Il Cuore dell’Oceano

 

di Giada Giordano

 


Ad Anzio,

a cui dedico i miei sguardi,

i miei innumerevoli ritorni.

Una leggera brezza spirava in riva al mare con quel tenue e aromatico sapore amaro di sabbia bagnata e di salsedine, fendeva l’aria salata satura di iodio e creava dei piccoli giochi di sabbia con finissimi granelli sul bagnasciuga, sulle piccole dune che si ergevano ad intervalli regolari dal manto dorato, su quel tratto di terra arenosa e pianeggiante che digrada verso il mare e che sprofonda, alle volte, in piccole fosse scavate dal vento.
Altisonante sibilava tra strati di nuvole disposte come lunghe bande filamentose, simili a lana cardata, spaziava increspando tra onde tumultuose che accavallate si accoppiano spumose per poi decrescere a poco a poco verso riva, e lavava lo sporco rugginoso e incatramato di un piroscafo ancorato al fondo.
Il vecchio piroscafo risaliva a centocinquanta anni prima, a quando la James Watt venne assicurata per la prima volta presso i Llyod’s di Londra, in un ormai lontano 1822.
Abitava le acque del porto di Anzio da oltre cinquant’anni.
Lo spettrale scheletro della nave faceva da corollario al cimitero americano, equidistante dalla scogliera che delimitava la zona portuense, ed era abbandonato al suo inesorabile destino.
L’albero della nave mozzato a simboleggiare la caducità di tutte le cose, l’immensa fragilità degli esseri, dei loro sogni e dei loro viaggi, di un mondo che nell’incessante peregrinare mutevole dell’esistenza si fa specchio di un’ineccepibile volontà a resistere.
Nell’adombrarsi che seguita al tramontare del sole se ne stava mugugnando a mollo e sembrava ricordare i tormentati trascorsi a largo delle coste irlandesi o le traversate d’oltralpe su stretti canali del Golfo, tra salmastre correnti della Loira o opalescenti riversate del Tirreno Laziale.
In un’altra epoca tale piroscafo era stato la delizia dei naviganti, un gioiello del mare, eppure molta di quella imperiosa grandezza sembrava conservarsi ancora tra le pieghe e i liquami.
Se ne decantavano gli utopici viaggi alla Jules Verne, le rocambolesche sfide nel Nuovo Mondo, gli ostracismi, gesta che non avevano conosciuto eguali e che la Ferdinando I poteva solo contentarsi di aver udito narrare da qualche vecchio lupo di mare.
Spesso nel silenzio che segue l’ottenebrarsi invernale udivo i manierismi e le litanie che gruppi di uomini sui pescherecci lasciavano al vento.
Era il loro segreto, ma il vecchio piroscafo aveva lasciato l’anima sospesa come nuvole sull’oceano a carezzare l’orizzonte.
Me lo raccontava spesso mio nonno, seduto sulla sua sedia a dondolo, che guardava dal portico la spiaggia e in lontananza il porto.
Diceva di un segreto che non tutti gli uomini potevano contentarsi di conoscere.
Se ne stava con lo sguardo che traluceva di passione per i racconti alla Robinson Crusoe misti ad un richiamo esotico per Stevenson e la sua Isola del Tesoro.
Ma il mare era il suo tesoro: una vita sui pescherecci e sui canali che i vaporetti percorrevano, tra cielo e terra così, abbracciato da lembi di sabbia e vegetazione rigogliosa.
Ogni tanto parlava di Amalfi, Positano, Sorrento e Capri, di quei faraglioni grandi come megalitici che uscivano dal mare come la nascita di Venere in un quadro del Botticelli, e allora cantava O’ Sole mio con tutto il fiato che aveva in corpo, immedesimandosi nella terra calda e solare che è figlia del Sud Italia, con le sue spiagge meravigliose e i fondali da cartolina.
Lui amava il Mezzogiorno. La tipica ospitalità che ti lascia inebriato dai mille colori, suoni, odori, caratteristici di una cultura.
Una terra accogliente dal fascino intriso di epopee e calda mitologia, di cultura, di suggestioni.
La stessa Terra che aveva dato i Natali a mia nonna, con il suo mare, i suoi agrumeti, i fichi d’india, gli strapiombi, una vegetazione che si faceva secca, quasi arida d’estate, priva di approvvigionamento idrico, ma che cantava di greci e di normanni, di arabi e di fenici.

