“Guarire: la ferita, la pelle, lo spazio, le pratiche”. Un laboratorio palermitano. In dialogo con Gisella Modica

a cura di Ivana Margarese

La guarigione come pratica trasformativa sempre in divenire e necessaria per creare comunità, la quale incide a sua volta sulla guarigione dei singoli corpi: uno scambio corpi/luogo. La pelle è la membrana che permette il passaggio tra dentro e fuori, tra corpo e luogo e si fa ponte col mondo. Se la pelle è ferita il passaggio avviene più rapidamente. La pelle ferita diventa fertile crepa per accogliere semi di possibili nuove vite.  Le cicatrici come le crepe nei luoghi, vanno raccontate, trasformate in storie di resistenza e di compassione.

 

Ivana: Gloria Anzaldúa, in Luce nell’oscurità, scrive che gli eventi traumatici — le lacerazioni (arrebatos) — possono agire come processi iniziatici, spingendoci a ricomporci dopo uno smembramento (coyolxauhqui). Vorrei partire da qui per seguire il filo che, attraverso esperienze intime, dolorose o di scoperta, e momenti di condivisione, ha dato avvio al percorso che ti ha condotto a ideare e curare il laboratorio “Guarire: la ferita, la pelle, lo spazio, le pratiche”, realizzato quest’anno a Palermo. Mi racconti com’è nato questo progetto?

Gisella: L’evento traumatico è stato la morte di mia madre avvenuta in modo molto sofferto. Mi sentivo a pezzi. Vulnerabile. Disorientata. Nel mezzo di quel dolore insopportabile mi sorprese il bisogno, mai prima di allora provato, di entrare in una chiesa. Mi sedetti sull’ultima panca e mi ritrovai a parlare a voce bassa con mia madre, come fosse seduta accanto. Quel luogo sacro mi infondeva pace, mi suscitava, oserei dire, un sentimento gioioso che mi dava forza per contenere il dolore. Mi aiutava quel sentirmi partecipe di un rito insieme a una comunità di gente sconosciuta; l’ascolto delle preghiere a voce alta.
Mi sono interrogata su quell’effetto benefico, sul bisogno di comunicare con entità non visibili. Nuovi stati d’animo mi hanno spinta alla ricerca di nuove mappe affettive, nuovi posizionamenti. Quando cerchi, trovi — e ho incontrato le amiche di Compost (il nome è ispirato al Fare compost di Haraway), diverse per età e per professionalità che le portano in giro per il mondo, ma che periodicamente s’incontrano online per condividere la lettura a voce alta di un libro.

Con loro ho condiviso Luce nell’oscurità di Gloria Anzaldúa, un testo che si è rivelato un collante per ricomporre i pezzi. Centrale è il tema della guarigione, delle ferite, del dolore. Ho imparato che guarire è anzitutto un processo di conoscenza (conocimientos) e di trasformazione, dunque creativo, e che il collante è l’atto di immaginare: saper dialogare con le immagini interiori. Come nel processo di scrittura, di per sé guaritrice. Guaritrice è anche la capacità di trasformare le ferite in cicatrici, segni sul corpo, simili a storie che vanno raccontate. Ho imparato che non esiste guarigione personale senza trasformazione della comunità, e viceversa, e che per guarire, così come per scrivere, non delle sole categorie concettuali e di processi mentali devi avvalerti, ma del tuo sentire. Anzaldúa chiama questo sentire Facultad, un concetto complesso che fa riferimento alla sofferenza dei popoli del sud e alla loro capacità di resistenza, che ti permette di vedere, nei fenomeni superficiali, verità più profonde. Ma per guarire devi uscire dal tuo guscio protettivo, accettare di stare nella zona di disagio, di essere disorientata, vulnerabile, come succede appunto dopo un trauma. Devi abbandonare il tuo ego, immaginarti molteplice e incompiuta. Devi rischiare, sporgerti verso l’altro. Devi rivolgere lo sguardo verso il basso, dove dimorano il rimosso, il mostruoso, i fantasmi, entità fragili, poco rassicuranti.
E penso alle creature tentacolari di Haraway e al suo invito a imparare a vivere col danno e coi mostri. Guarire, in fondo, è anche questo. Ho ritrovato la Facultad di cui parla Anzaldúa in un gruppo di donne del quartiere Romagnolo-Sperone che frequentano l’Ecomuseo del Mare Memoria Viva, partecipanti al laboratorio di lettura sulla guarigione.


