18 Ott Le sette fate di Youssef. In dialogo con Linda Scaffidi
dí Ivana Margarese
Palermo, anni Novanta. Youssef quando si trasferisce con i suoi nel cortile delle sette fate, a Ballarò, è un ragazzino incantato dal mondo. Suo padre Alì, nato in Marocco, è un uomo rigido, fedele alle tradizioni e molto legato al paese d’origine dove vorrebbe tornare con la famiglia. Sua madre Taslima, invece, nata in Italia, desidera per sé e per i suoi figli un futuro nella città a cui ormai sente di appartenere. Per questo, insiste per mandare il figlio al liceo, dove, nonostante la diffidenza e lo scherno dei compagni, Youssef si distingue come studente modello appassionandosi di letteratura.
Le sette fate di Youssef (Fazi editore) di Linda Scaffidi è un romanzo di formazione che racconta in modo emotivamente coinvolgente le difficoltà delle seconde generazioni, spesso in bilico tra due mondi, due lingue, due verità, nel desiderio di conciliare tradizione e modernità, identità e cultura.

Le sette fate di Youssef è un romanzo di formazione, raccontato attraverso gli occhi di Youssef, un adolescente che man mano cresce fino a diventare un giovane uomo. La sua famiglia è composta da Alì, il padre, che è rimasto legato al ricordo del Marocco dove ha vissuto, da Taslima, la madre, di origini marocchine ma nata e cresciuta in Italia, e da Fatima, la sorella più piccola.
Vorrei domandarti per cominciare come è nato il desiderio di scrivere questa storia.
Tutto è nato da una semplice domanda: “Come si viveva in Sicilia al tempo della dominazione araba? E che lingua si parlava?” Ho scoperto le liriche arabo-siciliane, poesie scritte in arabo da poeti che nascevano nella mia terra: versi struggenti che mi hanno meravigliata e incantata; mi sono detta: – Tutti dovrebbero conoscere queste liriche, eppure sono del tutto inesplorate. Il romanzo difatti ruota intorno alle tematiche cantate proprio da queste poesie: migrazioni forzate, nostalgia per la terra perduta, senso di smarrimento, perdita della propria percezione di appartenenza. Mi sono quindi posta un’altra domanda: – Che differenza c’è tra i nostri avi perduti, gli arabi siciliani del Medioevo, e gli arabi ritrovati, migrati qui nel corso degli ultimi decenni? Per rispondere a quest’altra domanda, ho creato Peppe/Youssef, un personaggio in bilico tra due mondi, tra due culture, un ragazzo complesso, metafora di speranza e riscatto sociale.
La memoria dei luoghi – le diverse stratificazioni di esperienze che ogni luogo porta con sé – è centrale nel tuo romanzo. Descrivi alcuni quartieri di Palermo, in particolare Ballarò, riprendendo la leggenda delle sette fate, che dà il titolo al libro. Fai più volte riferimento al deserto in Marocco come luogo di meditazione – “Ovunque guardasse, non c’era nulla, solo i suoi pensieri” in cui è sepolta la voce degli antenati. Mi piacerebbe chiederti: che cosa significa per te ascoltare i luoghi? In che modo la loro memoria contribuisce a dare forma ai tuoi personaggi e alla loro ricerca di sé?
I luoghi custodiscono la memoria mediante i nostri ricordi; tutti noi rammentiamo i posti dove siamo nati e cresciuti e pensiamo con nostalgia ai tempi in cui eravamo bambini, tempi perduti che non ritorneranno più. A volte, luoghi a noi sconosciuti si legano alla nostra memoria attraverso le narrazioni dei nostri cari; ciò accade a Youssef nel momento in cui il padre Alì riversa su di lui gli echi lontani delle terre in Marocco, oppure quando gli racconta del deserto, luogo – questo – che Youssef non ha mai visitato, eppure gli sembra quasi di conoscerlo attraverso gli occhi del padre. Nel romanzo, le diverse ambientazioni assumono un ruolo centrale. I personaggi, difatti, vengono sradicati da un luogo all’altro e la nostalgia di casa diventa uno degli elementi principali della storia; la particolarità e la molteplicità degli ambienti in cui si muovono i personaggi conferisce alle vicende il tratto di originalità che tanto desideravo ricreare ed evocare, soprattutto in alcune scene chiave.
In Taslima vediamo una donna che trova la forza di immaginare per i figli un futuro diverso, pur vivendo accanto a un marito autoritario e violento, ancorato al desiderio di tornare in Marocco. Il suo coraggio mi ha colpito molto, e vorrei chiederti: nella tua esperienza professionale, ti sei mai trovata ad ascoltare o accompagnare donne che, come Taslima, hanno dovuto affrontare situazioni di violenza e oppressione?
