31 Ott Pensieri e vita di Marco Aurelio
di Ugo Morelli
“Nel suo allungarsi, il poema si va allontanando
dalla propria fine e la sua stessa fine sopraggiunge
inaspettata, suona come un inizio”
[Osip E. Mandel’stam]

Walter Benjamin chiamava intuizione la percezione della necessità di un contenuto di farsi avvertibile – farsi avvertibile, non essere conosciuto. L’avvertibile mostra una sua peculiare fecondità, e non solo come preliminare al conosciuto e neppure al conoscibile. Ha una sua dimensione specifica l’avvertibile. Riuscire a vivere l’avvertibile senza ridurlo a premessa del conosciuto è fermare il tempo in uno spazio che cattura vette di sensibilità di particolare levatura. Non sono molte le vie per cercare il modo di sostare nell’avvertibile senza sprecarlo in aporie realizzative. Una l’ha indicata Marco Aurelio col suo “principio dirigente”. Un esercizio analizzato con acuta maestria filosofica da Luca Mori in Come uno scoglio nella tempesta. Pensieri e vita di Marco Aurelio, Mimesis, Milano-Udine 2025.
Pensieri e vita perché in Marco Aurelio come in pochi altri le due dimensioni, quella del pensare e del vivere, sono inscindibili. Come si possa fare a non “tingersi metaforicamente di porpora, per il solo fatto di indossarla”, è una questione che conduce al limite delle possibilità umane di governare e dirigere le proprie emozioni. “Le strade per arrivare alla formulazione di questo principio sono molte.”, scrive Mori, “Una passa attraverso la considerazione che ognuno di noi emerge dalla sostanza universale come configurazione temporanea e sempre cangiante, relativamente persistente, inesorabilmente destinata a svanire nella matrice da cui ha preso forma e da cui trae nutrimento finché può” [p. 18].
Da quella configurazione temporanea può nascere un senso del limite. A saperlo cercare e riconoscere può concorrere l’esercizio filosofico come stile esistenziale e di pensiero. All’esercizio, la ricerca di Luca Mori ha dedicato e dedica tempo e investimento. Un esercizio che richiama il proposito filosofico di Ludwig Wittgenstein, quando parla della propria indagine e la volge alla distruzione di “tutti gli edifici, lasciandosi dietro soltanto rottami e calcinacci… Ma quelli che distruggiamo”, continua Wittgenstein, “sono soltanto edifici di cartapesta, e distruggendoli sgombriamo il terreno del linguaggio sul quale essi sorgevano” [Ricerche Filosofiche, Einaudi, Torino 1974; I, § 118].

La filosofia come vita, come movimento di pensiero [Denkbewegung], esercizio [Askesis], volta più che alla spiegazione [Erklärung], alla chiarificazione [Klärung]. Il mondo e la vita accadono, non sono. “Non ci sono leggi causali che diano la struttura ontologica del mondo;”, scrive Wittgenstein, “le leggi causali non descrivono rapporti necessari tra i fatti, mostrano semmai la struttura del nostro sapere: vale a dire, come mettiamo in forma il mondo attraverso i nostri sistemi di descrizione. Leggi come il principio di ragion sufficiente, etc., parlano della rete, non di ciò che la rete descrive” [Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino 1993; 6.35].