I: In questo percorso la lettura sembra avere un ruolo centrale, non solo nel laboratorio ma anche nella tua pratica più ampia.
Qual è, per te, il valore della lettura e in che modo si lega ai processi di guarigione e trasformazione che attraversano i tuoi laboratori?

G: Da anni curo laboratori di lettura e narrazione orale, a cui ho dato il titolo “Sulla soglia”, con donne a volte poco scolarizzate, casalinghe o lavoratrici precarie di quartieri periferici. Leggo a voce alta pagine di un libro e aspetto che una parola, un’immagine susciti una risonanza col vissuto di chi ascolta. Da lì, in genere, ha inizio il racconto di una storia personale o collettiva, reale, sognata o immaginata, che va a “innestarsi” nel testo originale dando vita a un meta-testo, una storia dentro la storia, come in un gioco di scatole cinesi, che viene poi rappresentata.
La mia voce, mescolandosi alle voci dei personaggi della storia, riattiva memoria ed emozioni in chi ascolta. L’atto del leggere, come quello dell’ascoltare, è liminale, scrive Paola Zaccaria parlando del libro di Anzaldúa La Frontera. È uno spazio reale, geografico, e insieme metafora, spazio simbolico e interiore, dove il tema della soglia è centrale: punto mediano, instabile, di continua negoziazione tra spazio altrui e spazio proprio. Come la pelle, membrana fra dentro e fuori che separa e al contempo unisce. In questo travalico di confini qualcosa trasmuta, scrive Zaccaria, dando vita a quel movimento di accoglienza, di per sé rivoluzionario, necessario alla trasformazione. A esperienza laboratoriale conclusa, alla mia domanda se fosse cambiato qualcosa dentro, le partecipanti rispondono di non sentirsi più le stesse di prima.
Il laboratorio “Guarire”, nello specifico, si è svolto tra gennaio e aprile, in dodici incontri registrati e filmati, durante i quali ci si è soffermati sui temi che hanno suscitato maggiori rimandi col proprio vissuto – ferita, crepa, dolore, fiducia, preghiera, comunità – tentando risposte a domande del tipo: Cosa significa guarire? A che servono le ferite? Quelle visibili, diventate cicatrici sulla pelle, e quelle invisibili, allocate nell’anima o sottoterra? Che ruolo hanno il luogo geografico e la comunità nella guarigione?
Questi temi venivano “fatti propri” e discussi dalle donne senza alcun disagio, come se facessero parte della normalità del quotidiano, fossero da sempre familiari — perché frutto di esperienza vissuta direttamente o attraverso persone care, o perché derivanti da una concezione “altra” della vita, dove la dimensione del sacro, del non visibile, del possibile e del magico sono molto presenti e radicate.

I: Penso che anche l’incontro con il pensiero e le opere di Maria Occhipinti e Anna Maria Ortese abbia nutrito in te l’ascolto della dimensione dell’inatteso — o, se vogliamo, del sacro, dell’invisibile, di ciò che sfugge a ogni catalogazione. È una dimensione che richiama alla mente i Chiari del bosco di Maria Zambrano, “nulla di determinato, di prefigurato, di risaputo”. Ne hai parlato più volte: ti andrebbe di approfondire questo aspetto?

