Malagrotta

DI DARIO RANOCCHIARI

 

 

here is the deepest secret nobody knows

(here is the root of the root and the bud of the bud

E.E. Cummings

 

Lasciammo la casa di Primavalle che avevo dieci anni. Lasciammo la città, come avrei detto allora – anche se Primavalle era un estremo della città negli anni Settanta, un Bronx per New York negli anni Trenta, un Vallecas per Madrid nei Novanta. La nuova casa non aveva quartiere, solo qualche vicino. Una palazzina grande che mio nonno aveva costruito negli intervalli dei suoi svariati lavori con l’aiuto di due gemelli arrivati da poco a Roma da non so che angolo di Calabria.

Una palazzina costruita con acqua, cemento e uno specchio. La storia è questa: mio nonno e suo fratello pagarono un architetto per un progetto di tre appartamenti su tre piani, e appena lo ebbero in mano lo mostrarono a mia nonna e a mia zia. Queste guardarono il foglio, si guardarono tra loro, poi guardarono gli uomini e iniziarono a gridare, spiegandogli forse per la prima volta buona parte di quello che pensavano di loro. Fu solo allora che mio nonno le prese per mano e le trascinò in bagno. Appoggiò il progetto allo specchio ed eccola lì, la palazzina perfetta per due fratelli operosi negli anni del boom: un grosso casermone di tre piani, con sei appartamenti speculari, ognuno con entrata indipendente.

Così ci trasferimmo. I nonni si istallarono al piano terra della loro metà, lo zio nel più piccolo – quello del terzo piano – dell’altra metà. La zia era già morta, allora: tra il progetto e la casa era passato un decennio. Dieci anni stregati in cui, a Primavalle, l’eroina aveva spazzato via quasi due terzi dei coetanei dei miei, mentre le utilitarie riempivano le strade e i marciapiedi. Il cambio d’aria s’era fatto urgente, nella visione progressista di mio nonno. A noi toccò l’appartamento sopra il suo, mentre l’attico rimase vuoto per un bel pezzo.

Io a dieci anni ero ancora figlio unico. Avevo poca voglia di scuola e un bel po’ d’astio per essere stato strappato a quello che credevo il cuore vibrante di una metropoli e confinato in un pratone punteggiato di ville in costruzione, tra il Raccordo Anulare e quella che sarebbe diventata la più grande discarica d’Europa. Quando arrivò l’estate tornarono i gemelli calabresi. Avevano i capelli scuri, quasi neri, e non si assomigliavano molto se non nell’altezza, nella larghezza e in un sorriso aperto e antico pieno di secoli di miseria e aspettativa per un meraviglioso futuro imminente. Questa volta si portarono dietro tre o quattro ragazzotti, così in un paio di giorni, nell’angolo più solitario del grande giardino ancora incolto, spalancarono una voragine. Tra un mese il primo tuffo, mi sussurrò mio nonno facendo l’occhiolino.

Dall’altra parte dello specchio, intanto, mio zio si era dato da fare. Non avendo figli vivi né più speranza di averne, aveva affittato i due appartamenti ad altrettante famiglie. Famiglie che guardavano al futuro, come la nostra, come tutte quelle di quel far west infinitesimale che presto si sarebbe iniziati a chiamare “zona residenziale”. Una era ancora una famiglia in potenza, un frutteto minimo sull’orlo della primavera. Non ricordo i nomi ma sì il sorriso di lei, disarmante e giovane – soprattutto giovane. Chissà perché la ricordo così nitidamente, visto che la vita o la storia l’avrebbero fatta trasferire presto. L’unica risposta sensata che trovo è la sua gioventù: deve avermi colpito, a dieci anni, l’incongruenza di quella pancia enorme e tesa, l’acquario per una vita imminente, su un corpo da preadolescente. Il marito faceva il pilota civile e su di lui non ho niente da dire, se non che aveva un casco di quando era nell’aviazione militare e che sarebbe morto presto nel disastro di Ustica.

Ero già un po’ più grande, allora, e Ustica era un’oasi marina di acque trasparenti come vetro e franate di massi che si perdevano nel blu. E io guardando i telegiornali non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine di minuscoli frammenti di alluminio brillando come coriandoli mentre scendevano verso l’abisso. Scendevano con lui, col suo casco militare, i tubi divelti, la maschera oscura, come un astronauta alla deriva verso lo spazio profondo. Lei prima di trasferirsi me lo regalò, quel casco. Devo avercelo ancora da qualche parte. Chissà perché a me, con un figlio appena nato a cui avrebbe dovuto parlare per anni e anni del padre, il bravo pilota, il barone rosso di una futura zona residenziale, l’astronauta disperso nel più perfetto acquario mediterraneo.