In base a questi orientamenti un esercizio si presenta come un risveglio e un cambiamento che riguarda noi stessi, il nostro atteggiamento, la nostra posizione. Occupandosi di Marco Aurelio, Luca Mori realizza un esercizio con sé stesso mentre analizza il percorso esistenziale di un uomo che ha fatto della vita un esercizio.Mentre, ecco un avverbio che coglie il tempo e il ritmo della riflessione di Mori. Mentre, (dal latino: dum, interim) non designa un tempo, ma un «frattempo», cioè una simultaneità fra due azioni o due tempi, fornendo il senso del divenire, del transeunte di cui l’essere è fatto. Giorgio Agamben, [Quodlibet.it, 14 marzo 2024], in proposito scrive: “Per liberare il nostro pensiero dalle panie che gli impediscono di spiccare il volo è bene innanzitutto abituarlo a non pensare più in sostantivi (che, come il nome stesso inequivocabilmente tradisce, lo imprigionano in quella «sostanza», con la quale una tradizione millenaria ha creduto di poter afferrare l’essere), ma piuttosto (come William James ha suggerito una volta di fare) in preposizioni e magari in avverbi. Che il pensiero, che la mente stessa abbia per così dire carattere non sostanziale, ma avverbiale, è quanto ci ricorda il fatto singolare che nella nostra lingua per formare un avverbio basta unire a un aggettivo il termine «mente»: amorosamente, crudelmente, meravigliosamente”. In un particolare elogio del gerundio, Agamben continua: “Il suo equivalente nei modi verbali è il gerundio, che non è propriamente né un verbo né un nome, ma suppone un verbo o un nome a cui accompagnarsi: «però pur va e in andando ascolta» dice Virgilio a Dante e tutti ricordano la Romagna di Pascoli, «il paese ove, andando, ci accompagna / l’azzurra vision di S. Marino».
Si rifletta a questo tempo speciale, che possiamo pensare solo attraverso un avverbio e un gerundio: non si tratta di un intervallo misurabile fra due tempi, anzi nemmeno di un tempo propriamente si tratta, ma quasi di un luogo immateriale in cui in qualche modo dimoriamo, in una sorta di perennità dimessa e interlocutoria”.
“Il vero pensiero non è quello che deduce e inferisce secondo un prima e un poi: ‘penso, dunque sono’, ma, più sobriamente: ‘mentre penso, sono’. E il tempo che viviamo non è la fuga astratta e affannosa degli inafferrabili istanti:è questo semplice, immobile ‘mentre’, in cui sempre già senza accorgercene siamo – la nostra spicciola eternità, che nessun affranto orologio potrà mai misurare”.

L’inquietudine esistenziale di Marco Aurelio e la sua solitudine, ma anche la sua intensa partecipazione al sistema vivente di cui si sente parte, consentono di cogliere il sentimento di un tempo particolare, quel tempo tutto sommato breve in cui gli dei avevano abbandonato la Terra e gli esseri umani avevano provato a costruirsi su sé stessi e a reggersi sulle proprie gambe. Insomma gli esseri umani avevano provato un inizio, come sempre proviamo un nuovo inizio. In quel caso lo avevano fatto su un piano storico. I poeti ci provano, e spesso ci riescono, su un piano di inquieta e incessante ricerca personale: “Nel suo allungarsi, il poema si va allontanando dalla propria fine e la sua stessa fine sopraggiunge inaspettata, suona come un inizio”, così Osip E. Mandel’stam.
La vita vissuta alla temperatura della sua fine porta alla tensione per cui ogni momento è un inizio. La vita e il pensiero di Marco Aurelio si è svolta ad una temperatura simile e Luca Mori ne dà conto con un’analisi puntuale del suo percorso. Del resto lo stesso Agamben ci consegna parole e pensieri che mostrano come, forse, solo avvicinandosi alla foce il pensiero trovi il suo vero inizio [G. Agamben, Alla foce, Einaudi, Torino 2005].
In principio del suo libro, in un capitolo, il primo, che si intitola Vivere, o del tempo perduto, Agamben scrive: “Che cos’è vivere? Non nel senso in cui questa domanda possa interessare alla scienza, che considera la vita come un oggetto da noi separato, di cui indagare la struttura, le funzioni e i processi e gli organi attraverso i quali essi si attuano. Piuttosto “vivere” come inseparabile dal vivente, per così dire come la sua più intima sensazione, la sensazione di esistere”.
