindi più allineate con il suo femminismo.
«Il femminismo mi si è presentato come lo sblocco possibile tra le alternative simboliche della condizione femminile, la prostituzione e la clausura: riuscire a vivere senza vendere il proprio corpo e senza rinunciarvi. Senza perdersi e senza mettersi in salvo. Ritrovare una completezza, un’identità contro una civiltà maschile che l’aveva resa irraggiungibile» (Itinerario di riflessioni, p. 17). Questa riflessione, particolarmente densa di implicazioni, mi è sembrata illuminante per indagare il ruolo che il corpo assume nel pensiero di Carla Lonzi. Ti chiederei se, a tuo avviso, proprio nel corpo si concentri una delle possibilità di trasformazione che attraversano la sua scrittura.
Sicuramente quella del corpo è una dimensione importantissima, centrale sia nella sua riflessione teorica che in quella formale. Sul corpo si misura l’azione del sistema patriarcale, come dimostra la riflessione di Lonzi (e non solo di Lonzi), portata avanti ne La donna clitoridea e la donna vaginale, sulla sessualità come primo e più importante terreno di esercizio di potere coercitivo patriarcale. Il corpo femminista, incarnato dalla donna clitoridea, è quello che abdica lo sguardo maschile e rivendica il diritto al proprio piacere e alla propria autonomia. Il corpo ha una funzione centrale anche nelle scelte compositive del diario, come mostra la scelta di Lonzi di accompagnare la parola scritta con fotografie (inspiegabilmente espunte dalle edizioni del 2010 e del 2024), “dando un corpo” al soggetto femminista che prende parola e rappresentandolo in diversi momenti della vita e della sua formazione.
La questione del corpo è poi molto importante per capire il rapporto che Lonzi intesse con alcune figure religiose. In Itinerario di riflessioni rende esplicito il rapporto e la vicinanza con alcune mistiche, in particolare con Teresa di Lisieux, che nei loro scritti autobiografici sono state capaci “più delle scrittrici” di esprimere «fenomeni e stati interiori» dentro cui riconoscersi. Pur trovando ispirazione nella loro scrittura e nel loro posizionamento (tanto che alcuni elementi del femminismo separatista di Lonzi possono addirittura essere ricondotti al modello claustrale), in Lonzi è forte anche la consapevolezza dell’importanza imprescindibile del corpo e della sessualità per la propria affermazione identitaria, che non può trovare in quel modello una risposta positiva. Nel diario non a caso infatti scrive: «per essere me stessa, per non avere un destino alienato non devo abdicare al mio corpo, anzi trovo in esso l’elemento su cui fondare la mia autonomia».

Mi interessa la questione – che tu poni più volte nel saggio – del fallimento nei gruppi femminili dell’ispirazione a instaurare rapporti privi di gerarchia e di conflittualità, che peraltro talvolta sfocia in radicali separazioni. Potresti raccontare l’esperienza di Lonzi al riguardo?
L’esperienza di Lonzi a riguardo è abbastanza tragica e fallimentare direi, e questo è un elemento su cui andrebbe portata avanti una riflessione più approfondita e che spesso invece si tende a minimizzare. Lonzi inizia a scrivere il diario nel 1972, proprio nel momento in cui si allontana da Rivolta Femminile e rompe i rapporti con Carla Accardi, cofondatrice del gruppo. I motivi di questo allontanamento sono ascrivibili sia alla percezione di una dimensione ricorsiva dell’autocoscienza, ma anche a seguito di accuse che provengono dalle altre compagne, che percepiscono Lonzi come una leader, un corpo e una mente trainante. L’impossibilità di mettere in atto una reale e radicale orizzontalità all’interno del gruppo a mio avviso ha una doppia matrice: da un lato apre alla questione della necessaria dimensione intersezionale, mostrando molto bene il fatto che non basta essere donne per dare vita automaticamente a rapporti privi di gerarchie; dall’altro, nel caso specifico di Lonzi, si spiega anche in relazione al suo posizionamento radicale, come si evince dal rapporto con Accardi, interrotto anche in virtù della scelta dell’artista di continuare a fare arte e quindi di non abbracciare pienamente la scelta separatista di Rivolta. Lonzi infatti accusa l’amica di portare la cultura (intesa come espressione connivente con il sistema patriarcale) dentro al gruppo, non riuscendo ad ammettere la possibilità di riflettere e di portare avanti una ricerca identitaria a partire da una forma diversa da quella scritta. Accardi lascerà Rivolta proprio contestando a Lonzi l’ingiunzione alla scrittura, considerata dalla femminista come l’unica forma di realizzazione dell’autocoscienza, e rivendicando la possibilità di esprimersi attraverso altri linguaggi e altre forme, altrettanto capaci di dare voce a un messaggio femminista.
Un altro punto doloroso e ambivalente nella vita di Carla Lonzi è la dipendenza economica dal compagno, Pietro Consagra, a cui lei non sa sottrarsi seppure al contempo sia consapevole che questo la mantiene in un rapporto di minorità. È una delle contraddizioni a cui possiamo collegare quella che tu definisci “storia di un’ambivalenza”?
Sicuramente. Quella della dipendenza economica è una questione che emerge varie volte nel diario, dove Lonzi si arrovella su come poter risolvere la contraddizione che la vede adottare a livello teorico un separatismo radicale da cui deriva l’idea di «deculturizzazione» che, se presa alla lettera, comporta giocoforza l’uscita dal mondo del lavoro e delle forme di espressioni “culturali” (rapporti con la stampa, editoria ecc.), mentre a livello pratico dipendere economicamente dal compagno Pietro Consagra. Più volte Lonzi affronta questa questione nelle pagine del diario, pensando di iniziare a lavorare per smarcarsi da quello che a tutti gli effetti è un limite all’autonomia e all’emancipazione del soggetto femminista. E questo secondo me è un elemento dirimente della condizione femminile di quegli anni, che va di pari passo con la riflessione che Lonzi porta avanti sulla sessualità come luogo di esercizio del potere patriarcale. Questa impasse, di cui è pienamente consapevole, mette in luce alcuni limiti del pensiero lonziano che si fonda su una radicalità difficilmente riproducibile proprio perché sottende una condizione di privilegio (“borghese”) e perché priva di una dimensione intersezionale, in linea con molte esponenti del femminismo italiano degli anni Settanta.