La Terra dei miei antenati.

Forse per questo il Mezzogiorno accoglieva e avrebbe sempre accolto chiunque vedeva  sognare un piccolo posto migliore. Molti suoi figli si erano addormentati cullati dalle litanie degli oceani, con la speranza di un posto da chiamare casa e lo stesso piroscafo aveva rappresentato per uomini vissuti molto tempo prima di mio nonno una premessa di vita migliore, un segno di rivalsa nella caducità di un’esistenza grama.
Nonno citava a riguardo sempre Peppino di Castellammare, che se n’era dipartito all’età di quindici anni su uno di quei cimeli a vapore, diretto verso le Americhe, e non poteva che abbracciare con il pensiero Don Salvatore, che diceva sempre di voler andare a civilizzare gli Indios.
Se ne stava con le braccia conserte e parlava di tutte le missioni che aveva ancora da compiere lì, con tutto che mio nonno gli rispondeva che la missione era rimanere a vivere in Italia.

<< Mimmo, Mimmo, u ‘capisti? A mare vorria il Signor mio mandarmi. >>

Lui, ex parroco di una modesta parrocchia vicino Roma, a mio nonno lo beccava sempre quando andava a comprarsi il pesce al porto, carico su quei pescherecci, e ogni volta gli raccontava delle usanze di lì, che a dispetto di tutto si mantenevano.

Parlava anche dell’orto che coltivava pieno di tutto quel ben di Dio che ogni volta si era ripromesso di portare in Italia, ma alla fine questa sua Terra rimaneva al ricordo talmente cara che non faceva che spendervi 15-20 giorni l’anno, per visitar con l’occasione la vecchia curia e far visita al Papa.

Ed anche io di questa Terra, di questo Sud, conservavo tracce come figlia: delle sue acque, della sua storia, del sapore della salsedine tra le ciocche di capelli al vento, con lo iodio a pieni polmoni, con le spiagge come distese d’erba davanti casa, e quel grido di libertà che si respira alle volte solo in alta montagna o dinnanzi a distese oceaniche.

Io che ero vissuta a Roma, ma cresciuta anche in una ridente cittadina sul litorale Laziale, a casa dei miei nonni, dove avevo trascorso molte delle vacanze estive che mi avevano regalato i primi incantamenti; sempre io, con l’entusiasmo e lo stupore dei miei anni; chi ero mai io, chi mai sarei potuto essere, mi domandavo mentre il sole faceva capolino dietro le tendine color pesco ed irradiava di calda positività l’ambiente.

Fuori il caldo si faceva poco secco, ma fortemente umido, vista la prossimità dal mare, ed io, che andavo snocciolando questioni sui massimi sistemi, fu così che mi risvegliai il 15 settembre del 1978.

Mio nonno sonnecchiava placidamente beato sul divano in soggiorno, con un rivolo di saliva a colargli sul labbro inferiore e la canotta bianca. La sua era una piccola consuetudine che negli anni non aveva smesso di conservare e che gli ricordava la giovinezza a casa della madre, in una piccola ma agiata abitazione che, nascosta dalle palme, si trovava poco distante dal litorale.

Da ragazzo non esisteva la possibilità che avesse una stanza tutta per sé e dunque il divano rappresentava il suo letto in una camera soggiorno arredata secondo il buon gusto antico, elegante, ma essenziale.

Non si accorse di me che uscivo in veranda. D’altra parte la mia giovanile scaltrezza si avvedeva ogni qualvolta bisognasse trovare un sotterfugio per poter soddisfare un piccolo desiderio.

Percorsi il breve tratto che dalla veranda porta alla spiaggia e giunta lì mi districai tra i lacci delle scarpe e la sabbia, ritrovandomi un minuto dopo con i piedi sul bagnasciuga.