R: Dicevo che ho riscontrato la Facultad di cui parla Anzaldúa in queste donne che, dal mio punto di vista, le “mette in grado” di resistere a forme di desensibilizzazione oggi imperanti. Le paragono a certe personagge dei romanzi di Lispector, come Macabéa in L’ora della stella, che “non sapeva”, ma questo non sapere era solo in apparenza: “Lei sapeva molte cose”. Possedeva ciò che si chiama “vita interiore”. “Viveva come se si nutrisse delle sue viscere”, scrive Lispector.
Come sono anche certi personaggi di Ortese, il cui pensiero e la cui scrittura ruotano intorno ai concetti di soglia, dolore, guarigione, invisibile, sogno, sacro. O come dimostra la vita vissuta di Occhipinti.
Basandomi sulla mia esperienza anche con donne di altri quartieri, come l’Albergheria e Danisinni, ho provato a individuare alcune di queste “facoltà”, a partire da un sapere e una conoscenza intima, empatica, radicati nel corpo.
Dice Giovanna: “Ci sono delle cose che il mio corpo sente e sa prima che si sono manifestate”. Per non correre il rischio di teorizzazioni gerarchiche, di stampo coloniale, argomenterò servendomi delle loro stesse parole. Dice Katia: “Io mi metto nei panni degli altri, cerco di dare consolazione… ascolto e poi la persona mi dice: sto bene! E ogni volta che mi vede mi riconosce e mi abbraccia”.
C’è in loro un bisogno di trascendenza, di spiritualità che risiede in parte nella convinta fede religiosa — definita “un’esperienza che dà speranza”. Dice ancora Katia: “Io avevo una cugina che aveva l’abitudine di benedirmi ed è una cosa bellissima che dovrebbe tornare di moda… Se io non vado a messa sento come se avessi perso qualcosa. È come se avessi mancato un appuntamento di nutrimento…”.
Ma in parte risiede anche in una naturale predisposizione a credere che la realtà visibile non sia l’unica possibile, “dando credito” così a visioni, miracoli e sogni, senza creare confini netti con la realtà del quotidiano. Dice ancora Katia: “Io sono stata miracolata più di una volta… qualche anno fa ho avuto un sonno surreale, mi sono addormentata per 15 giorni tra vita e sogno… Il prete poi mi ha toccato e sono tornata a vita nuova”. È un bisogno che si accompagna a un sentire fatto di percezioni e intuizioni e che subentra in assenza di difese ideologiche, in presenza di un vissuto che risente di oppressioni individuali e collettive, sperimentate o tramandate, della sensibilità alle ingiustizie e al dolore, ma anche della consapevolezza di essere connessi l’uno all’altro nella ragnatela dell’esistenza. Rosa: “Noi siamo collegati alla terra, all’acqua… noi abbiamo bisogno della natura… noi facciamo parte della terra”. C’è in loro ancora intatta la capacità di stupirsi, di provare meraviglia. Ancora Rosa: “Io sono rimasta metà bambina. Se vado in un negozio vado nel reparto dei giocattoli. Mi piace il mondo dei bambini… sono sinceri, semplici”.
Sulle ferite ci si è a lungo soffermate. C’è la consapevolezza che non si possono eliminare dalla propria vita in quanto contengono anche l’antidoto al veleno che guarisce, ma vanno presto richiuse, trasformate in cicatrici, perché “non puoi crogiolarti nel dolore”, “devi andare avanti nella vita”.
Dice Angela: “La ferita ti offre una storia che poi ti aiuterà ad affrontare altro e crea esperienza… e alla fine sei fiero per quello che hai passato”.
E Giovanna: “Le ferite ti danno una mano ad aiutare gli altri. Quanta gente vedi nuova perché (la ferita) ci mette in condizione di credere e capire la sofferenza degli altri…”.
Tiziana: “Bisogna convivere con le ferite ma non soffermarsi… bisogna sorridere, cercare il bello, un motivo che dia senso alla giornata, che ti fa sentire viva”.
È una visione della vita che potremmo definire, con Zambrano, “attraverso il cuore”. Un “vedere-sentire”, come lo chiama Zamboni, molto vicino allo sguardo “sulla soglia” di Ortese o a quello compassionevole di Occhipinti. C’è in queste scrittrici e in queste donne la presenza di un pensiero non concettuale, che precede la parola, capace di trasformare concetti astratti in storie e in immagini. Così, per esempio, esprime Rosa il concetto di guarigione: “…Noi siamo come un vaso pieno d’acqua; se non ci svuotiamo dei problemi fa il marcio. Quando rimane il marcio, questo rancore è come se una beve Rio azzurro”. Giusi invece lo accosta a un “ex voto”: “L’ex voto è una parte che viene staccata dal corpo: il cuore, la gamba, l’orecchio. A me l’ex voto fa pensare a questo discorso dello smembramento e a coyolxauhqui”.
Storie e immagini che sono state a loro volta “trasmutate” in oggetti portati da casa in cui era raffigurata o materializzata la sofferenza e la speranza di guarigione: una siringa, l’insulina, lo Xanax, la foto della nipote guarita, una borraccia piena d’acqua, un detersivo sgorgante, un ammorbidente, un ex voto, un vaso, la foto di una cicatrice, un frutto, lo specchio in cui Katia si osservava durante la malattia e non si riconosceva. Con questi oggetti, e con altri raccolti alla foce del fiume Oreto e depositati dentro una sorta di “sporta del narratore” — pezzi di vetro, di plastica, erba secca, fiori che la natura continua a donare al luogo — sono stati creati dei piccoli “altari” che raccontavano ciascuno una storia. L’assenza di pensiero immaginale non produce i riti e i miti necessari a creare un ponte tra le persone, tra visibile e invisibile, e utili per la guarigione, ci insegna Ernesto De Martino.

I: Il tema della ferita e della guarigione rimanda anche a una dimensione — se non di fede — di affidamento, e al rapporto con la madre, con le prime figure di cura, con quelle pratiche di condivisione che ci permettono di avvicinarci agli altri.
Che ruolo ha avuto, in questo senso, la partecipazione condivisa all’interno del laboratorio?