Nella mia vita professionale no, ma in quella privata sì – mi è successo di assistere a scene di violenza, sia verbale che psicologica; quest’ultima è, forse, la sua forma più insidiosa poiché più facile da sopportare per la vittima che la subisce; Taslima e la figlia Fatima sono vittime di molestie sia fisiche che verbali da parte di Alì – e ognuna di loro reagisce e si difende a modo proprio: Taslima sa che ribellarsi servirebbe solo a peggiorare le cose, impara dunque a colpire il marito nei punti deboli, e ad attendere i momenti propizi. Fatima oppone qualche timida, inutile resistenza, si accorge però che sfruttare le situazioni a suo vantaggio è la chiave per prendersi il suo spazio, e crescere. Tutte le protagoniste femminili del mio romanzo subiscono angherie da parte degli uomini di casa, eppure non cadono mai nella trappola dello stereotipo, lungi da loro l’idea di vittimismo; sono più forti della violenza stessa, e libere – nonostante tutto.
Il sentimento di amicizia, così decisivo nella formazione di ciò che siamo e di ciò che potremmo diventare, è narrato con grande delicatezza attraverso il legame tra Youssef e Mui’zz: un rapporto che resiste alle incomprensioni e ai cambiamenti, restituendo con limpidezza il senso profondo di un’alleanza umana. Un’alleanza che si riflette anche nel legame fraterno con Fatima e nell’affetto generoso di Emanuele, che finisce per prendersi cura di Youssef come un secondo padre.Questa rete di solidarietà mi ha fatto pensare quasi a una favola. In un tempo storico così faticoso e confuso, sento il bisogno di riflettere su questo tema: in che modo l’amicizia può ancora rappresentare una forma di speranza e di salvezza per l’essere umano?
Mui’zz, Emanuele e la sorella Fatima sono per Youssef veri e propri compagni di vita. Ognuno – nel suo specialissimo modo – non solo lo aiuta nel percorso di crescita, ma opera insieme a lui nel definire la sua identità e appartenenza. Legami di solidarietà tanto forti contribuiscono al miglioramento della motivazione e della soddisfazione personale; inutile dire che – senza il sostegno e l’affetto di questi personaggi – la storia di Youssef avrebbe avuto uno sviluppo e un epilogo profondamente differente. Trovo paradossale il fatto che oggi – nella nostra società iper-connessa, viviamo perlopiù fisicamente isolati dietro agli schermi. Ecco che, in questo nostro tempo storico, l’amicizia diviene resistenza all’odio, antidoto all’apatia: la nostra, è una realtà segnata da ferite, contraddizioni e contrasti – e l’amicizia e l’affetto reciproco si confermano valori autentici, rimedi efficaci in grado persino di mutare le condizioni sociali più estreme.
A un certo punto nel testo scrivi: “Chiuse gli occhi: si calmò pensando a una frase di Simone de Beauvoir che amava ricordare quando sentiva la vita andargli stretta. Io accetto la grande avventura di essere me stesso”. Mi piacerebbe un tuo commento su questa frase.
È uno di quegli assiomi sul quale rifletto spesso; tutti affrontiamo momenti difficili, situazioni in cui non vorremmo ritrovarci; in questi casi, invece di pazientare e aspettare che il brutto momento passi, ci riempiamo gli occhi di stizza, ci raccontiamo che a Tizio, a Caio e a Sempronio cose del genere non accadono mai, che certi problemi non li sfiorano nemmeno; la realtà però, a ben guardare, è differente: anche chi si nasconde dietro paraventi di perfezione soffre, e forse non solo per un periodo, ma a tempo indeterminato. Simone di Beauvoir, con queste parole potentissime, ci incoraggia a non rifugiarci nelle apparenze, ci sprona a vivere con coraggio e fiducia ogni situazione; quando Youssef riflette su queste parole è tentato di cadere nella trappola dell’invidia, eppure queste parole, lette da qualche parte, lo proteggono dai passi falsi, lo mantengono in carreggiata. A chi mi chiede a cosa serva leggere, di solito rispondo che ogni libro che leggiamo ci tiene al riparo dai dolori – grandi e piccoli – della vita: la lettura è rifugio.
L’ultima domanda la riservo per la figura di Teresa, la compagna di classe del protagonista, con cui lui vive un’amicizia romantica che continuerà prepotentemente a sentire nonostante lasparizione di lei. A chi ti sei ispirata nel tratteggiare questo personaggio?
Teresa ha il compito d’ispirare Youssef, di fargli comporre versi, però è una ribelle che non vuole sentire ragioni e non arretra di fronte a nulla, nemmeno al pericolo. Ha il tipico carattere degli adolescenti che si credono già adulti, e che spesso finiscono per cacciarsi nei guai. Ricordo in modo distinto questo senso di ribellione, è esploso in me ai tempi del liceo; col tempo, si è smorzato anche se sento che è sempre in agguato; è un’energia poderosa, che infiamma come la rabbia e che può quindi diventare pericolosa se non s’impara a gestirla; credo che durante le scuole superiori siamo stati un po’ tutti come Teresa – il nostro fuoco, però, si è spento prima che sopraggiungessero i temuti guai. Il suo fuoco, invece, arde incessante, tanto da avvolgerla e consumarla fino in fondo, ma a Youssef piace per questo.
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