Il piroscafo mi salutava a mezz’asta con l’albero maestro e un piccolo mercantile si soffermava a intrattenere un poco gli astanti.

Un momento dopo l’imbarcazione riprendeva la sua rotta e piccoli schiamazzi lasciavano il posto a sibili e a poderose raffiche di vento in faccia.

Camminai con difficoltà, affondando ogni volta e ripromettendomi di non cadere, e me lo trovai quasi davanti questa volta, mastodontico.  

Mai avevo potuto ammirare con tale precisione i suoi lineamenti.

V’erano crepe vistose e fradicie d’un legno andato a farsi benedire tra la salsedine e la cancrena, e c’era un uomo.

Si, esattamente un uomo.

Guardava dalla poppa il panorama davanti a sé non sembrando tuttavia accorgersi di una ragazzina minuta, ma interessato a guardare un preciso punto dell’orizzonte.

Aveva il fascino di un barbaro o di un corsaro, con i capelli lunghi, neri, al vento, e gli occhi contornati da due folte sopracciglia nere ad evidenziare molto più marcatamente gli angoli del viso.

Età non avrei credo saputa dargliene, ma, a giudicare dalla barba che portava molto folta, il suo aspetto non doveva rivelare comunque trentacinque o forse quarant’anni.

Notai le pieghe di un sorriso agli angoli della sua bocca, poi più nulla. Seguitò a guardare il medesimo punto dell’orizzonte.

Non doveva essere molto presto, tuttavia in quel contesto la sua figura tutto sembrava meno che una apparizione.

Cosa ci faceva quell’individuo li?

“Perché mai un uomo dovrebbe decidere di salire su un piroscafo?” pensai.

L’individuo questa volta mi fissò. Tenne per quello che parve essere una manciata di secondi lo sguardo su di me, dopodiché lo vidi allontanarsi dal bordo ed entrare in cabina.

L’emozione fu forte e mi vinse, sentii cedere le gambe e mi risvegliai non so a distanza di quanto tempo a casa, vicino a Nonno che mi preparava un brodo caldo.

Erano le due di pomeriggio.

Il cielo si era annuvolato oltre le tendine gialle del salotto e prometteva pioggia.

Nonno Mimmo vistosamente agitato mi rimboccava le coperte e andava a controllare il fornelletto.

<<Si può sapere cosa è successo?>> domandò ad una certa, trangugiando un po’ di brodo per sentirne il sapore.

<<Forse un calo di pressione.>> dissi. <<Come mai mi trovo qui? Stavo sulla spiaggia.>> blaterai risollevandomi e appoggiando la testa sul guanciale che mi forniva nonno.

<<Lo so, ti ho raccolta io. Eri svenuta. Che hai visto un fantasma?>>

<<Forse. >> dissi per tutta risposta io sorridendo. Non avrei certo voluto passare per pazza, ma sentivo che c’era qualcosa ad intrigarmi.

<<Nonno, ma quel piroscafo al porto è di qualcuno? >>chiesi.

Nonno per tutta risposta mi guardò apostrofandomi con lo sguardo.

<<Ti interessa, Marta?>>

<<No, volevo solo dire se era possibile salirci sopra per dare un’occhiata. Tutto qui. Si può? >> chiesi accigliando lo sguardo e mostrandomi più dolce possibile.

Il nonno si rabbonì. Scoppiò in una sonora risata e sentenziò: <<Voi femmine siete tutte uguali.>> Ma lo diceva senza nessuna voce sprezzante, piuttosto divertito, goliardico.

Poi mi adagiò vicino a lui e con la voce più deliziosa possibile mi disse: <<Certo che no.>>

Gli lanciai un’occhiataccia da finta ferita, ma lui, come non vedendomi, mi diede un buffetto affettuoso sulla guancia.

<<Può essere pericoloso, sai? Non è un posto per delle bambine. Non dovresti nemmeno andare da sola lì. Potrebbero esserci dei male intenzionati.>>

<<Ho quindici anni!>> esclamai.

Lui sembrò non dare peso minimamente al dato anagrafico e mi disse un no, questa volta più deciso.

