“Il dio delle genti”, un’intervista a Carola Susani

Di Muriel Pavoni

“Il dio delle genti” è il terzo volume di una trilogia che si apre con “La prima vita di Italo Orlando” e prosegue con “Terrapiena”. Nel primo si parla degli anni ’50 e del petrolio in Sicilia, nel secondo si parla dei movimenti degli anni ’70. Qui la storia parte dagli anni ’80 fino al 2015, e parla di contemporaneità. Il romanzo prende le mosse da una tragedia. All’inizio degli anni 2000 un terremoto fa crollare la palestra comunale di Carrone uccidendo otto bambini tra cui Eugenio, figlio di Giuliano, imprenditore probabilmente coinvolto nella vicenda, proprietario dell’impresa di laterizi che aveva edificato tra le altre cose la palestra. La tragedia investe una comunità e una famiglia, quella di Piera, protagonista e voce narrante del romanzo. Qualcuno sostiene di aver visto tra le macerie Italo Orlando, personaggio che era già apparso a Giuliano verso la metà degli anni ottanta e che compare nei primi due romanzi della trilogia.
Partirei proprio dalla figura di Italo Orlando che entra subito in scena in relazione al crollo, si dice che: “Qualcuno provò a addossargli la colpa del disastro…”
Italo Orlando è tante cose. Potrebbe essere un demone o un salvatore, nel corso della narrazione cambia spesso, come cambia la percezione che si ha di lui. È un essere dal colorito giallognolo, non parla, indicativo è il titolo del capitolo in cui si parla di lui: “L’extraterreste”. L’entrata in scena è significativa, appare a Giuliano cadendo da un albero, e Giuliano in pratica fa un patto con lui. Orlando è anche un personaggio che si trasforma sotto lo sguardo degli altri, che scompare, riappare, aiuta e ostacola; cosa rappresenta e perché questo nome?

Italo Orlando ha un ispiratore illustre, il dio etrusco Tagete, legislatore, che emerge dalla terra ed è un bambino dalla chioma bianca da vecchio. Si trova bene con la tecnica come Efeso. È equivoco, ambivalente come Mercurio, ma è anche più immediatamente un genio della lampada. Viene invocato inconsapevolmente da chi, in accordo con la sua epoca ha uno slancio, un desiderio, lui raccoglie lo slancio, dà solidità al desiderio, ma poi esaudisce in modo storto la promessa, accompagna ogni speranza fino al suo esito, talvolta catastrofico. Lo cercavo, cercavo un personaggio che funzionasse come cartina di tornasole. Nella storia il nome gli viene attribuito per via del figlio di un avvocato Orlando di Marsala che impazzì per via degli studi di ingegneria e di cui si persero le tracce. Di sicuro non è lui, ma il nome gli rimase attaccato. Il nome poi richiama l’Orlando di Virginia Woolf con cui ha in comune l’età che non cambia malgrado si susseguano i decenni. È poi è Italo, racconta una vicenda di speranza e catastrofe italiana. La trilogia è per me uno studio sul cambiamento, sulle sue dinamiche storiche, collettive, familiari, personali che sono strettamente interrelate, Italo e una specie di divinità del cambiamento.

Il nucleo centrale della narrazione va dal crollo della palestra (2002) al presente (2015) con qualche flashback negli anni ’80. La narrazione ha la potenza della tragedia, perché riguarda un lutto collettivo, i disequilibri che comporta all’interno di una famiglia, e una ricerca della verità, quella di Piera. La potenza della storia è mitigata dalla rottura dell’ordine cronologico dei fatti che procedono attraverso piani temporali alternati, come a restituire una nuova dimensione e una visione frammentata al lettore, cui spetta il compito ricostruire; come mai questa scelta?

Raddoppiare i piani temporali mi serviva a dare una chiave a chi legge. Quel presente narrativo è il tempo e il luogo da cui Piera racconta. È un tempo in cui la sua resa è già avvenuta, svuota di epica e eroismo le sue gesta di bambina e soprattutto di adolescente. Sono due momenti, quello epico e quello in minore, quotidiano, che permettono a chi legge di uscire dall’incanto mimetico. Una specie di procedimento brechtiano morbido, che non ha bisogno di giustapporre generi ma soltanto registri. La tragedia è avvenuta, ma è già riassorbita nella sopravvivenza, quella sopravvivenza comunque, a qualunque costo, contro cui Piera si è battuta con tutte le sue forte, contro cui è cresciuta la sua ira che ormai è soffocata.

