Cercatori insonni

di Erika Filardo

Immagini dalle opere di Remedios Varo

 

 

Accade che nel mezzo del cammin si verifichi

una coesistenza poche volte pacifica

di almeno due aperture sul mondo

J. Cortázar

 

Siamo a un punto morto e cerchiamo una strada percorribile, ma niente ci è dato di attraversare che non debba essere almeno in parte costruito. Non riusciamo a vedere più in là di quello che ci restituisce la nostra prospettiva. Perciò abbassiamo lo sguardo, il terreno “porta le tracce dei passi altrui ed è carico delle sedimentazioni degli innumerevoli significati che ha avuto per gli altri. Ma questi significati sono cristallizzati, dormono” (Paci, 2021, p. 17). Niente ci parla e allora tocca a noi orientarci nel cammino, fare esperienza e avere qualcosa da raccontare una volta tornati.

Badiamo bene a dove mettere i piedi per non inciampare. “La Realtà è un ostacolo. E, come tutti gli ostacoli, ha questa funzione, buffa, ridicola e, insieme, prepotente, di pretendere di educarci senza chiedercene il permesso” (Camurri, 2024, p. 11). Non intendiamo cedere il passo, vogliamo imparare a lavorare con l’ostacolo e giovarci delle “costrizioni e limitazioni di ciò che abbiamo a disposizione per compiere il balzo verso ciò che vogliamo” (Gopnik, 2024, p. 20). Il filosofo francese Maine de Biran definì la realtà “ciò che resiste”. Noi siamo cercatori in carne e ossa e resistiamo.

Come giustificare l’impresa? Abbiamo bisogno di un metodo – il modo in cui ci avventuriamo brandendo una mappa, il modo in cui alteriamo le indicazioni ricevute, complichiamo il tragitto, lo deviamo è il nostro inquieto rapporto con il metodo.

Procedendo nel cammino scorgiamo in fondo alla strada un angolo buio in cui questa pare collassare e congiungersi con una stradina sterrata che corre in parallelo. Che fare? Ignorare il punto di convergenza che è al contempo una zona d’ombra, un dislivello cieco, un passo nel vuoto? Procedere sulla via principale e dimenticarci del confine con il suo silenzio sospetto?

Nella nostra carriera di ricercatori abbiamo imparato che possiamo conquistare le più alte posizioni istituzionali, possiamo lambiccarci e far tintinnare davanti allo specchio la medaglia al merito per poi coricarci sereni di aver fatto la scelta giusta, ma gli occhi si riaprono presto in preda a una vertigine notturna: abbiamo fatto tutto quello che dovevamo, ma non tutto quello che avremmo potuto. “Il grande campo delle nuove scoperte, ha scritto William James, è sempre il residuo non classificato. Tutt’intorno ai fatti riconosciuti e ordinati di ogni scienza fluttua una polvere di osservazioni eccezionali, di eventi minimi, irregolari, rari, che è sempre più facile ignorare che studiare” (Koestler, 1975, p. 180). L’indomani ci guarderemo con diffidenza nello stesso specchio in cui, dalla cerimonia dei riconoscimenti intellettuali, iniziammo a godere del nostro volto autorevole. Dopo questa prima notte insonne, ci impaleremo davanti allo specchio non più per gustare il dolce tempo dell’autocompiacimento, ma per scrutare i segni di cedimento, disorientati e tuttavia costretti a una nuova mossa, aizzati da unennesima ingiunzione: volta la faccia della medaglia!

Siamo perciò tornati sulla strada per avanzare lungo “[…] quella linea d’ombra che, una volta attraversata, ci immette nel territorio dell’ignoto, uno spazio dove all’improvviso tutto risulta molto strano, in particolare quando constatiamo che, quasi fossimo regrediti allo stadio infantile del linguaggio, ci tocca reimparare tutto” (Vila-Matas, 2008, p. 28). Abbiamo dovuto abituare i nostri occhi al buio e deve essere successo qualcosa perché siamo tornati stravolti a tal punto che allo specchio non ci siamo riconosciuti. E questa impossibilità di riconoscerci per cui ogni giorno, increduli, torniamo a scrutare il nostro riflesso, è l’esito imprevisto della ricerca, il risultato secondario e scomodo, che non riguarda ormai solo l’indagine, riguarda la nostra stessa identità. Ora non ci complimentiamo più allo specchio né ci incalziamo osserviamo e sospendiamo ogni giudizio, restiamo in silenzio. Qualcosa si è dischiuso sul nostro cammino, ma quando ce ne siamo accorti non eravamo più gli stessi. Nel momento in cui le strade iniziavano a confondersi sotto i nostri piedi, con un capogiro diventavamo un centro di infinite prospettive” (Paci, 2021, p. 16).

Non avendo l’ultima parola e nemmeno più quella intermedia in fatto di verità, non possiamo riposare; questo silenzio forzato ci tiene svegli, seduti nel grande centro ormai insonne del nostro mondo di sempre, attratti da qualcosa per cui vale la pena rischiare l’equilibrio. Siamo cercatori in carne, ossa e desiderio e insistiamo. Eccoci di nuovo sulla strada. “Sappiamo che c’è la fine del mondo, più in là. Sappiamo che se facciamo un altro passo, scompariremo. E ci riproponiamo di farlo, quel passo, perché pensiamo che sia la cosa migliore, ricordiamo che quel passo lo hanno già fatto altri prima di noi, e quegli altri sono sempre stati i nostri esploratori preferiti, quelli che tanto ammiravamo quando li vedevamo svanire tra le tenaci ombre del vuoto” (Vila-Matas, 2008, p. 102).  

Noi siamo cercatori insonni e rilanciamo la nostra sfida e vi affidiamo i nostri fantasmi e vi lasciamo ai vostri sogni e non torniamo.


Riferimenti bibliografici

Camurri E. (2024), Introduzione alla realtà, Timeo: Roma

Gopnik A. (2024), Il segreto del talento, Guanda: Milano

Koestler A. (1975), L’atto della creazione, Astrolabio Ubaldini: Roma

Paci E. (2021), Il selciato sul quale cammino… in Il gesto fenomenologico, aut aut (Vol. 390), il Saggiatore: Milano

Vila-Matas E. (2008), Dottor Pasavento, Feltrinelli: Milano

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