30 Ott Le amiche di Dio. Scritti di mistica femminile di Luisa Muraro
di Ivana Margarese
«Non ho cosa che amo di maggior valore di ciò che
mi manca, perché, se ciò che amo mi appagasse,
scadrei di tanto quanto scarso è il mio amore».
Margherita Porete

«L’Annunciazione che preferisco è quella di Antonello da Messina in un dipinto a olio custodito nel museo di palazzo Abatellis a Palermo. Dice questa storia che una donna di nome Maria, abitante a Nazaret (Palestina), ricevette un giorno la visita di un angelo di nome Gabriele, che le portava un messaggio divino. Nel dipinto di Antonello l’angelo non si vede ma c’è, la donna lo sente che sta aprendo pian piano una porta, da qualche parte che è dentro o fuori di lei, non lo sa e si protegge tutta incrociando le braccia sul seno, già pronta però a riaprirle, come le pagine del libro che stava leggendo». Così scrive Luisa Muraro in Le amiche di Dio. Scritti di mistica femminile, descrivendo lo stato di sospensione e di impreparazione in cui ebbe luogo l’incontro tra Maria e Gabriele. L’impreparazione, osserva Muraro, è essa stessa una risposta: non essere all’altezza e saperlo, e tuttavia starci lo stesso.
Concepire l’infinito, suggerisce, non è riempirsi, ma permettere che altro avvenga passando attraverso di noi, attraverso le nostre mancanze:
«I nostri desideri ci fanno pozzi senza fondo, secchi bucati, e quando ci pare che tutti i passaggi siano otturati, ci buchiamo perfino le vene. Il trucco è tutto nella fedeltà: chi è fedele al suo desiderio fa del suo essere senza fondo un passaggio in altro e un’apertura d’infinito che portano non oltre e al di là, ma proprio qui, dove e come siamo, dove e come non sapevamo di essere e di stare».
Le mistiche a cui si rivolge Muraro hanno saputo incarnare questo varco.
Accanto a Guglielma Boema (Blazena Vilemina), Margherita Porete è una delle figure centrali del suo saggio, in cui la mistica femminile è descritta come una pratica di libertà e una forma di pensiero capace di mettere in crisi le strutture tradizionali di potere, autorità, religione e genere. Porete, secondo Muraro, incarna un modo in cui la soggettività femminile declina la libertà non come autonomia del soggetto isolato, ma come relazione trasformativa con l’altro. In questo senso, la sua esperienza spirituale possiede anche un alto potenziale politico e filosofico.

Nel 1944, a Roma, nella Biblioteca Vaticana, una giovane studiosa — Romana Guarnieri — fece una scoperta: riconobbe nel libro noto come Lo specchio delle anime semplici, di autore anonimo, l’opera perduta per la quale la beghina Margherita detta Porete era stata giudicata eretica e arsa al rogo, nel 1310, a Parigi.
Grazie a questa scoperta, Margherita, da vittima dell’Inquisizione, riemerse come protagonista di un destino che nel suo libro aveva previsto e accettato. Il nome di Margherita fu separato assai presto, già nella sentenza di condanna, dal titolo del libro: la sentenza parlava del testo senza citarne il nome, cosicché, quando i due furono finalmente ricongiunti, si ricreò un contesto che era stato distrutto — intenzionalmente, come sembra — con la loro separazione.
L’assenza delle donne dalla storia è un falso storico, ma di questo falso e di questa ombra sono fatti i nostri libri di storia, e non solo. Lo specchio delle anime semplici è un’opera di filosofia e di teologia scritta in lingua volgare, nata fuori ma non lontano dagli ambienti scolastici e religiosi, all’interno di un movimento laico. L’autrice parla con autorità e competenza, senza dipendere da mediazioni maschili.
In coerenza con quanto teorizza nel libro, Margherita Porete si comportò di fronte all’Inquisizione con piena autonomia rispetto alla verità dogmatica e ai suoi difensori d’ufficio: rifiutò di rinnegare il proprio libro pur di salvarsi. Avrebbe potuto ottenere così la reclusione a vita, sorte che toccò a molte altre donne, ma non lo fece. Il libro è concepito in parte come un dialogo: Margherita vi si rappresenta nel personaggio di Anima e parla anche attraverso Ragione. I due personaggi non trovano mai accordo. La scrittura nasce così da una contraddizione interiore, da una profonda tensione contro coloro che pretendono di parlare di Dio secondo verità. Il racconto del libro parla di due cadute: la prima porta dalle virtù all’amore; la seconda, dall’amore al nulla. I versi in cui l’autrice descrive la liberazione dalle virtù non compresi, le valsero l’accusa di favorire licenziosità e libertinaggio:
«Virtù, io mi congedo da voi per sempre,
il cuore ne avrò più libero e gaio;
servirvi è troppo pesante, io lo so bene.
Un tempo vi diedi il mio cuore, senza riserve,
voi lo sapete ch’ero tutta alla vostra mercé,
vostra schiava ero. Ma ora ne sono liberata […].
Mai fui libera, se non da voi separata.
Partita dai vostri dominii, in pace mi sono trovata» (6, 10-24)
La seconda caduta è propria delle “anime annientate” (âmes anéanties), che hanno superato ogni mediazione tra sé e Dio. Sono anime che hanno rinunciato a ogni possesso, desiderio, volontà e sapere, lasciando che Dio agisca interamente in loro. L’“annientamento” (anéantissement) non è un atto di distruzione, ma un processo di spoliazione e trasformazione: l’anima si svuota di sé per essere interamente abitata dall’Amore divino.
L’anima annientata non scompare: si libera dalle catene del potere, della conoscenza e dell’obbedienza per accedere a una forma altra di esistenza e di sapere. Le dames anéanties rappresentano una politica del non-potere, una modalità del pensiero e dell’azione che non si misura sulla forza, ma sulla relazione e sull’apertura, e offrono uno sguardo che oltrepassa le mete e le misure sociali per sporgersi oltre, per permettere che qualcosa accada.
Scrive Carla Lonzi in Itinerario di riflessione: «Mi piacevano perché erano impegnate in un’avventura invisibile e non sindacabile». Quella che le scrittrici mistiche mettono in parole — per quanto ciò sia possibile — è la verità dell’esperienza, l’autenticità del vivere, in cui Dio diviene un Dio di passaggio: dal chiuso della teologia scientifica, delle dispute scolastiche, delle cerimonie e delle gerarchie, dei canoni e dei trattati, si trasferisce nella relazione d’amore e da lì scorre per il mondo, liberamente e segretamente.
È di questo che parlarono -si domanda Muraro – l’angelo Gabriele e Maria di Nazaret?

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