La seconda famiglia, invece, quella dell’appartamento più basso, una volta arrivata non se ne sarebbe più andata. Ora, mentre scrivo, ha già scalato tutte le gerarchie possibili dall’altra parte dello specchio: ha risalito i piani uno a uno, fino a istallarsi nell’attico che fu di mio zio, già unito al piano intermedio con una scala signorile mentre il piano terra aspetta vuoto e incerto il ritorno improbabile di almeno una figlia più nipoti. I genitori, parrucchieri d’alto bordo, avevano un locale in un palazzo di Piazza di Spagna. Lui aveva iniziato il mestiere da giovanissimo, appena arrivato a Roma da un paese delle Marche distante una decina di chilometri da quello della famiglia di mio nonno. Non so come fosse arrivato a essere il titolare di uno dei saloni più in vista della città; lavorando sodo e facendo ciò che doveva fare, suppongo. Negli anni Ottanta in Italia persino il più ingenuo ideale borghese poteva trasformarsi in realtà, se poi si faceva anche ciò che si doveva fare.

Comunque di questa famiglia ciò che mi interessava davvero erano le figlie. Due bambine poco più grandi di me, diversissime l’una dall’altra. Avevano solo nove mesi di differenza, il che più avanti avrebbe scatenato battute sagaci sull’efficienza dei genitori, pronunciate di solito mentre – appostato tra gli alberi del giardino insieme ad alcuni dei ragazzi che pian piano sarebbero arrivati a popolare il nostro piccolo far west – ci masturbavamo sperando di scorgere qualcosa tra il cambio del pigiama e il crollo inevitabile della serranda notturna.

In realtà però ciò che più mi sorprendeva era come, con solo nove mesi di differenza, Monica e Serena potessero essere così diverse. Morena, slanciata, violenta e diretta la prima – la più piccola. Bionda, gracile ed estremamente educata e riflessiva la seconda. Due creature notevoli, che coabitavano lo stesso spazio vitale senza quasi sfiorarsi, tanto diversi erano i loro interessi in questo mondo. Quel primo anno nella casa nuova, invece, gli interessi di Monica e i miei si avvicinavano pericolosamente.

Innanzi tutto, ci interessava il rischio e lo scoprimmo già il primo giorno. Me ne stavo annoiato sul lungo balcone del primo piano che circonda tutta la palazzina, quando al di là del vetro smerigliato che separa la nostra dall’altra parte dello specchio, vidi il riflesso di un volto. Nel ricordo, faceva smorfie e linguacce in assoluto silenzio, ma non credo che il vetro che ancora oggi separa gli appartamenti che furono di mio zio da quelli che furono di mio nonno sia abbastanza trasparente da lasciar scorgere più di un ovale sfocato e il riflesso di chi guarda. Io finsi di non vedere nulla e continuai ostinato a fissare il giardino e l’immensa voragine scura da cui emergevano, attutite dall’umidità che s’alzava in una nebbia appena accennata nella calura di fine giugno, le voci allegre degli operai. Dopo un po’ Monica dovette cambiare strategia per attirare la mia attenzione, e iniziò a sporgersi dal balcone. Non guardava verso di me ma dritto giù in basso, verso il pavimento a scacchi e i vasi di gerani di mia nonna. Dapprima continuai a far finta di niente, ma Monica cominciò a sporgersi e rientrare con un movimento ondulatorio che aumentava ogni volta sia di velocità che di ampiezza. Alla fine non resistetti più e iniziai a guardarla, gli occhi spalancati. Ma non di orrore o di allarme: di puro fascino per un gioco così insensato ma così ben eseguito.

Non passò molto tempo che iniziai a imitarla. Allora lei sembrò stancarsi e si fermò. Salì in piedi sul muretto e con una gamba magra e piena di cicatrici come quella di un maschio scavalcò la ringhiera. Iniziò a sporgersi lentamente verso fuori, tenendosi con nonchalance alle sbarre, lasciando scivolare indietro la sua piccola testa rotonda e i suoi capelli a caschetto. Rimase così, a guardare al contrario il giardino distante e già arrossato dalla sera, e io naturalmente non ci misi molto a decidere di fare come lei. Scavalcai, e l’urlo di mia madre quasi mi fece cadere dallo spavento. La portafinestra del salotto si spalancò e lei si fiondò su di me, stringendomi saldamente le braccia. Non ricordo la paura ma sì la vergogna: quando guardai verso il balcone dell’altra parte, Monica era sparita come un riflesso di luce quando chiudi una finestra.

