25 Ott Intervista a Collettiva, casa editrice indipendente
di Lea Barletti
Ho posto a Collettiva, casa editrice indipendente composta da nove donne, nove domande più una, chiedendo che ognuna di loro scegliesse quella a cui preferiva rispondere. Alla domanda “extra”, la decima, potevano rispondere collettivamente oppure delegare una di loro. Collettiva è: Simona Cleopazzo, Serena Gatto, Stefania Zecca, Elisabetta Liguori, Cristina Carlà, Loredana De Vitis, Teresa Musca, Carla Maria Graduata, Marianna Rapisarda.

Lea Barletti – Comune, in comune, pubblico/a, sociale, complessivo/a, collegiale, generale, unanime… sono alcuni dei sinonimi di “collettivo/a”. In quali vi riconoscete e in quali magari no?
Simona Cleopazzo – Collettiva non corrisponde a nessuno di questi sinonimi, in quanto non era pensato all’origine come una casa editrice ma come a una collettiva di voci che emergevano e pubblicavano, cioè si guardava piu all’aspetto artistico. Ma è importante anche il percorso, il cui senso è racchiuso nel logo. Un fiore spontaneo e selvatico, il tarassaco, con tanti semi. I semi li avevo immaginati come tanti unici differenti. Noi, ognuna col suo pensiero e le sue idee. Anche a livello organizzativo, siamo una redazione composta da nove persone, di cui quattro operative quotidianamente e cinque che collaborano alle varie attività della redazione. Il valore aggiunto è proprio quello di avere idee diverse sulle cose, è bello conversare e stare insieme, conoscere il pensiero delle altre, fare passi avanti.
LB – Perché una casa editrice, in un paese dove tanti scrivono ma pochi leggono?
Serena Gatto – Il fatto che tante persone scrivano, insieme al fenomeno delle autopubblicazioni, ha purtroppo creato una “distopia culturale”. Il notevole incremento della quantità di libri si è verificato, molto spesso, a danno della qualità. La possibilità di essere autonomi e autoreferenziali, senza il filtro di una casa editrice come avveniva nel passato, oppure affidandosi ad alcune case editrici poco professionali il cui unico intento è di “fare cassa”, genera la presenza nel mercato editoriale di numerose opere di basso livello, che si adattano al gusto di lettori sempre meno esigenti, invece di tentare di “educarli” a letture che abbiano contenuti validi. Inoltre, spesso manca una ricerca sulla lingua che, a nostro parere, è fondamentale quanto i temi trattati.
La nostra scelta è stata una sfida, nata dal desiderio di creare libri del genere che a noi piace leggere. Arrivare a un pubblico non vastissimo, ma di qualità, ci rende felici al di là dei grandi numeri.
La decisione di essere totalmente autofinanziate e di non affidarci a distributori e a canali di vendita on line – a parte il nostro sito – è un’ulteriore scelta di libertà, al di fuori delle logiche del profitto.
Si tratta anche di una scelta politica, riguardo alla quale ci riconosciamo nelle affermazioni di due autori russi:
“Qual è il ruolo dell’intellettuale? Scrivere delle cose belle”. (Iosif Brodskij)
“Il mondo, lo salverà la bellezza.” (Fedor Dostoevskij, da L’idiota)
LB – Come trovate un accordo sui testi da pubblicare? Lo trovate sempre o a volte alcune di voi “tollerano” scelte che non approvano?
Loredana De Vitis – C’è grande fiducia nel giudizio delle altre, come giudizio tecnico, estetico ma anche politico. Più d’una legge le proposte, anche a seconda della disponibilità e delle competenze, poi si mettono in comune le considerazioni entrando nel merito. Spesso, poiché ci conosciamo molto bene e andiamo in una direzione collettiva ben tracciata, bastano poche parole per capirsi. Non c’è dunque “tolleranza” ma un confronto aperto e costruttivo, in cui ognuna trae nuovi spunti e si arricchisce del punto di vista delle altre.
LB – Fare comunità, pensare insieme, “collettivamente”… una necessità, un’urgenza, un desiderio, un’utopia, un invito, un fine, un mezzo, una speranza o…?
Marianna Rapisarda – La scrittura e la lettura sono spesso concepite come attività solitarie, secondo noi non è proprio così…
Il racconto crea relazioni e legami ed ha rappresentato per l’umanità un vantaggio evolutivo fin dalla preistoria (Gottschal). Possiamo immaginare che la scrittura (e la lettura di conseguenza) possano rappresentare il mezzo con cui continuiamo a creare legami e comunità anche fra sconosciuti ed a distanze prima inimmaginabili. Il libro ha sostituito il fuoco attorno a cui ci riunivamo ed il nostro lavoro è quello di creare, conservare e portare questo sacro fuoco laddove ce n’è bisogno. Collettiva crea e tiene insieme comunità di pensiero ed esperienze di relazione.