«In Virginia, mi ha più interessato l’attenzione sul processo del fare il romanzo che il romanzo stesso», scrive Carla Lonzi in uno scritto inedito dedicato a Woolf, che riporti nella sezione del saggio in cui metti a confronto la filosofa con Morante, Ginzburg e Woolf, evidenziandone al contempo il rifiuto del ruolo di scrittrice. Ti chiederei come vada interpretata questa presa di distanza: perché Lonzi afferma di non essere o di non voler essere una scrittrice?
In una pagina di Taci, anzi parla Lonzi scrive: «C’è un paradosso nella mia vita, un qualcosa di tremendamente paradossale: sono una “scrittrice”, diciamo, e lo sono sempre stata tormentandomi di non riuscire a esserlo, perché non mi accorgevo, letteralmente, di scrivere. Passavo ore e ore a scrivere, ma siccome era sempre di getto, all’improvviso, dietro qualche emozione-sofferenza (e ogni tanto gioia), mai più pensavo che fosse quello “scrivere”». Lo scrivere per lei è qualcosa di strettamente connesso con il riconoscimento: per lungo tempo, infatti, ha desiderato diventare una scrittrice senza accorgersi di esserlo già, sminuendo la sua attività e non considerandola come tale (come dimostra l’uso del virgolettato distanziante nella citazione) poiché veniva ascritta alla sfera dell’intimismo e dell’impulsività. Lo slancio autobiografico che la abita la fa a lungo vergognare e la porta a censurarsi, perché introietta il mito “culturale” della necessità per le scrittrici di distanziarsi dal modello autobiografista-initimista secondo cui la “dignità di scrittrice” si guadagna solo riuscendo a raccontare di altri, a smarcarsi da sé, a «ridurre la carica personale». L’impossibile adesione a questo stesso modello canonico – “culturale” – di scrittura, se inizialmente le provoca un sentimento di inadeguatezza, in seguito si trasforma in uno slancio contestatario verso le autrici che invece lo adotteranno (come Ginzburg, Morante e in parte anche in Woolf, che secondo Lonzi continua a considerare la scrittura diaristica un’attività minore, secondaria rispetto all’ “impresa più alta” che è la scrittura romanzesca). Questa è la ragione che la spinge a non considerarsi una scrittrice. Non a caso, anche in opposizione al modello woolfiano e al Diario di una scrittrice, Lonzi sceglierà come sottotitolo Diario di una femminista, proprio per sottolineare la diversa postura, dove il «bisogno irrefrenabile» di scrivere di sé la conduce al diario e alla scelta di collocarsi ai margini del campo letterario, trasformando la scrittura in uno spazio di formazione (una Bildung che si dà a partire dai rapporti) e di ricerca identitaria in cui tutte le parti di sé riescono a coesistere.
Ti domando infine quale siano per te i lasciti fondamentali del pensiero di Carla Lonzi.
Secondo me uno degli elementi più interessanti del suo pensiero e del suo femminismo è la dimensione della contraddizione. Stare dentro la contraddizione accettarla dentro di sé, problematizzarla e assumerla come sguardo, mi sembra uno degli elementi più interessanti e ancora attuali del suo itinerario. Insieme a questo mi sembra che anche la fiducia nella parola scritta, nella possibilità della parola di cambiare la realtà, di farsi strumento di riconoscimento e di identità, sia un altro importante lascito che Carla Lonzi ci ha regalato.

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