Dovetti dare spiegazioni, garantire velatamente di non avere tendenze suicide senza che nessuno mai avesse nominato la parola suicidio, promettere di non farlo più e di parlarne con qualcuno se mi sentivo spaesato nella casa nuova. Monica invece la rividi la sera dopo, quando mio nonno fece la cerimonia degli alberi e volle invitare a una braciata tutti i nuovi vicini, suo fratello compreso. La cerimonia consistette in un gesto semplice e bello: tutta la famiglia si riunì sotto il pino più alto, il primo che era stato piantato, e mio nonno – che, da buon veterano della campagna di Russia, comunista di pensiero e piccolo imprenditore d’azione, non aveva nessun rispetto per i vuoti della retorica – disse a mia nonna di salire su una sedia e inchiodare al tronco una piccola targa d’ottone con il suo nome e la sua data di nascita. Rivedo ancora mia nonna salire sulla sedia, una mano sulla spalla salda del nonno, e lanciargli uno sguardo dei suoi come a dirgli ti assecondo, pazzo che sei. Poi passammo a un altro pino, più giovane, e fu il turno di mia madre. E poi al terzo, piantato pochi giorni prima, e toccò a me.

Ora forse dovrei parlare del rapporto con la terra, cosa che mi commuove quando ci penso e mi sembra vuota e retorica quando ne parlo. Quindi non ne parlerò. Basti dire che nessuno dei miei ha radici a Roma – chi ne ha? – e il semplice fatto che un marchigiano che ci ha messo due anni per attraversare l’Europa a piedi e tornare dalla Siberia fino a Primavalle abbia deciso di piantare le radici in un pezzetto di terra tra il Raccordo Anulare e Malagrotta, mi tocca e mi fa sorridere al tempo stesso. Comunque, parlando di terra, quella sera avrei voluto sotterrarmi nella futura piscina pur di non partecipare a quel piccolo rito sotto lo sguardo implacabile di Monica.

Lei e la sua famiglia, come il pilota e sua moglie e anche i due fratelli calabresi, se ne stavano seduti in giardino vicino al grande tavolo che papà e nonno avevano preparato per la cena. Il vino già scorreva da un po’ quando, aiutato da mio padre, piantai il chiodo che univa il mio pino alla targa con il mio nome. Sceso maestosamente il tramonto dietro i cedri del Libano delle poche ville vicine, i grandi già ridevano e si davano pacche sulle spalle, riempiendosi il bicchiere a vicenda e spezzando con mani forti grosse pagnotte di pane casareccio. Mio zio, come sempre silenzioso e magro, passava più tempo vicino al braciere che insieme agli altri. Controllava con scrupolo tranquillo la cottura delle salsicce e del pollo, mentre i carboni illuminavano di rosso il suo grosso naso e le sue guance lisce e i suoi occhi piccoli e fondi.

Fu fissandoci con quegli occhi che ci mise in guardia dalla piscina quando vide che ci allontanavamo furtivamente per inoltrarci, Serena, Monica e io, nell’oscurità umida e compatta della zona più appartata del giardino. Ci seguì con lo sguardo finché non sparimmo tra i cespugli di lauro ceraso che separavano la parte nobile dal frutteto. Forse ci disse qualcosa sulla fossa, o sulla tomba, o sul rispetto per i morti e il pericolo di cadergli fra le braccia. O forse no, ed è soltanto un riflesso della voglia che ho adesso di ricordare, qui seduto sul trampolino spezzato, com’era cristallina l’acqua nonostante noi ragazzi la facessimo agitare tutti i giorni tra giugno e settembre. E poi ancora e soprattutto com’era la terra scura prima dell’acqua e del cemento, ancora straripante di lombrichi e di grillitalpa, di quella prima estate lontani dalla calura della borgata.

Sicuramente quella notte ci sporgemmo sulla fossa, Monica e io, dopo aver seminato Serena tra le frasche e aver aggirato lo sguardo di zio. Tutto il mio silenzio e la mia sdegnosa ubbidienza si trasformavano, accanto a Monica, nella necessità pura e semplice di trasgredire, di nascondere, di scoprire per poi occultare di nuovo, solo per avere un segreto. Forse non c’era luna, però, o gli operai non avevano ancora scavato così a fondo, perché so che quella sera non vedemmo altro che buio e quando tornammo al tavolo Serena ci aspettava silenziosa, accusandoci con lo sguardo non so bene se di aver fatto ciò che non dovevamo o di non averle permesso di farlo con noi.

