01 Nov Nel tempo sospeso del viaggio. Una lettura parziale di “Vivere e Morire. Una rapsodia etnografica” di Stefano Montes
di Domenico Conoscenti

16.00. Sferraglia, il treno sferraglia, mentre il mio ‘io’ sprofonda sul sedile, risucchiato, dal basso, da piedi molli e pesanti, dalla gravità del mondo in rotta con il mio ‘io’ in assetto di battaglia con se stesso, con le emozioni, con i flussi di pensiero. Dal finestrino, il verde della campagna rutilante mi assorbe e mi distrae.[Incipit, p. 19]
Il modo di concepire, di interpretare la morte, il lutto e una reincarnazione animale, dei Kwakiutl, nativi del nord-est della Columbia Britannica, è la prima associazione (scaturita dalla vista del panino alla sua destra) che scatta nella mente vigile e turbata di “io”, sul treno che lo sta portando da Catania a Palermo, in seguito alla notizia della morte imminente di un congiunto. L’ultima associazione a emergere, cinquanta pagine dopo, nel flusso dei suoi pensieri è quella dei Manuš, comunità − sulle quali ha scritto più volte Patrick Williams −sparse soprattutto nella Francia centrale, che bruciano, distruggono o vendono tutti gli oggetti dei defunti, proibendosi qualunque discorso su di loro. I riferimenti ai Kwakiutl, di cui si sono occupati vari antropologi dagli anni ’30 fino al ‘99, torneranno più volte, insieme ad altri, differenti gruppi che si affacciano nel testo col procedere della lettura (e del viaggio), richiamati in tempo reale dalle libere associazioni dell’autore-protagonista mentre comincia a sperimentare in sé il lutto in tutte le sue componenti: emotive, razionali, corporee, culturali…Ma Vivere e morire. Una rapsodia etnografica non intende porsi come un compendio, una rassegna sul tema sintetizzato nei due verbi del titolo attraverso le società “studiate” da etno-antropologi nel corso, più o meno, di un secolo a oggi né limitarsi a un confronto anche teorico con le autorevoli voci di alcuni di loro. C’è molto di più, in questo saggio anomalo, diaristico, a suo modo autobiografico, fra cui il piglio sperimentale, avvertibile del resto fin dall’incipit sopra riportato, con un autore che mette in gioco sé stesso, il proprio corpo e la propria soggettività.
Nelle ultime pagine, giunto ormai a Palermo, dopo aver fatto visita allo zio, l’autore-protagonista si ritira in casa e decide di trasformare gli appunti presi in treno in una vera e propria etnografia, delineando sinteticamente il metodo seguito nello scrivere quanto, di fatto, abbiamo appena letto fin lì:
23.45. […] Io so già che privilegerò la connessione tra la vita e la morte in un contesto non esotizzante. So già che produrrò una auto-etnografia. Desidero partire dal mio stesso coinvolgimento. Desidero svuotarmi e riempirmi di me stesso e degli altri, dei contesti e dei testi che mi tornano in mente per libere associazioni. [p. 68]
Le libere associazioni integrano e precisano i flussi di pensiero citati nell’incipit sopra riportato e presenti entrambi come parte necessaria nel metodo scelto. Il riferimento è, vi si accenna apertamente, lo stream of consciousness dell’Ulisse di Joyce, adoperato come strumento di conoscenza, di pensiero, di… registrazione del reale, e basato sulle libere (casuali?) associazioni, appunto, che si avvicendano nella mente nostro malgrado, come le immagini sui finestrini, in base a connessioni immediate, autonome, qui però rese in forma distesa e discorsiva – spiegando, ad esempio, perché dalla vista del panino scaturisca l’associazione ai riti dei Kwakiutl − a differenza del registro espressivo formale e letterario, denso talvolta fino alla cripticità, dello scrittore irlandese. Ma tutto il saggio, per quanto puntuale e intrigante, è scritto in maniera scorrevole, fruibile anche da un lettore… pocoaccademico, cui sono risparmiate, in favore della fluidità della lettura, le note bibliografiche nel corpo testuale, sostituite da indicazioni essenziali e da una bibliografia non sterminata. Un’auto-etnografia in cui l’autore-antropologo è soggetto e al tempo stesso oggetto di studio, e dove la possibile “riflessione” insita in questa scelta ha anche il senso di una lucida osservazione dei processi conoscitivi in corso (in movimento), esplicitamente e di continuo rimessi a fuoco, grazie anche ai riconoscibili interessi semiotici, filosofici, linguisticidell’autore e alla conoscenza teoretica ed epistemologica della disciplina. Un aspetto metodologico sul quale, da non addetto ai lavori, non mi soffermerò, lasciando questo compito ai colleghi dell’autore (si veda ad es. l’articolo di Alessandro D’Amato Oltre la soglia del vivere e morire. Antropologia del lutto ed etnografia del sé, in Dialoghi Mediterranei, n. 71, gennaio 2025: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/oltre-la-soglia-del-vivere-e-morire-antropologia-del-lutto-ed-etnografia-del-se/), e proseguendo invece con l’approccio già avviato di ex insegnante di materie letterarie e di lettore (e a volte autore) di testi narrativi.