<<Non devi tornare lì. La prossima volta se ti interessa ci andiamo insieme.>>

Sbuffai, ma decisi di non portare oltre la conversazione: d’altra parte avrebbe vinto lui.

Rinunciai e chiamai la figlia dell’ortolano che abitava vicino casa.

Si chiamava Priscilla e aveva sedici anni e mezzo. La ragazzina tutta lentigginosa mi guardò dietro alle lenti dei suoi occhiali con aria visibilmente sorpresa, portandosi il dito sulla bocca alla ricerca di quello che pareva essere afta. Era curiosa di ciò che poteva annidarsi nella sua bocca tanto quanto potevo esserlo io del piroscafo.

In genere di rado capitava che ci sentissimo per qualcosa. Pur abitando da dirimpettaie a volte passavamo settimane persino senza vederci.

Mi chiese se le potevo reggere un libro che stava finendo di leggere così si allacciava le scarpe, ma la persuasi dal farlo tra il disgustato e il convinto.

In fondo la spiaggia sarebbe stata per quel giorno la destinazione ideale. Al duo si aggiunse anche Silvestro, il fratello più grande che aveva 17 anni, con gioia di mio nonno.

II tipetto con aria da superiore ci guardò come due nanerottole da appiccicare al muro, ed era solito farlo specie ogni qual volta la sorella se ne usciva con un aneddoto diverso ed io per cortesia esclamavo un “oh” che suonava più come un suono strozzato che come una reale sorpresa. La sorpresa probabilmente per il fratello era cercare di capire come due tipe del genere potessero legare in qualche modo insieme.

Inutile dire che tutti e tre ci proponemmo un’avventurosa esplorazione della nave, cosa che ridestò dall’antipatia Silvestro, il quale si propose come guida del gruppo.

Fu così che armati di sano coraggio decidemmo di affrontarlo.

Fu solo dopo mille congetture che Priscilla si bloccò e pose la questione che evidentemente le stava più a cuore.

E se quell’uomo fosse armato? Se ci facesse del male?

Ci arenammo sulla sabbia con l’espressione sbattuta.

Pensavo a quelle incredibili storie raccontate e mi tornavano alla mente i meravigliosi racconti della nostra infanzia, costellati da rocambolesche avventure con protagonisti pirati ed eroi vaganti, clochard e cavalieri, i templari e il Santo Graal, nel vorticoso quanto meraviglioso vortice della nostra coscienza. E lui era lì, puntualmente mascherato da ognuno di loro, recava il volto, le cicatrici, tutto il peso di una storia personale segnata e alla deriva, ma forte di una passione che anima da sempre gli animi più vigorosi e meno vili. Lui figlio di quella Atlantide sepolta e noi gli archeologi della nuova conoscenza.

Ma bastò poco. Bastò non poter frequentare la spiaggia per sentire il richiamo del mare. Era lì, forte che urlava.

Cullava i miei sogni e i miei più reconditi desideri.

Di giorno mi accompagnava a scuola, tra le grate di un’aula dal sapore antico e carcerario, irta di desolati margini di depravazione e solitudine, mentre di pomeriggio mi indirizzava con lo sguardo verso il porto, lì tra i flutti, lui che mosso si faceva sempre più temibile e al contempo ambiguo narratore di una oscura storia.

I pochi che ne parlavano erano quei miti popolari, quelle credenze che da cinquant’anni avevano accompagnato generazioni nel racconto incantato e fiabesco e nella fascinosa architettura che faceva da sfondo al piroscafo.

Si diceva che la nave fosse stregata o peggio ancora maledetta. Antichi sortilegi non permettevano ai comuni uomini di avvicinarsi ed accedere al relitto perché depositario di mille verità nascoste.

Si narrava anche che lo spirito di un filibustiere aleggiasse li e facesse la guardia al tesoro, quello rimasto veramente incustodito.

Mio nonno mi aveva raccontato le avventure di un ammiraglio ammutinato e rimasto segregato sulla nave per oltre 100 anni.

Spesso seduto attorno al camino mi raccoglievo attorno al nonno per sentire altre storie.