La geografia, a quell’epoca, si riduceva per me a quattro continenti. Primavalle, sempre più sbiadito e lontano. Il giardino, limitato di giorno e sconfinato di notte. Il pratone con cui confinava la nostra proprietà, al cui centro sorgeva un aborto di cemento che sarebbe dovuto diventare un centro sportivo, su cui potrei raccontare molte storie. E la discarica.

Alla discarica di Malagrotta si arrivava camminando per non più di cinquecento metri attraverso un campo di granturco che si stendeva oltre la strada vicinale. Non avevamo il permesso di andarci, ovviamente, ma noi fingevamo di giocare in giardino e poi scavalcavamo il muro di cinta scivolando lungo un lampione. Attraversata la strada sempre deserta, le piante di granturco, già alte a inizio estate, ci proteggevano dagli sguardi sempre vigili di mia nonna. Non dovevamo fare altro che seguire uno dei filari fino alla fine per piombare nel limbo che, tra la discarica vera e propria e il campo, accoglieva generoso i versamenti clandestini di calcinacci, mobili vecchi, auto rubate e date alle fiamme, scatoloni colmi di cianfrusaglie e vestiti vecchi. Era lì che trascorrevamo una parte del pomeriggio. Lì Monica d’improvviso si calmava, si faceva silenziosa e pensativa. Girava tranquilla tra i rifiuti quasi senza toccarli, mentre io rovistavo eccitato e la chiamavo gridando a ogni scoperta importante. Era sempre lei, dopo un po’, a ricordarmi coscienziosamente che era ora di tornare, se non volevamo che il segreto della nostra assenza e del luogo in cui ci recavamo fosse scoperto dai grandi.

Quest’anno, finalmente, dopo proroghe durate ventenni, Malagrotta ha chiuso i battenti e conserva, sotto montagne di terra nuda, l’inventario infernale di quasi mezzo secolo di mondezza di Roma. Ma allora era un’entità viva e mutevole, la profonda ragion d’essere di una mostruosa fila di camion che, ogni notte, si incolonnavano lungo la strada per andare a scaricare il loro carico di buste di plastica maleodoranti nel ventre della vallata. Li immaginavo inerpicarsi verso la cima della collina artificiale che iniziava dove finiva il limbo, e quasi vedevo la cascata continua della spazzatura precipitare in una voragine così enorme da non colmarsi mai. Volevo vedere coi miei occhi quello spettacolo titanico, ma mi attirava ancora di più – mi attira anche ora – il brivido intrinseco alla necessità di affrontare di notte il cammino per raggiungerlo. Convincere Monica non fu un problema, così una notte sgusciammo fuori dal letto all’ora convenuta e ci inoltrammo oltre il muro di cinta.

Avevamo aspettato appositamente la luna piena, tanto luminosa da dare alle foglie verdi del granturco una tonalità quasi fluorescente. Entrando tra le piante, l’odore duro e indifferente della campagna mi colpì come uno schiaffo, spaventandomi ancor più delle ombre fruscianti e dei barbagli delle pannocchie che, di tanto in tanto, mi sfioravano la fronte o un braccio. Poi il limbo ci si aprì davanti, la rocciosità dei suoi detriti brillante sotto la luna. Non c’era silenzio: i camion si affollavano lungo la sottile striscia d’asfalto che portava all’ingresso illuminato a giorno di Malagrotta, riempiendo l’aria del rombo profondo dei loro motori e dei cigolii sinistri dei bracci pneumatici. Camminammo verso la strada, aggirando gli ostacoli troppo ingombranti – vecchie lavatrici, armadi sfasciati, divani sdraiati come grassi animali morti. Nel tanfo sempre più acre, salimmo su un mucchio di calcinacci per vedere meglio la fila di luci arrampicarsi verso l’alto e sparire oltre la cima visibile della collina. Il silenzio di Monica, la calma con cui si sedette a contemplare lo spettacolo, mi sembra oggi un segno chiaro di ciò che allora non credo intuissi: che non saremmo riusciti a vedere né quella notte né mai la grande voragine senza fondo in cui precipitavano tra gli stridii tutti gli avanzi degli anni del boom.