Paul Delvaux – “La gare forestière”
L’originalità dell’impostazione emerge del resto nella Prefazione già per il fatto che il nome di T. S. Eliot sia fra i primi due a essere citati come punto di riferimento (l’altro, meno inaspettato, è quello dell’antropologo Renato Rosaldo), tanto che a una sua poesia, Rapsodia su una notte di vento, Montes attinge per il sottotitolo del saggio. Vi si racconta-descrive con un linguaggio simbolico ed evocativo l’allucinata passeggiata notturna di un uomo per le vie cittadine fino all’ingresso in casa. Circoscritta nell’arco di quattro ore, è la sconsolata, visionaria riflessione sull’esistenza di un’anonima voce che talvolta adopera “io”, basandosi su ciò che “vede” e su quanto “ascolta” dai lampioni incrociati lungo il percorso. In particolare, chiarisce più avanti Montes, la Rapsodia del poeta americano, marcata da cinque indicazioni temporali (mezzanotte, l’una e mezza, le due e mezza, le tre e mezza, le quattro),gli ha suggerito l’idea di una scansione oraria, ben più minuziosa e dilatata, con cui organizzare il proprio testo, che difatti si apre altrettanto in medias res. come si è visto nel brano riportato all’inizio. Due spostamenti nel tempo e nello spazio, entrambi “cronometrati”e riportati in ordine rigorosamente cronologico (solo un paio di… trasgressive, inevitabilianalessi in quello più recente), e il cui tragitto coincide con un percorso interiore fortemente soggettivo, esistenziale, ma anche implicitamente collettivo, sociale, un’esperienza che può riguardare tutti, come accade nell’incipit con cui si apre un ben più noto viaggio: Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita.
Scandito da indicazioni orarie irregolari (16.00, 16.16, 16.31, 16.32…) e senza soluzione di continuità, il testo procede “sul treno” fino alle 17.45, spostandosi dalle 18.30 a Palermo, in auto con la moglie del protagonista-autore, venuta a prenderlo alla stazione einsieme alla quale si reca a casa del parente in fin di vita, poi, dopo un breve, implicito stacco orario, raggiunge la casa del protagonista il quale dalle 23.45 fino alle 03.00 si mette al computer a scrivere. Dopo l’unica, vera ellissi temporale delle sei ore successive, il testo si riapre (nel capitolo conclusivo) alle 09.00 del giorno seguente, con un’apostrofe al lettore (Quello che leggete, cari lettori, è il risultato di una notte che ho trascorso, insonne a trascrivere…) in cui, nel riprendere stavolta compiutamente, esaurientemente, le scelte metodologiche e operative seguite, lascia cadere quasi en passant la notizia della morte dello zio, avvenuta alle tre in punto, in tacita coincidenza – neutra, o magicamente meta–letteraria che sia – con la fine della stesura testuale.
In sintesi: il viaggio fisico di “io” nello spazio e nel tempo si compie su un treno, poi –approdato nella sua città – in auto, nel palazzo e nell’appartamento dello zio. Quest’ultimo spazio, per quanto circoscritto anche nella durata, è particolarmente interessante perché solo qui il protagonista-autore ha modo di esercitare il proprio sguardo “in contesto” fra (e su) persone reali e presenti lì, per la stessa, triste, occasione (sapremo, in chiusura, della sua intenzione di non partecipare al funerale e all’inumazione). Il movimento cessa pressoché del tutto nelle ultime pagine, con l’ingresso in casa propria (in questo, coincidendo col finale della Rapsodia di Eliot), il tutto racchiuso in un arco temporale complessivo di circa diciassette ore. Benché il numero delle ore in treno coincida, grosso modo, con quello (forse di poco inferiore) delle ore trascorse a Palermo e centrate sulla visita allo zio, a occupare lo spazio più esteso della scrittura è il primo blocco: quaranta pagine, il doppio circa, delle restanti diciotto in cui rientrano peraltro anche le ore successive, fisicamente statiche, e che tuttavia ripercorrono nella scrittura l’intero viaggio. Anche la scrittura come movimento,come percorso in sé, ha una sua tradizione, si pensi al cosiddetto indovinello veronese: se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen / seminaba.
