13 Nov MAMBO di Alejandra Moffat. L’immaginazione come forma di sopravvivenza
Di Muriel Pavoni
L’infanzia è un periodo intenso e visionario, un tempo che si contrae sotto la spinta di intuizioni, emozioni, scoperte, un tempo che invece si dilata quando l’esperienza della noia prende il sopravvento: l’infanzia e i suoi interminabili pomeriggi di giochi solitari, inventati per ingannare il tempo. Un periodo che poi, più avanti nella vita, si ricorderà in chiave nostalgica, nella rimozione degli strappi e della violenza, che pure sono parte di un ciclo troppo spesso idealizzato.
E di violenza parla “MAMBO”, secondo romanzo di Alejandra Moffat, finalista nel 2023 al Premio Migliori Opere Letterarie assegnato dal Ministero delle Culture e delle Arti del Cile.
L’autrice ha esordito con la scrittura teatrale. Poi è approdata al cinema. Si avverte nella sua scrittura un’attenzione alle immagini e ai dialoghi che svelano e nascondono, non sono mai gratuiti e che sanno portare avanti, con moltissima grazia, la narrazione.
“MAMBO” racconta una storia terribile, quella di una famiglia di dissidenti finita sotto il mirino della dittatura di Pinochet. La voce narrante è quella di Ana, la figlia più piccola che cerca di capire, fin dalle prime pagine, attraverso uno sguardo pieno d’incanto e di meraviglia, quella enormità che la circonda. Ana esplora il suo piccolo squarcio di mondo, costituito dalla sorella più grande Julia, Monica l’amica di famiglia, che si occupa di loro mentre i genitori sono impegnati, una madre che si chiude troppo spesso in bagno a fumare, che confabula con Monica, riceve strane buste e disegna mappe durante le passeggiate nel bosco, un padre che abbozza animali sul suo inseparabile taccuino. Ana usa il gioco per capire, compie riti misteriosi, per imitazione, dinanzi alle operazioni incomprensibili compiute dagli adulti. Julia invece assume via via una maggiore consapevolezza di quello che accade attorno a loro. Come spesso succede nella mente dei bambini si uniscono i puntini, l’inesplicabile trova una soluzione attraverso la fantasia.
La casa nascosta nel bosco, il dover cambiare repentinamente abitazione, l’isolamento, la frequenza a singhiozzo della scuola, i comportamenti enigmatici dei genitori, sono dei segnali che la mente curiosa delle ragazzine trasfigura attraverso un filtro ludico. Le sorelle inventano giochi, si concentrano sul lato oscuro di tutta una serie di atti incomprensibili di cui sono testimoni e si costruiscono un universo magico in cui muoversi secondo regole altre, uno spazio di giochi che per via imitativa ricalca le azioni imponderabili dei genitori costretti in clandestinità.
E così, a poco a poco, sotto i nostri occhi si svelano fatti che dapprima s’intuiscono, poi diventano drammaticamente chiari e sempre più terribili in relazione allo sguardo fanciullesco e alla semplicità con cui l’orrore emerge dal gioco e dal quotidiano. Con naturalezza ma anche con una certa angoscia, che cresce fino alle rivelazioni, molto ben annunciate e molto ben centellinate, si sviluppa la presa di coscienza del lettore assieme a quella della protagonista.
Il titolo stesso è sintomo di questo andamento giocoso e tragico, infatti non si fa riferimento al ballo, la parola è un acronimo dei nomi (falsi) dei componenti della famiglia, falsi perché costretti alla clandestinità. Come tutto il resto, pure il dover occultare la propria identità diventa gioco segreto da condividere solamente coi propri cari, azione magica capace di produrre significati e conseguenze.
“MAMBO” è un romanzo che oscilla tra una grazia fanciullesca e una forza tragica irruenta. “MAMBO” sa stare nello sguardo dei bambini senza risultare mai forzato, senza che una battuta o un’azione suonino come il simulacro di quell’infanzia che è centrale e riesce a restare in equilibrio dentro lo sforzo di una famiglia di proteggerla, senza però abbandonare i propri ideali. Infatti in questo romanzo si parla di amore, di legami e della solidità delle idee, della possibilità di mantener fede a ciò in cui si crede senza accantonare gli affetti. Del regime si parla pochissimo, eppure aleggia, minaccia, prevale il senso di protezione che la famiglia ostinatamente tiene in piedi, ma è attraverso le incertezze, i vuoti, i tanti punti interrogativi, che si inizia a cogliere quel che scorre sottotraccia, in questo modo si gioca il fascino di una narrazione che sa svelarsi abilmente.
La voce di Ana usa un lessico semplice, quello dei bambini, procede in maniera ritmata attraverso frasi brevi, piccole rivelazioni, epifanie, scoperte. Noi restiamo affascinati e spaventati dalla bellezza e dalla crudeltà che avanzano in parallelo senza che una prevarichi sull’altra. Resta fino alla fine il dubbio di quanto le bambine abbiano intuito, da subito, ma non importa, quel che conta è che il loro sguardo c’insegna a osservare le cose al di là dei pregiudizi, come se le si vedesse per la prima volta.
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