E un bel giorno lo rividi. Era ancora lì. Intuivo la sua nera figura affacciata sulla nave come un’ombra proiettata su di me.

Catturata da un bisogno che faticavo a spiegarmi, mi alzai decisa questa volta a far luce, salutando i miei compagni di giochi.

Ci lasciammo che non era ancora nemmeno il crepuscolo. Il sole brillava alto nel cielo e piccoli sprazzi di vento cullavano i granelli di sabbia sotto i nostri piedi, ma non cuoceva, la sabbia non scottava. A scottare era più l’impazienza, l’ambivalenza, il bisogno che sentivo di spingermi oltre.

La staticità delle cose mi annoiava profondamente e febbrile aspettavo al varco il momento in cui avrei potuto parlare con lui. Nel variare dei giorni si faceva onda che monta e decresce verso riva.

E la terra lasciò il posto al cielo e il cielo alla terra, e fu notte e poi di nuovo alba, mentre i giorni passavano e il sole mi sorprese sedicenne e risoluta nel letto a fissare oltre i vetri oscurati dalle tendine in direzione del porto.

Era il 5 Aprile del 1979.

Un delicato colpo alla porta mi ridestò dal torpore e oltre le mie spalle potei scorgere la figura fragile di mio nonno con la coppoletta in capo e qualcosa in mano.

<<Tanti auguri!>> cantò.

La sua figura si accovacciò su di me per stamparmi un sonoro bacio sulla guancia e suscitarmi una risata.

E risi di gusto sotto i pelucchi bianchi e i suoi lunghi baffi a stuzzicarmi il mento.

<<Vestiti, che andiamo in un posto! >> mi disse strizzando l’occhio, e cercando un tono ancora più intrigante.

Arraffai le prime cose sotto mano e corsi sotto la sua ala come un pulcino sotto sua madre chioccia.

L’espressione di mio nonno manteneva comunque un cipiglio greve, al di là dell’evidente spavalda ironia.

<<Dove andiamo, nonno? Dove?>> chiesi non più in me.

<<È un piccolo segreto>> disse lui e mi fece promettere di mantenerlo.

E l’ho mantenuto per trentadue anni.
La nave è ancora qui, trasportata come in una triste e sofferente agonia dall’incessante moto, dallo schiumante andirivieni di masse d’acqua voluminose e per nulla torbide.

Trentadue anni, non un giorno.

E quello che stringo al cuore più che un diamante in dono è la storia della mia famiglia.
Eppure, se qualcuno crede di averne fatto tesoro e dono allo Smithsonian Institute di Washington, dovrà vivere amaramente nell’inganno.
Mai nessuno ha saputo che il vero Blu di Francia non ha realmente toccato con mano Harry Winston e l’America, ma è sempre stato su un piroscafo in Italia.

Il mondo conosce ed estima una fedelissima riproduzione da parte di un meraviglioso falsario di uno dei più grandi diamanti dell’umanità, avuto in sorte da Re Luigi XIV e passato per mano ad influenti uomini di mondo sotto nefaste conseguenze.

Si racconta che questo stesso gioiello segnò a diversa sorte la stessa vita del Re di Francia e prima ancora di Jean BaptisteTavernier, il quale adirò addirittura la sacra divinità indiana Rama-Sitra pur di impossessarsene, ma morì in viaggio.

La sua è la storia di una maledizione.
Subito dopo fu la volta dei Re di Francia: Luigi XIV e Luigi XV che ebbero ambedue diverso tragico destino.
E furono le teste a venire recise a Maria Antonietta e a Luigi XVI.
Dai sovrani ai banchieri, dai gioiellieri ai sultani, il Blu di Francia accompagnò la triste storia personale di uomini arricchiti nell’animo, ma spogliati dell’anima.
E un bel giorno sparì, mentre il suo gemello veniva nelle mani del più grande gioielliere al mondo, prima di essere confinato nell’ente di istruzione e museo americano.

E il falsario?