Ma Collettiva è anche di per sé una comunità di pensiero. Fare scrittura, editoria e lettura “insieme”, infatti, diventa una vera esperienza trasformativa, in cui il confronto continuo permette l’evoluzione del singolo e trasforma il pensiero in azione. La crescita ed il miglioramento individuale e della collettività acquistano un nuovo senso perchè frutto di una relazione costante e fluida.
Questo esercizio crea una lingua nuova con cui creare la società che vogliamo.
LB – Perché (anche) poesia?
Stefania Zecca – Mi verrebbe da rispondere con un’altra domanda: “si può stare senza poesia?”. Credo vivamente di no. Ma non si risponde a una domanda con un’altra domanda. Anche le persone che dicono di non leggerla, di non amarla, sono sicura che le loro vite siano attraversate da poesia. Solo non la vedono. La poesia è nella vita perché la vita è nella poesia, con i suoi avvolgimenti, le sue spirali, le vette e le onde anomale. Tutti i generi letterari sono apprezzabili, ma se si cerca lo scandaglio, allora qui risponde la poesia, che non fornisce risposte mai. Semmai la sua funzione è farci dubitare, toglierci dalle convinzioni, restituire la complessità dei viventi e della vita. Non dell’uomo attenzione! Ribadisco viventi. La poesia si rende necessaria perché il suo compito è riportarci a una dimensione umana, piccola, finita. La poesia è il limite che non si vuol guardare, il valico che spesso non si vuol attraversare. Per questo alcuni non la amano, io credo più che ne abbiano timore. Non per mancata comprensione come dicono. La poesia non va capita, va sentita, ascoltata, assorbita. Siamo educati all’approccio logico, razionale delle cose, come se tutto andasse compreso, capito, spiegato. La poesia ci chiede di stare nel dubbio perché solo così si possono aprire possibilità. Non ci consegna la verità, ma le verità e questo di per sé toglie certezze al nostro essere saccenti, convinti, arroganti. Ci fa tremare. Lo dicevo, ci rende piccoli. Per questo si rende necessaria averla nella casa editrice e coltivarla nella vita in genere. Richiede qualcosa che non è di questi tempi: la lentezza, il disagio, la caduta. Invita alla riflessione, a non essere superficiali, a dare tempo alle cose di sedimentare. Di conseguenza ci dice che per fare questo dobbiamo essere disposti alla scomodità. Sono cose che non sono per nulla in linea con i tempi attuali, per questo serve, serve spudoratamente. La poesia è la voce che ci riconduce all’umano, che non ha timore di nutrirsi dell’ombra, dell’abisso e rivelarlo, ben consapevole che in misura diversa, appartiene a tutti. È un catalizzatore che parte dal pronome singolare per declinarsi al plurale, poesiamondo.
LB – La poesia è un’esperienza intellettuale?
Carla Maria Graduata – La poesia è un’esperienza intellettuale democratica.
Perché pre-vede.
Perché indaga, studia, racconta, definisce, affronta, parteggia, testimonia.
Perché è ricerca, sottrazione, scelta.
Perché non è solo esperienza ma è anche approfondimento.
Perché guarda dall’alto senza giudicare mai.
Perché le poete e i poeti sono intellettuali con una dote in più: sanno sciogliere sul foglio il più complesso dei ragionamenti.
Mettere in un quadro di poche parole tutto il dolore del mondo.
In questi giorni e mesi e anni di bambini morti e affamati, di stermini e genocidi, il poeta intellettuale e universale sa ancora trovare le parole per descrivere il sentimento di ognuno di noi: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” (Giuseppe Ungaretti).
LB – Poche persone leggono, ancora meno persone leggono poesia. Spesso perché, dicono, “non la capiscono”. Voi che la pubblicate, la amate e in parte la scrivete, cosa avete da dire in proposito?
Teresa Musca – È un discorso che viene da lontano: da chi, a scuola, invece di far giocare i bambini con le parole, invece di far loro produrre versi per esprimere sensazioni, emozioni, sentimenti, per leggere e interpretare la realtà, spiega che la poesia è qualcosa da mandare a memoria, da commentare, da interpretare, da parafrasare. Da chi ci ha detto che la poesia è un’ arte alta, difficile, accessibile a quei pochi che conoscono la storia della letteratura, le correnti, il contesto e padroneggiano la lingua colta e le figure retoriche. Invece la poesia può essere una voce che raggiunge tutti, che parla a tutti, che parla per tutti, che ci contagia con la bellezza, l’ inquietudine, l’ umorismo, la verità, l’ umanità.
LB – La poesia ha più a che fare: con la lingua, con il corpo, con il sentimento, con la ragione, con la follia, con la filosofia, con l’impotenza, con la realtà, con il sogno, con la mancanza, con…?
