Diritti umani nella contemporaneità. La tragedia di Timothy Cho

Di Marco D’Alterio

 

Parlare di terza e quarta generazione dei diritti umani nell’era contemporanea, dove le guerre incombono senza tregua e l’umanità soffre la fame oltre che ogni altra forma di limitazione, ci appare come un’assurdità. Eppure il diritto alla pace, il diritto alla salvaguardia dell’ambiente, il diritto alle necessarie condizioni di sviluppo, nonché i diritti che tutelano gli individui particolarmente deboli, e ancora i diritti dell’infanzia e delle donne, fanno parte, a pieno titolo, della terza generazione dei diritti e non sono da meno ai bisogni primari (di prima e seconda generazione).
In questo ambito la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 costituisce già una prima risposta ad eventi destabilizzanti per umanità intera accaduti durante la seconda guerra mondiale, cioè l’Olocausto e la Bomba atomica. L’introduzione di regolamentazioni nuove e soprattutto di nuovi diritti umanitari in ambiti politici e sociali, ha creato un’inevitabile sovrapporsi degli stessi, e dunque, a una più complessa tutela giurisdizionale. La complessità nasce dall’orientare il comportamento pubblico e privato verso le nuove generazioni dei diritti, ma anche la possibilità di svilupparne di nuove rispetto a quelle già sancite nella dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948. Sebbene sia passato un cinquantennio dalla stessa, risulta fuorviante pensare che la situazione, negli anni, si sia consolidata.
Una soluzione potrebbe essere una visione progressiva e interdipendente delle diverse categorie dei diritti. In altri termini, fare in modo che l’applicazione di un diritto di prima generazione possa trascinare e rendere connesso e indivisibile un altro di terza o quarta. Riportiamo un esempio pratico.

L’opportunità che un paese come gli Stati Uniti d’America, uscito da cinquant’anni dai meccanismi di discriminazione razziale e storicamente egemone, ha concesso a un giovane di colore: Barak Obama, il quale, si definisce come il candidato sbagliato per l’idea stereotipata che si ha dell’America, rappresenta una scelta che porta a un proseguimento che ha visto, nel corso della storia, contrastare la schiavitù e chi portava avanti la politica egemone. Obama, prospettava, difatti, l’uscita dalla guerra in Iraq.
In un discorso sostenne: “La complessità razziale in questo paese che non abbiamo mai compiutamente elaborato, è parte di quell’Unione che dobbiamo ancora perfezionare.”
Barak Obama attraverso la valorizzazione del diritto di uguaglianza, caratteristica intrinseca della Dichiarazione universale del 1948, suggerisce un miglioramento del diritto allo studio (diritto di terza generazione) in modo che non ci siano sostanziali differenze tra scuole per bianchi e di colore.

La politica, dunque, gioca un ruolo decisivo per la messa in opera dei diritti di terza e quarta generazione e per evitare che vadano in conflitto con quelli di prima e seconda e ciò accade soprattutto in paesi caratterizzati da sistemi politici a democrazia matura ed economicamente aperti. Riportiamo, come esempio, la posizione dell’Italia su una politica dell’Unione europea, circa l’impegno di quest’ultima sull’abbattimento delle emissioni di CO2 in atmosfera. L’Italia ha assunto una posizione opposta poiché tale politica avrebbe penalizzato eccessivamente il paese e le sue imprese, minando, dunque, i diritti economici (di seconda generazione) rispetto ai compiti di salvaguardia dell’ambiente.

In paesi retti da regimi totalitari, ove lo sviluppo economico risulta essere l’obiettivo principale a discapito del benessere della popolazione, la tutela dei diritti umani non solo non trova applicazione, ma addirittura precipita in situazioni che possono sembrare arcaiche. Ancora oggi, in Corea del Nord, esistono campi di prigionia ove vengono praticate ogni forma di tortura.
Riportiamo la storia di Timothy Cho, giovane nordcoreano sorridente e pieno di sogni, vittima di torture.
Nato in una famiglia benestante (entrambi i genitori erano insegnanti), ha avuto un’infanzia felice, ma un episodio che ha visto protagonista il padre ha stravolto la sua esistenza. Questi, a seguito di un litigio a scuola, aveva scaraventato a terra delle riviste con l’immagine in copertina di Kim Jong-II: l’allora governatore della Corea del nord e capo supremo del paese. Le conseguenze di tale gesto potevano essere assai gravi. Per tanto, il padre di Timothy, fu costretto a scappare per rifugiarsi in Cina. Anche la madre iniziò ad assentarsi. Un giorno venne a recuperare la sorellina di cui Timoty si prendeva cura, ma non lui che rimase completamente solo all’età di 8 anni. Affidato a degli zii, il piccolo Timothy, non ebbe un’esperienza felice. Le condizioni economiche erano precarie e in più lo zio era ostile nei suoi confronti. Così decise di scappare su un treno merci. Durante il tragitto fece amicizia con due bambini di 9 anni. Divennero i suoi migliori amici, gli insegnarono a sopravvivere, vivevano sotto i treni. Insieme avevano molti sogni, ma all’età di 11 anni i suoi due amici si ammalarono gravemente e morirono lasciandolo di nuovo solo.

Dopo 8 anni il padre riuscì a farlo ritornare in Cina, tramite degli intermediari, per provare una riconciliazione, ma Timothy, preso da sentimenti di rabbia, non riuscì a parlargli. Il padre cercò il modo di farlo scappare dalla Corea del Sud con un gruppo di 18 rifugiati, il tentativo fallì, ci fu anche una sparatoria, e furono catturati dall’esercito cinese.
Timothy fu rimpatriato in Corea del nord e spedito in carcere con l’accusa di essere un traditore. Fu sottoposto a interrogatori sempre più crudeli. Gli chiedevano del padre, ma deciso a non parlare fu picchiato brutalmente e torturato. L’ultima volta fu torturato con tubi roventi che gli procurarono ustioni. Vide salva la vita solo grazie a un ispettore che, impietosito, gli concesse una libertà di 3 giorni e di fatto la possibilità di scappare. Grazie alle cure di sua nonna, riuscì a ricongiungersi con il padre in Cina. Questi, fece altri tentativi per farlo scappare dalla Cina, ma non ci riuscì e fu di nuovo arrestato. In carcere tentò più volte il suicidio terrorizzato dal fatto che fosse portato in Corea del Nord per essere torturato.
Timothy già in precedenza aveva invocato un Dio che non aveva mai cercato, ma in quell’occasione la sua fede divenne salda e incrollabile. Accadde quello che non si aspettava. Fu portato in una stanza dove due americani gli spiegarono che non sarebbe stato rimpatriato in Corea del Nord, ma che anzi poteva scegliere se andare in Corea del Sud o in America.
Egli scelse la Corea del Sud, perché lì c’era il padre. Qualche giorno dopo si imbarcò su un aereo per il Giappone. Lì ricevette un passaporto temporaneo sudcoreano e proseguì verso Seul”.
Timothy Cho oggi è attivista per i diritti dei cristiani in Nord Corea.

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