Voci vicinissime, caute ma non troppo, ci fecero scattare in piedi. Un fascio di luce illuminò il vestito chiaro di Monica, che esplose in un lampo abbacinante. Le voci, sorprese o forse divertite, ma sempre guardinghe, dicevano cose che nel panico del momento erano per me del tutto inintelligibili. Monica però mi aveva già afferrato la mano e mi trascinava giù a scapicollo lungo l’ammasso di calcinacci. Sentii una voce così vicina al mio al mio orecchio da farmi vibrare il timpano prima di svanire, e poi un’altra, più rauca e più lontana, farsi vicina e poi di nuovo sempre più lontana. Quando riuscii a liberarmi dalla stretta di Monica, ci circondavano di nuovo le pannocchie. Crollammo a terra, cercando di soffocare il riso isterico che ci scoppiò nel ventre, incurante del fiato corto e delle gambe ancora tremanti. Qualche minuto dopo sbucammo impavidi e allegri sulla strada di casa, illuminata da pochi lampioni sbilenchi.

Ad aspettarci c’era Serena, che ci guardò sbucare dal campo con i grandi occhi furiosi. Monica esitò un momento, poi si lanciò verso il lampione e lo scalò come un scoiattolo. Serena scattò con un’agilità selvaggia del tutto inusuale in lei, saltò sul muro e sparì nell’oscurità del giardino appena dietro alla sorella. Quando le raggiunsi, rotolavano nell’erba avvinghiate come due gatti, o due serpenti, o due gemelli mitologici che non sanno se si amano o si odiano ma lo fanno comunque con metodo e determinazione. I loro vestiti chiari si confondevano alla luce della luna, generando un’unica massa vibrante da cui balenava, di tanto in tanto, una testa bionda oppure una mora. Non si insultavano, non gridavano, non gemevano, rotolavano soltanto. Io suppongo che cercai di fermarle, ma non ne sono davvero sicuro. Comunque, quando furono inghiottite dalla fossa della piscina, lanciai un grido e poi mi affacciai oltre l’orlo. Continuavano a rotolarsi sul fondo scuro, quasi due metri più in basso. Mi calai giù, strusciando prima la pancia e poi la faccia nel terriccio sverginato del giardino. Riuscii a separarle, e fu quando mi rialzai in piedi che li vidi. Stavano proprio sotto di noi, a pochi centimetri, verso la parte più profonda della fossa. Bianchi come rami secchi. C’erano cocci, scuri, quasi tutti già in frantumi. I femori e le costole invece erano chiaramente riconoscibili, così come naturalmente il cranio, schiacciato da millenni di terra sopra di lui. Ci muovemmo piano, non so se arretrammo o ci avvicinammo, ma nel silenzio improvviso tutto pareva frusciare e brillare, in quella tomba antica, come se i raggi della luna potessero in qualche modo riscaldare le ossa e la terracotta e farli scricchiolare sommessamente nell’aria umida della notte.

Il giorno successivo né Monica né Serena si fecero vive. C’era un silenzio assoluto dall’altra parte dello specchio, o così lo ricordo ora che la parte della palazzina che fu di mio zio mi si fa sempre più estranea e sfuggente. Il pilota e la moglie erano partiti per il paese di lei, dove sarebbero rimasti fino a dopo il parto. Mio zio, mi dissero, aveva da fare in città e sarebbe stato fuori fino a sera. Quando uscii in giardino vidi che mia nonna stava stendendo i panni in balcone. Mia madre, lì di fianco, versava il caffè nelle tazzine mentre le diceva qualcosa. Ridevano entrambe. Sul prato, vicino alla piscina, c’erano mio padre e mio nonno. Esitavo ad avvicinarmi, ma quando mio padre mi poggiò una mano sulle spalle trovai il coraggio e guardai giù nella fossa.

Non voglio parlare di terra e di radici, non so che senso avrebbe. Mio nonno morì d’infarto pochi anni dopo essersi trasferito nella casa nuova. Mio zio è vissuto molto di più, sempre solo lassù nel suo attico dall’altra parte dello specchio, e quando è morto non ha lasciato nomi sugli alberi. Il far west piccolo borghese ora è compiutamente una zona residenziale, simile a decine di altre che infiorano il Grande Raccordo Anulare. Però ora che anche mia nonna s’è spenta in silenzio, dopo anni di immobilità, non posso fare a meno di pensare a mia madre, così simile e così diversa da lei com’era a quei tempi, e a mio padre, solido e schivo. Penso a Monica, che non vedo da anni, alla figlia che mi hanno detto abbia avuto a esattamente nove mesi di distanza dalla figlia di Serena, alla voragine invisibile di Malagrotta e alla piscina, il cui fondo, quella mattina, era già perfettamente grigio e liscio. Quando mi affacciai sulla fossa, i gemelli calabresi stavano finendo di stendere il cemento. Il motore e il filtro sono già istallati, bisbigliò mio nonno sporgendosi verso il mio orecchio, tra una settimana il primo tuffo!

 

No Comments

Post A Comment