G: Il bisogno di affidarsi, di lasciarsi andare, di farsi sostenere, è stato fortemente percepito. C’è stato un affidamento reciproco, una presa in cura collettiva.
Nel gruppo si è instaurata una relazione di fiducia, che ha permesso a ciascuna di esporsi, raccontare, confessare paure, amori, fallimenti, segreti mai detti prima.
Insieme si rideva, si piangeva, ci si ascoltava in modo profondo, si condividevano emozioni. La condivisione è guaritrice. L’ho sperimentato più volte. È la parte più intensa e più vera. È come se, attraverso la parola detta e ascoltata, ci fosse un passaggio energetico capace di trasformare. La sofferenza si sposta, si fa più leggera, perché diventa collettiva.
E poi, c’è l’affidamento a una parola che circola, che non appartiene più a chi la pronuncia ma a chi l’ascolta e la fa propria, come accade nei rituali antichi, nelle preghiere, nei canti popolari, nelle veglie. Nel gruppo questa dimensione del rito è emersa spontaneamente, come se fosse riemersa una memoria arcaica della cura, una sapienza del corpo e dell’anima che passa attraverso la voce, il ritmo, il respiro comune.


I: Hai alle spalle un lungo percorso di attivismo e di laicità, e ti conosco come una persona che tende a volere “toccare con mano” ciò che incontra, a entrarci in connessione quasi fisica. Nel tuo laboratorio si è parlato anche di miracoli: come riesci a conciliare questa dimensione più razionale con l’apertura al mistero e all’invisibile?

G: Con fatica, ma con meraviglia.
Non ho mai creduto nei miracoli in senso religioso, ma da quando è morta mia madre ho cominciato a guardare la realtà con occhi diversi. Non tutto è spiegabile.
Ci sono accadimenti, incontri, segni, coincidenze che non posso più liquidare come “casuali”.
Ho capito che razionale e misterico non si escludono: convivono. Il miracolo non è un evento straordinario che sovverte le leggi della natura, ma un cambiamento di sguardo. È la capacità di vedere la bellezza nel dolore, la forza nella fragilità, la vita anche dove c’è morte.
Anche nel laboratorio, quando una donna raccontava di un sogno o di una guarigione “inspiegabile”, non importava se fosse “vero” o “falso”: ciò che contava era la potenza trasformativa di quel racconto, la sua verità simbolica. Accogliere il mistero non significa rinunciare al pensiero critico, ma accettare che la conoscenza ha limiti, che esiste un sapere dell’anima che sfugge alla logica e appartiene al sentire.

I: Vorrei infine chiederti della città che condividiamo, Palermo: un luogo che riesce a coniugare un’aura metafisica con una forte dimensione “aptica”, in cui guardare e toccare si intrecciano come in una scena teatrale collettiva. È una città intensa, piena di rovine e di ferite.
Pensi che ci sia un legame tra questa esperienza di laboratorio e il contesto urbano in cui si è svolta?

G: Sì, profondamente.
Palermo è una città ferita, ma anche piena di bellezza. Una città che sa rinascere ogni volta dalle proprie rovine, come un corpo che continua a guarire pur portando le cicatrici in vista. Le ferite del luogo sono le stesse del corpo, sono ferite stratificate di dolore e di memoria, ma anche di resistenza. Penso alla foce dell’Oreto, dove abbiamo raccolto gli oggetti del laboratorio: è un luogo di scarto, di rifiuti, eppure pieno di vita, attraversato da uccelli, da bambini che giocano, da fiori che spuntano nell’asfalto. È come se la città, nel suo essere insieme degradata e sacra, fosse una grande metafora del processo di guarigione: un continuo equilibrio fra morte e rinascita, fra ferita e ricomposizione. Palermo insegna che la guarigione non è un ritorno alla purezza, ma la capacità di convivere col danno, di trasformarlo in altra forma di vita, in altra bellezza. E in questo senso, sì: il laboratorio non poteva che nascere qui.

2 Comments
  • Maria Letizia Caffari
    Posted at 18:59h, 12 Novembre Rispondi

    Salve, ho letto con molto interesse il resoconto della vostra esperienza, mi sono ampiamente ritrovata nelle riflessioni, nelle sensazioni e
    nelle emozioni che sono riportate . Grazie

    • Ivana Margarese
      Posted at 21:39h, 12 Novembre Rispondi

      Grazie, se vorrà la aspettiamo giorno 20 per il webinar.

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