Cristina Carlà – Immagino la poesia come una lingua, una postura, l’intento di risvegliare i sensi e con questi guardare il mondo, lottando e amando in modo potente e fragile allo stesso tempo. La poesia può raccontare i corpi che si muovono in città, le rivolte, i sogni, le storie piccole che divengono collettive, rinnovandosi e sperimentando. Indaga il linguaggio, lo utilizza come se fosse un oggetto, lo svuota dei suoi significati classici, lo smonta e poi lo rimonta secondo un nuovo ordine. La lingua diventa così sinonimo di rimosso e intimità, così come la parola diventa corpo desideroso non soltanto di dire ma anche di fare. A volte può indagare la fisicità della parola, smaterializzare il testo fino a mutarlo in un oggetto diluito, disponibile a innumerevoli proiezioni di senso. Chi scrive partecipa all’evoluzione e alla narrazione del mondo entrando in relazione nello stesso tempo e con la Storia e la propria storia; perciò l’essenza della poesia non è -credo- la somma dei suoi elementi semantici, ma il risultato degli effetti che essa genera in chi legge o chi ascolta. Poesia, direi, come esperienza cognitiva e percettiva.
LB – Scrivere: un dono, una condanna, una vocazione, un passatempo, un lavoro, un bisogno, un lavoro…?
Elisabetta Liguori – Per il gesto della scrittura vale tutto ciò che vale per il talento: tutto e niente, dipende da cosa si mette sul piatto della bilancia.
Per me scrivere è la misura delle cose, tutte le cose, un modo per misurarle, pesarle, condividerle. Quanto è lunga una vita, quanto pesa? Io misuro in scrittura, peso in scrittura, se non la scrivo la vita non esiste, non la comprendo, non la posso dare a nessuno. La mia scrittura può essere minima, occasionale, funzionale, equilibrata, squilibrata, sinallagmatica, ossessiva, ripetuta, colossale, ma resta l’unico modo che conosco per entrare in relazione con gli altri. Se il mio corpo è nel mondo, gli altri sono solo nella mia testa e li raggiungo solo scrivendone.
Scrivere per me è stata una scoperta casuale, solo quando si è rivelata essenziale ho deciso che avrei investito tutto il mio tempo migliore in quel gesto faticoso, deludente, ma bellissimo, e che avrei tentato di migliorarlo per sempre. Ecco, Sempre è la misura della mia scrittura. Non poca o molta, non maligna o benigna, non brutta o bella, ma Sempre.
A scegliere tra dono, condanna, vocazione, passatempo o lavoro, fatico assai, perché scrivere è tutto questo, contemporaneamente.
Forse preferisco immaginare che si tratti di un dono. Sì, forse qualcuno, o meglio qualcosa, un accadimento, un evento, un’esperienza, mi ha concesso il dono, ma con quello è arrivata la frusta con cui punirmi (come diceva Capote). Se il dono viene dall’esterno, la frusta è solo mia. Sono una persona che ha paura di scomparire, di morire, è solo perché esiste la frusta e la bilancia che continuo a scrivere.
LB – Il vostro lavoro non è solo editoriale, ma è un lavoro culturale in senso ampio e radicale, con una forte vocazione al “territorio”, tramite la creazione di laboratori, rassegne, letture, eventi nelle scuole. Raccontate!
Simona Cleopazzo – Penso che per fare cultura sia necessario costruire una comunità operando secondo i criteri della city philosophy. La cultura si fa col cambiamento sociale e con la costruzione di situazioni. A Lecce non è affatto facile. Io, personalmente, vengo dal terzo settore e ho sempre pensato che tessere relazioni sia fondamentale. I grandi cambiamenti li fanno i piccoli gruppi. Per questo motivo nel 2014 ho dato via al Festival Alice e le altre. Un festival senza tappeti rossi o riflettori che racconta la vita e i sogni delle registe. Da qualche anno, con la costituzione della casa editrice e l’arrivo di nuove socie e amiche abbiamo aggiunto il racconto delle poete e delle scrittrici non molto conosciute e trascurate dai programmi scolastici. Un’altra esperienza è quella del gruppo di lettura Orti di pace. Un gruppo autogestito che si interroga su vari temi del contemporaneo. A ogni incontro di legge su una parole. Ogni componente può leggere una poesia, un testo di una canzone, un piccolo racconto. L’intento è quello di stare insieme e condividere momenti e spazi di socializzazione.

LB – Per finire, un elenco: nove poete o poeti da cui non separarsi mai (ognuna di voi indichi un nome)
Serena: Maria Grazia Calandrone
Elisabetta: Patrizia Cavalli
Teresa: Wislawa Szymborska
Marianna: Matsuo Basho
Simona: Marina Cvetaeva
Loredana: Emily Dickinson
Carla Maria: Giuseppe Ungaretti
Cristina: Salvatore Toma
Stefania: Amelia Rosselli
Grazie!. Invito infine a scoprire di più su “Collettiva”, visionando il testo di “Chi siamo” dalla pagina della loro casa editrice: https://www.collettivaedizioni.it/chi-siamo/
Katia
Posted at 09:01h, 25 OttobreMolto interessante!