28 Ott Storia dei miei peli. In dialogo con Lavinia Mannelli
di Chiara Pasanisi
In un panorama letterario contemporaneo dove tante storie sembrano già essere state raccontate e dove talora l’eterno ritorno dell’eguale pervade le narrazioni, Storia dei miei peli si rivela un’intrigante novità che incuriosisce e appassiona per la sua originalità stilistica e narrativa.
A primo acchito potrebbe sembrare la consueta storia di una giovane donna dal nome mitologico, Lavinia, che a sua volta riflette, a livello più generale, il problema sociale del precariato e gli stili di vita dei giovani di oggi, spesso costretti – loro malgrado – a condividere ancora la casa con i genitori (qui soltanto 49 mq da compartire insieme a una madre sui generis e al cactus Gloria – sì, anche le piante possono avere un nome). Tuttavia, la vicenda, si snoda attraverso dei temi più complessi che facilmente si intersecano tra loro grazie all’agile scrittura di Mannelli che, a tratti, rimanda alla migliore letteratura statunitense del secolo scorso.
E così, la storia di Lavinia, raccontata con intelligente umorismo, porta il lettore ad esplorare il patriarcato, il cyberspazio, il desiderio di autonomia ed autodeterminazione, il body-shaming. In particolare, l’orgoglio femminista di antica memoria del mancato nascondimento dei peli e del libero uso del corpo, diviene, invertendo le aspettative, il fulcro di una vicenda inaspettata e spiazzante che a sua volta si ricollega fortemente alla corporeità nel contesto della contemporanea società dei consumi e dei suoi diktat, che talora assumono la forma di bisogni, desideri, pretesti.
Dopo il bel romanzo d’esordio L’amore è un atto senza importanza, Mannelli si conferma come una voce interessante e mai banale, capace di fotografare una generazione cogliendone contraddizioni e complessità, con uno sguardo mai giudicante e sempre arguto.

Chiara Pasanisi – Com’è nata l’idea di questo libro?
Lavinia Mannelli – Intanto grazie davvero delle parole generose. L’idea di Storia dei miei peli è nata nello stesso modo in cui nasce l’avventura di Lavinia nel romanzo: da una stanchezza accumulata, da scadenze accademiche ingestibili e da un messaggio inaspettato. Nel libro, il messaggio è quello di Daniel85, un feticista di peli che le offre finalmente uno stipendio, ma per aprire un account OnlyFans e vendere i propri peli. Nella mia vita, invece, il messaggio era dell’editor di 66thand2nd, Alessandro Gazoia, che mi chiedeva se avessi in mente un progetto nuovo dopo il mio primo libro, L’amore è un atto senza importanza. Lui immaginava un saggio, io in quel momento ero satura di scrittura saggistica (stavo appunto lavorando alla mia tesi di dottorato), e allora ho deciso di piegare quel materiale in un’altra direzione. Da lì è nata l’idea di un romanzo che fosse allo stesso tempo confessione, riflessione e invenzione: un modo di trasformare la precarietà (mia e di Lavinia) in letteratura, ma con la leggerezza feroce che ti dà la fiction
CP – Quanto le giovani donne di oggi possono rispecchiarsi in Lavinia?
LM – Credo che Lavinia sia uno specchio incrinato per molte e molti. Possiamo riconoscerci nei suoi inciampi più che nei suoi gesti radicali (scegliere di non depilarsi oggi in Italia è ancora una posizione piuttosto radicale, e forse non è nemmeno questo il punto della storia). In questo senso forse appartiene a una genealogia di personaggi femminili fragili e feroci allo stesso tempo, come quelli di Virginie Despentes.
Ma Lavinia è anche una dottoranda precaria: un tipo sociale invisibile nella narrativa e nel discorso politico italiano. Su di lei pesa il taglio sistematico dei fondi alla ricerca, la precarietà strutturale, l’impossibilità di programmare un futuro. Quante si riconoscono in questo? Credo non solo le giovani ricercatrici, ma una generazione intera che ha creduto alla promessa del “se studi, ce la farai” e si è ritrovata senza niente in mano.
CP – In che modo ha scelto i temi da trattare e come li ha intersecati tra loro?
LM – I temi sono quelli che hanno attraversato il mio stesso corpo, e li ho intrecciati così come si intrecciavano nella mia vita: senza ordine gerarchico, spesso in conflitto, sempre sporchi. Sono nodi che tornano nelle varie cose che scrivo e che ritrovo nelle scritture che amo: il rapporto tra desiderio e sopravvivenza, tra politica e intimità, tra la lingua che usiamo e le strutture che ci opprimono. Non c’è stata una scelta “razionale”: c’è stata una resa al groviglio e un tentativo di renderlo digeribile – forse agli altri più che a me stessa.
CP – È coraggioso impiegare la parola “peli” nel titolo e rendere essi co-protagonisti del libro, raccontaci la genesi di questa idea.
LM – Non so se sia coraggioso, ma probabilmente a un certo punto è inevitabile smettere di provare imbarazzo per i peli femminili: come direbbe Lavinia, “sono solo peli!”.
Naturalmente è vero fino a un certo punto, perché questo groviglio (appunto!) stampato in copertina è anche uno dei luoghi dove il privato e il politico collidono in modo più violento e più ridicolo: sono insieme intimità, vergogna, desiderio, cultura, classe, razza, ecologia. La depilazione – così come la sua rappresentazione in un romanzo – non è mai un gesto neutro. Se avessi intitolato il libro “Storia della mia pelle” o “Storia della mia emancipazione economica” sarebbe stato più elegante in un caso e più didascalico nell’altro, ma anche più falso: i peli invece possono essere goffi e scandalosi, poetici e arrabbiati, come spero il libro stesso per chi vorrà leggerlo.
No Comments