A proposito di Marco Aurelio, Luca Mori sostiene che egli non scrive per pubblicare, né per celebrare se stesso e le proprie imprese. La scrittura, per lui, è innanzitutto un esercizio filosofico per la cura e la padronanza di sé, una ricerca delle condizioni per mantenere la tranquillità dell’animo anche nei momenti difficili e per raggiungere, per quanto possibile, l’imperturbabilità. Se gli esseri umani hanno la tendenza a stare al di sotto delle proprie possibilità, ciò dipende anche dell’evidenza che chi ha compreso di essere una configurazione effimera di elementi non dovrebbe provare un particolare attaccamento né per sé stesso e per la propria vita né per le cose che ha attorno. I principi filosofici, una volta assimilati, possono svolgere una funzione di particolare rilevanza per cercare di essere immuni dal dolore e dalla paura. Aurelio cita come esempio tre versi dell’Iliade (VI, 147-149), dove le stirpi degli esseri umani vengono paragonati a quelle delle foglie, che il vento autunnale diverso a terra e la primavera rigenera: così, delle generazioni umane, l’una cresce mentre l’altra declina. Pur in questo clima, di riconoscimento della finitudine, l’imperatore riconosce, come Mori analizza nel capitolo 3, che nessuno si fa da solo: “esprimere gratitudine, infatti, è un modo per alimentare e rafforzare la consapevolezza di non essersi fatto da solo. Non è cosa da poco per un imperatore: siamo agli antipodi della retorica del self-made man, a cui s’abbandona volentieri chi, avendo avuto successo, s’illude site di essersi costruito da solo”.
Ognuno diviene quel che anche in base agli incontri fatti, agli esempi da cui si lascia influenzare e ai modelli che è in grado di recepire. La documentazione degli incontri con studiosi e filosofi e dei modi in cui Marco Aurelio trae da ognuno di quegli incontri intuizioni e indicazioni per la costruzione di sé, permette di cogliere il bricolage mediante il quale emerge la capacità di perseguire nella vita due obiettivi cruciali e ambiziosi come l’impassibilità e l’imperturbabilità, ovvero l’arte di cogliere di disporre in ordine con perspicace con metodo i principi indispensabili per la vita. Occupandosi dell’incontro di Marco Aurelio con la filosofia, Luca Mori rilascia un’analogia tra la vita e la navigazione che merita di essere citata per intero:
“La vita è paragonabile alla navigazione. Nasciamo, senza avere deciso dove né quando, e ci troviamo nel bel mezzo del fluire degli eventi. Attorno ai le acque possono essere calme o agitate, il cielo può essere sereno coperto, e le condizioni atmosferiche cambiano giorno dopo giorno, a volte ora dopo ora: non è il nostro potere decidere la direzione e la forza dei venti, ne possiamo controllare il moto delle onde o evitare l’addensarsi delle nubi all’orizzonte. Ciò che possiamo fare è curare ed usare al meglio la nostra imbarcazione, dotandoci del necessario per navigare, dirigendo bene il timone anche con il vento contrario e in acque agitate, tenendo a portata di mano una buona mappa, se possibile con buoni compagni di viaggio.”