Piera, protagonista e narratrice, è un personaggio con una particolare sensibilità che la porterà a indagare sulla vicenda, facendo della causa che riguarda i bambini scomparsi nel crollo una vera e propria ragione di vita, che la porterà a compiere un viaggio di trasformazione, oltre che viaggio fisico, arrivando a diventare quasi una sorta di profeta che gira l’Italia e denuncia. Lei è un personaggio bellissimo, portatrice di una verità che la rende unica, a lei ci si affeziona in maniera istintiva e naturale. Piera, in contrasto con molte delle persone che la circondano, porta la coerenza alle estreme conseguenze. Inoltre ha un rapporto con una persona molto più grande di lei, ma nella coppia quella matura è lei. Da dove viene questo bellissimo personaggio?

Intanto grazie. Piera è un’assetata di giustizia, non astratta, concreta, non può lasciare che i morti siano perduti, dimenticati. In lei, come in tutti i personaggi c’è qualcosa di me. Lei è la parte adamantina, che non sa darsi pace, che rifiuta di adeguarsi al mondo per come è, persino di elaborare il lutto. Piera è profetica, nel senso che incarna e manifesta una possibilità che è reale sebbene inattuale. Una possibilità adeguatezza al dato di realtà. È quella che si mette in mezzo, produce l’inciampo, pone la questione dello stare al mondo, in lei ci sono i ragazzi e le ragazze che ho conosciuto. I genitori e gli amici dei genitori di Piera invece sono miei coetanei, parte di me somiglia anche a loro, a coloro che cercano disperatamente di adattarsi alle condizioni in cui si trovano pur di sopravvivere, e se le condizioni sono impossibili pur di sopravvivere si deformano, rifiutando di riconoscere la responsabilità, l’idea stessa che una responsabilità ci sia, perché se ci fosse dovrebbero caricarsela. C’è in loro una vitalità che Piera non può fare a meno di riconoscere e la terrorizza.

La memoria, l’inaffidabilità delle parole e del ricordo sono temi centrali, Piera dichiara spesso di raccontare ma di non sapere esattamente come siano andate le cose, fa continui sforzi di memoria, sperimenta ricordi che si dilatano che scompaiono o che compaiono all’improvviso…

Gli strumenti che abbiamo per conoscere la realtà sono molto deboli. La memoria è labile, la narrazione sempre inaffidabile, determinata dal suo scopo. Ho cercato in questo di essere realistica, costruendo una storia trasparente e assertiva avrei sentito di mentire. Con questi strumenti così poveri Piera cerca di toccare la verità. D’altra parte c’è l’incontrovertibile verità di fatto, i bambini sono morti nel crollo. Ma anche Piera si muove fra la condizione solitaria di chi emette il giudizio e il bisogno di adesione all’identità familiare. Anche lei ha una sete, è sete di essere accolta, sete di pace. Anche lei tesse insieme agli altri il mito di Italo Orlando.

La responsabilità di Giuliano, il cui figlio muore nel crollo, ha a che fare con un probabile giro di mazzette e con la scelta dei materiali con cui sono stati costruiti gli edifici. Qui si evocano i terremoti che hanno investito il nostro paese nel recente passato e tutte le inchieste che hanno rivelato verità inquietanti rispetto al modo di fare affari e chi ne fa le spese. Tu racconti, con un linguaggio poetico ed evocativo, una vicenda che riguarda con la nostra storia, con la faticosa ricostruzione di una tragedia collettiva e una comunità costretta a fare i conti con la morte di bambini innocenti, a trovare colpe e responsabilità, e la mescoli con qualcosa di più profondo che investe il mito. Che rapporto c’è fra fatti storici e rielaborazione narrativa? C’è un fatto reale dal quale prende il passo la storia?

Dietro questo romanzo c’è più di una vicenda, il crollo di una scuola, il crollo di una fabbrica, vicende avvenute negli ultimi vent’anni, che hanno in comune la prossimità fra vittime e colpevoli. Il tema che mi interessa è quello della naturalizzazione dell’azione umana, della caduta della responsabilità. Nel 2005 sono stata a Nuova Huta, in Polonia, eravamo un gruppo di scrittrici e scrittori, siamo stati portati nella fabbrica dismessa e poi su una collina prodotta dai detriti della fabbrica. Ecco l’impressione che ho è che le azioni umane che cambiano il paesaggio, che inquinano il terreno, le falde acquifere, abbiano perso la connotazione di azioni pianificate che portano effetti non voluti o collaterali e che nella percezione collettiva siano diventate azioni cieche, assimilabili alle azioni delle forze, che si possono piangere come sventure anche da chi le ha prodotte, fatti senza più attori. Mi sembra che questo cambiamento nella mentalità dilaghi da tempo e abbia preparato il presente. Per raccontare un cambiamento di questa portata ho sentito il bisogno di fare appello al mito, la figuretta gialla e fatale di Italo.