La sua storia, la storia di un uomo anche lui maledetto dalla sua cupidigia e dannato a vivere su un piroscafo abbandonato per cinquant’anni, ma anche la storia di un uomo che per il tempo che ha vissuto e anche per i tempi di oggi, si è spinto oltre.

Quell’uomo era mio padre.

La mattina in cui compii sedici anni mio nonno mi portò a conoscerlo.
L’uomo mi guardò a prua e questa volta sorrise teneramente.
Se lo aspettava. Aspettava di vedermi proprio lì. Mi avvicinai, a passi via via sempre più piccoli.
Non osò muoversi, ma fece cenno con la mano di avvicinarmi. Un cenno cordiale, amichevole. confidenziale.

E poi finalmente lo sentii, come mai prima d’ora. <<Tanti auguri, Marta.>>

Ricordo ancora oggi quel sorriso bonario sul suo volto e sembra che mi carezzi il viso nonostante non sia più qui con me.
La sua storia è al sicuro.
Il silenzio che permea il luogo è freddo, quasi glaciale, sembra volerlo stringere nella sua morsa e seguita espandendosi a vista d’occhio sulla costa.
Muta sulla spiaggia, mi ritrovo a contare ancora una volta cumuli di sabbia che fluiscono come incessanti cascate dal palmo della mia mano, per poi ricongiungersi alla terra arenosa e per nulla fertile, ed osservo il vecchio porto con le barche.
Il mare culla tra le onde il suo segreto e nessuno, a distanza di mezzo secolo, lo ha mai scoperto.


Biografia

Giada Giordano nasce a Roma nel 1989.  A tredici anni vince la Menzione d’Onore al Concorso Nazionale di Poesia “Un fiore per voi” indetto dal Comune di Cervia. Nel 2014 viene selezionata al corso di scrittura creativa indetto da Rai Eri. Nel 2015 vince il Poetry Slam al Roma Fringe Festival. Suoi testi sono apparsi sulle riviste online e cartacee “Atelier online”, “Voce Romana”, “Euterpe”, “Patria e Letteratura”, “Poetarum Silva”,”Our Poetry Archive”,”Galaktica Poetike Atunis”, su “Arcipelago Itaca blo-mag”, su “L’Astero Rosso, luogo di attenzione e poesia”, su “Fara Poesia”, su “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo, sul “Journal of Italian Translation” dell’Università di New York, sul “Periodico de Poesia” dell’Università del Messico, su “ GRADIVA- International Journal of Italian Poetry” con sede a New York e su “La Repubblica” di Bari. Un ulteriore componimento poetico figura negli Archivi del Centro Nazionale Studi Leopardiani. Alcune sue poesie sono state tradotte in spagnolo dal Centro Culturale T. Modotti. Un suo testo è apparso in occasione dell’Anniversario di Verso Libero. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati sulla Rivista Internazionale “II Convivio”. Ulteriori suoi testi sono apparsi su riviste estere: in Germania, Egitto, Bangladesh, Tagikistan, India, America. “A mio figlio”, una selezione di poesie dedicate al figlio, è apparsa anche su testate giornalistiche online. È risultata finalista in vari premi di poesia: Tea Poetry 2015, Premio Belli 2016, Premio Mario dell’Arco 2017, Premio Versus Sulmona 2017 e Premio Arcipelago Itaca 2017.
È autrice anche di racconti. Per la narrativa un suo testo figura sul Periodico di Informazione e di Attualità di Teramo “Navuus”. Alcuni Estratti di una sua raccolta poetica inedita sono apparsi con nota critica su L’Altrove- appunti di Poesia nel mese di giugno 2025 e su un sito web della SABINA Romana e Reatina e della Campagna Romana il 1 Luglio 2025. Ulteriori testi sono stati tradotti in polacco nel mese di novembre 2025. Ha ricevuto Attestato di Merito in qualità di Professionista Accreditato dalla Fondazione Italia USA per essere tra i migliori Laureati Italiani in Camera dei Deputati. Le è stato inoltre conferito il “Premio Agape Caffè Letterari d’ltalia e d’Europa 2025”, riconoscimento attribuito a diverse personalità del mondo della cultura e del giornalismo.

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