Nello stile di vita di Marco Aurelio, la filosofia che egli incontra e coltiva non consiste in un sapere puramente teorico, ma è arte di vivere e medicina dell’animo. Essa richiede di affrontare contemporaneamente due domande: come stanno effettivamente le cose? Come dovrei vivere? Queste due domande sono correlate, poiché per dare una risposta corretta alla seconda occorre comprender la natura della realtà che ci circonda, in quanto il modo in cui si rappresentiamo la natura delle cose incide sulle nostre scelte e sulle nostre azioni. Luca Mori ricorda che era stato Socrate il primo a sollevare l’esigenza di mettere a punto un’arte (téchne) per prendersi cura di sé a partire dalla necessità di conoscere sé stessi. Per Socrate, il “sé stesso” da conoscere da curare è la propria psyché, con i suoi moti, le forze e le tensioni che la abitano e le sue caratteristiche capacità, sapendo che viviamo in balia del caso, come aveva già riconosciuto il grande legislatore Solone. La questione degli esercizi filosofici per giungere a sé stessi e in particolare la ricerca dell’impassibilità e dell’imperturbabilità pongono una domanda: conducono gli esercizi ad una sorta di insensibilità? Mori sostiene che certamente si verifica una modificazione progressiva della sensibilità ordinaria, cioè le cose gli eventi si “sentono” senza però risentirne, cioè senza esserne scossi, esaltati o turbati. Si potrebbe anche dire, però, che chi compie gli esercizi filosofici coltiva in sé una nuova diversa sensibilità, connessa ad un nuovo modo di rappresentarsi le cose. Chi tiene presente la mortalità delle persone care potrebbe essere più pronto a vivere con attenzione e ad apprezzare il tempo passato con loro, l’unico tempo davvero disponibile, che è sempre il tempo presente. Essere presentisti era un’espressione costantemente proposta da Luigi Pagliarani. Dopo un capitolo dedicato allo stoicismo a Roma, all’influenza esercitata da quell’orientamento filosofico su Marco Aurelio, e dopo aver fatto un affondo sul modo di esercitare il potere, essendo Cesare senza cesarizzarsi, Luca Mori prende la strada della valorizzazione di un aspetto, la finitudine, o non persistenza, con particolare attenzione alla transitorietà delle cose, per giungere ad evidenziare la rilevanza del senso del divenire, in modo da approfondire altri aspetti della straordinaria esperienza dell’imperatore, ma allo stesso tempo parlare a sé stesso e a noi in questo nostro presente. Pur giungendo al vertice dell’impero, allora capitale del mondo, Marco Aurelio ricorda a sé stesso che la terra nel suo insieme è soltanto un punto nel cosmo e che ognuno, dovunque abiti, vive in un cantuccio del nostro pianeta, ossia in una piccolissima porzione di un piccolo punto dell’universo. Così il desiderio di gloria trova un potente antidoto nel pensare alla rapidità con cui tutto cade nell’oblio e nel considerare “l’abisso del tempo infinito che si apre dall’una e dall’altra parte dell’esistenza, la vanità degli echi della fama, l’incostanza e la sconsideratezza di chi sembra distribuire le lodi e i limiti angusti dello spazio in cui questa fama è circoscritta” [Marco Aurelio, Scritti, Utet, Torino 1984; Pensieri, IV, 3].
Nella vita umana, la durata è un punto ed è importante pensare alla velocità con la quale passano e si dileguano le cose che esistono e che nascono. “Ogni cosa materiale in un attimo svanisce nella sostanza universale, in un attimo ogni cosa viene riassorbita nella ragione universale, in un attimo il ricordo di ogni cosa è sepolto nell’eternità” [Pensieri, VII, 10]. Questa radicale correzione del modo ordinario di rappresentarsi la realtà, scrive Luca Mori, è necessaria terapeutica perché permette non solo di vedere le cose come effettivamente sono, ma anche perché – grazie a questo nuovo modo di vedere – incide sul modo di vivere, regolando i moti della psiche rispetto a ciò che è effimero: altrimenti, “tu cerchi di evitare e insegui ogni cosa come se fosse eterna” [Pensieri, X, 19]. Allora l’esercizio filosofico, come si può vedere nella scheda degli esercizi di Marco Aurelio che Luca Mori riprende e illustra, può condurre la consapevolezza che nessuna trasformazione vada temuta: ègrazie alla trasformazione (metabolé), infatti, che siamo nati, che possiamo nutrirci e cresciamo, che apprendiamo, ci innamoriamo e possiamo diventare genitori. In ragione di questa connessione con il sistema vivente e grazie al fatto che siamo in grado di cambiare parole per cambiare noi stessi, possiamo imparare ad accettare di essere alla fine nuovamente dissolti in quel fluire, nella matrice che genera e al tempo stesso scompone e metabolizza i singoli corpi a cui temporaneamente dà forma.
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