Il viaggio in treno in effetti, a differenza di altri tipi di spostamento, presenta la peculiare caratteristica di consentire alla mente una libertà di movimento pressoché totale, sciogliendola da prestazioni o incombenze necessarie per la salvaguardia di sé o degli altri. Anzi, si potrebbe proprio dire che favorisca, che stimoli tale libertà, in una sorta di sovrapposizione, di coincidenza quasi perfetta tra viaggio fisico (pur restando il corpo fermonello spazio circoscritto del vagone) e viaggio mentale. Nel testo di Montes, il treno in movimento, “correlativo oggettivo” del vivere, è anche, simultaneamente, luogo e momento di riflessione, di discorso sul morire: termini, più che in scontata opposizione, in inscindibile, mutua relazione e definizione. All’effetto sonoro dello sferragliare ritmico, quasi ipnotico sulle rotaie si aggiunge lo scorrere vario e cangiante (difficile o impossibile in gran parte del viaggio in nave o in aereo) della realtà esterna, ridotta a visione in movimento sullo schermo del finestrino. E sulle molteplici accezioni di “schermo” (fra le parole-chiave, come “soglia”,riprese e risemantizzate più volte nel corso della scrittura), in dialogo con le riflessioni di Tobie Nathan si affacciano alla mente dell’autore anche i versi montaliani di Forse un mattino andando in un’aria di vetro.
Relegando all’arrivo, al di fuori di sé, la propria finalità, il viaggio in treno (ma direi il viaggio tout court, con pochissime eccezioni) segna di fatto una pausa, una sospensione nella concatenazione degli eventi (scelti e/o accettati e/o subìti) che formano la vita di ciascuno.Così, il correlativo oggettivo del vivere risulta fortemente impregnato del senso dell’attesa: l’attesa dell’arrivo − quando l’ordinaria esistenza potrà riprendere o proseguire il suo corso −oppure dell’approdo alla stazione definitiva. In quella sospensione possono tuttavia prodursi dei mutamenti, secondo Pirandello, che declina in senso simbolico i concetti di vita e di morte. Presente in più di un’opera, in alcune delle novelle in particolare, il treno rappresenta infatti proprio il luogo-momento della sospensione di un’esistenza che si scopre alienata, sclerotizzata in ruoli soffocanti, che il personaggio intuisce solo allora come una forma morta, esterna, in cui non si riconosce più, o non si è mai riconosciuto, in antitesi al fluire della vita, di un’altra vita, la sua vera e virtuale, mai conosciuta:
Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato. Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è più in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla, e morremmo ogni giorno di più in essa, che è già per sé una morte, senza conoscerla. Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi è morire [La carriola, in Novelle per un anno]

L’auto-etnografia di Montes attinge il proprio materiale, come si è compreso, non soltanto, dal corpus testuale dell’antropologia, ma anche dalla letteratura, dalla semiotica, dalla filosofia, dalla linguistica… in un approccio aperto e multidisciplinare, invitando implicitamente il lettore a partecipare a questo procedere spontaneo. Continuando ad affiancarmi all’autore nelle sue libere associazioni, aggiungerei altresì il, più diretto in tal senso, anzi, paradigmatico Congedo del viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni: Amici, credo che sia / meglio per me cominciare / a tirar giù la valigia. / Anche se non so bene l’ora / d’arrivo, e neppure / conosca quali stazioni / precedano la mia […]. Invece, all’Eliot della Rapsodia di cui si è detto, al Paul Éluard dell’isolato distico “Chilometri di secondi / Per ricercare la morte esatta” che surrealisticamente ma efficacemente misura il tragitto dello spazio esistenziale in unità di tempo, allo schermo che cancella l’epifania, il miracolo, del Montale di Forse un mattino, aggiungerei, fra i non-antropologi citati dall’autore, Oliver Sacks, per la testimonianza serena, di gratitudine per ciò che ha vissuto, per la vita che sta per lasciare: una reazione meno frequente direi (nelle moderne, laicizzate società occidentali), forse rara, non so, eppure possibile, in confronto ai sentimenti più ricorrenti di paura o di rabbia. Una gratitudine molto simile a quella espressa negli ultimi scritti di Nino Gennaro, nei quali il poeta e attivista, morto di AIDS nel 1995, celebra l’amicizia come un legame di fratellanza al di là del tempo e dello spazio, e la gioia della lotta comune per un mondo più libero e umano.
Giunto alla sua conclusione, il viaggio-discorso sul vivere e morire, avvenuto (quasi) in presa diretta sotto i nostri occhi, interiore ma non solipsistico, provvisorio e perennemente riformulato, si congeda con queste non cerimoniose, ma persuasive parole, aperte a ulteriori contributi dei lettori:
09.00. […] un’etnografia – a maggior ragione un’auto-etnografia – dice sempre qualcosa di più di quello che il suo autore intendeva dire all’origine. Questo è – al di là dell’efficace resa del dettaglio – il vero pregio di un’etnografia: proporre intrecci di voci non necessariamente consonanti e non intenzionalmente sviluppate in un solo e unico senso.

Bill Viola – “The Crossing”
Riferimenti bibliografici
Stefano Montes, Vivere e morire. Una rapsodia etnografica, Il Sileno, 2024
Luigi Pirandello, Novelle per un anno, Meridiani Mondadori, 1996
Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Garzanti, 2016
Nino Gennaro e Massimo Verdastro, Caro amico ti scrivevo. Lettere 1991-1995, Edizioni Fotolibri Gubbio, 2025
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