La città in cui è ambientato il romanzo rappresenta una geografia che richiama lo stereotipo della provincia italiana:
“La valle di Carrone era quieta, alla nostra destra, giù in fondo, sorgevano i palazzi costruiti dal Consorzio. Dall’altro lato, la città vecchia non si vedeva quasi. Oltre il dosso, giù verso il fiume, c’era la fabbrica, che era di nuovo chiusa e finalmente per sempre”.
Carrone è una località del sud Italia, anche gli altri due romanzi della trilogia sono ambientati al sud. Sembra che questi luoghi siano emblematici per raccontare una realtà molto vicina a tutti. Come mai si prendono in esame i luoghi del sud per parlare della storia di una nazione?

È una bella domanda. Ho raccontato il Nord nel viaggio dei bambini e del Raptor in Eravamo bambini abbastanza, ma in quel caso era un Nord attraversato. Qui no, sono proprio questi luoghi che generano la storia. Nel primo libro della Trilogia, la Sicilia è il luogo dove la speranza di un mondo nuovo, attraverso il petrolio, viene da fuori e scuote e poi si vanifica producendo una risacca, vissuta come un abbandono. Poi nel secondo Italo, in Terrapiena, la Sicilia è un crogiolo, l’Italia e il mondo si incontrano lì per immaginare un tempo nuovo. Probabilmente il motivo per cui ho scelto il Sud è perché nel Meridione si incontrano e si scontrano le forze, le contraddizioni e le incongruenze sono evidenti: a Carrone, per esempio, si continua a costruire mentre via via la cittadina si svuota, si spopola. Anche Piera e la madre non abitano più lì.

Forte presenza del sacro nella narrazione, dell’ultraterreno innestato in una realtà che invece è piuttosto concreta. Quale credi che sia la funzione del sacro nella quotidianità? Il titolo è da inquadrare in quest’ottica?

Questo è un libro sulla sete, sul bisogno senza forma, un’arsura che in altri tempi la fede placava. Ognuno dei personaggi ha la sua sete, in ciascuno la sete prende la sua forma, e ognuno di loro chiede a Italo di placarla, e a modo suo Italo si presta. Italo si presenta con delle stranezze che ben si prestano, Italo si fa specchio e risponde, forse più che di sacralità di Italo potremmo parlare della sua sacralizzazione da parte dei personaggi, con tutta l’ambivalenza che si porta dietro il sacro. Certo lui sembra lì apposta, li provoca con la sua stessa esistenza, ma sono loro a fare di lui ciò che vogliono.

La recente storia del nostro paese parla di corruzione, potere, affari sporchi, meno frequente è la letteratura che pratica queste tematiche, la memoria va automaticamente a “Petrolio” di Pasolini, qual è il tuo rapporto con questo romanzo e con gli altri che affrontano questi temi?

A Petrolio ho pensato molto nel concepire la trilogia. Non so se sia stato un dialogo, ma sicuramente un’ombra che mi ha accompagnato. C’è il tentativo di recuperare al romanzo una capacità conoscitiva del presente, avendo presente la storia, utilizzando l’immaginifico, e riattivando il mito, mostrando i corpi e come si trasformano. Ma la violenza nella Trilogia è in minore, il tragico indicato e riassorbito.

La voce dei ragazzi è importante nella tua opera, a loro affidi spesso il compito di raccontare, è loro la prospettiva, come mai questa scelta?

Credo che ci sia nell’infanzia una attitudine filosofica, che all’infanzia tocchi smontare il mondo, capire come funziona per trovare un posto per sé. Il potere, l’identità, i rapporti di forza, la morte sono grandi temi di indagine dell’infanzia. Ma se trovare un posto decente non è possibile, crescendo si manifesta la rabbia che si trasforma in azione, se l’azione è impotente a volte anche in violenza. I bambini e le bambine, gli adolescenti le adolescenti continuano a porre un problema morale.

 

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