17 Ott Dalla pagina al palco: Annie Ernaux a teatro
DI SARA DURANTINI
“È per mancanza che diciamo le cose, la mancanza di vivere, la mancanza di vedere.” Così Marguerite Duras, durante le riprese di Agatha, sulla spiaggia di Trouville, in quel freddo marzo del 1981, immortalatA da Jean Mascolo e Jérôme Beaujour in quello che sarebbe poi diventato il documentario Duras filme.
Ed è a queste parole che ho pensato a proposito della scrittura fotografica di Annie Ernaux: immagini che, spesso, in alcuni libri, dove l’autobiografia si intreccia con un’analisi sociologica e collettiva dell’esperienza, non compaiono. Immagini inesistenti che, tuttavia, vengono immortalate dalla scrittura, la quale dona loro un’aura di materialità eterna, facendole assurgere a simbolo di evento, punto focale da cui si dipana la narrazione. Una narrazione che rompe le frontiere tra realtà, memoria e racconto, trasformando ogni frase in un frame cinematografico, in un momento di pura presenza teatrale. La parola diventa gesto e il gesto memoria.
La scrittura di Annie Ernaux, nel suo farsi cinematografica e teatrale, ha inevitabilmente attirato l’attenzione proprio di quei linguaggi che ne condividono la vocazione visiva e il potere di incarnazione: il cinema e il teatro.
L’impiego di un lessico e di tecniche proprie della fotografia, del cinema e del teatro rappresenta forse la più persistente forma di sovversione delle convenzioni narrative. Già dalle prime opere, Ernaux adotta flashback e scissioni testuali che producono effetti simili alle dissolvenze cinematografiche, come se la pagina fosse lo schermo su cui la memoria si proietta e si dissolve. Tecniche di narrazione che si riscontrano nei testi successivi e che si affinano con il tempo. Penso a opere come Gli Anni e prima ancora La donna gelata, ma anche a libri successivi, come Memoria di ragazza, L’evento… Opere nelle quali risulta evidente il passaggio da una memoria verbale a una memoria visiva. In questa tensione verso l’immagine, Ernaux sviluppa il quotidiano come in camera oscura, lasciando che la parola restituisca la luce residua delle cose. Pagine, quelle di Annie Ernaux, che hanno ispirato artisti visivi, registi e interpreti teatrali, generando letture sceniche, installazioni e adattamenti cinematografici che ne hanno ampliato l’eco e la portata.
In questa intervista, Arianna Ninchi ci conduce tra le pagine di alcune opere di Annie Ernaux che ha portato in scena a teatro, come solista e insieme alle colleghe Francesca Fava, Anna Paola Vellaccio e con la partecipazione di Giulia Basel. Dal suo percorso artistico al lavoro dietro Variazioni Ernaux. Je me souviens… trois hommes, spettacolo dedicato all’opera e al pensiero di Annie Ernaux, Ninchi ci mostra come la parola possa farsi corpo, gesto e memoria condivisa.
Il tuo percorso artistico attraversa recitazione, scrittura, letture sceniche. Come fai a capire quando un’idea va sviluppata come spettacolo piuttosto che come lettura o progetto “ibrido”?
Penso che nelle mie scelte artistiche conti moltissimo l’istinto, alla fine. Quando sento un richiamo forte, qualcosa che mi risuona in un libro che leggo o qualcosa che mi affascina in una storia che ascolto, mi impegno per trovare delle opportunità di condivisione, per cercare di diffondere il più possibile, e con ogni mezzo, ciò che mi è parso importante o comunque interessante. È vero che nutro una predilezione per le letture sceniche: le vedo come un’occasione magnifica per saggiare la tenuta e la riuscita di un testo. E per dare magari spazio alla nuova drammaturgia. Poi, certo, mi piace sognare che tanti testi, che interpreto “solo” al leggio, possano trovare la via per un allestimento, per una messa in scena vera e propria. Il più delle volte ci sono ostacoli di natura economica, purtroppo. E allora, per tornare alla tua domanda, credo che, oltre all’istinto, ci sia l’ostacolo, che mi guida.
Nel processo di creazione, quanto peso dai all’elemento visivo (scena, movimento, silenzio) rispetto alla parola? C’è un equilibrio che cerchi specificamente?
Mi sono avvicinata alle scene studiando teatrodanza con Anna Redi, a Bologna. È stata lei a indirizzarmi verso la parola. E non è stato un approdo facile. Ricercando, cimentandomi in metodi diversi, ho trovato una mia via per incarnare il testo senza i rischi dell’enfasi, che a teatro sono sempre dietro l’angolo. A questo punto del mio percorso ho trovato forse anche uno stile. Resta il fatto che, anche quando sono sola in scena per interpretare un monologo, mi vedo come la rotellina di un ingranaggio. Credo che sia il lavoro d’équipe che consente al sogno di realizzarsi. E allora le luci, le scene, gli arredi, i costumi sono importanti tanto quanto la parola. Nell’equilibrio ha molto peso anche il silenzio. Per conquistarlo, mi è stato utilissimo lavorare su Duras e su Fosse.
In Variazioni Ernaux avete scelto di concentrare il materiale su tre opere: La donna gelata, Passione semplice, Il Ragazzo. Qual è stato il criterio di selezione? Ci sono altri libri di Ernaux che hai sentito affini e che hai scartato?
Con Francesca Fava e Anna Paola Vellaccio, siamo giunte alla messa in scena di Variazioni Ernaux. Je me souviens… trois hommes dopo una prima fase di reading per la rassegna “Curiosità letterarie” del Teatro Vascello di Roma. Al termine di quel percorso, che ci aveva viste in scena per quattro serate nel marzo 2023, avevamo sentito il desiderio di portare avanti quel nostro studio sull’opera di Ernaux. Una sensazione era fra noi comune: rispetto al discorso sui luoghi d’origine e sull’educazione, la proposta della vita sentimentale e intima dell’autrice aveva avuto più presa sul pubblico. Quindi, pensando ad un allestimento, ci siamo orientate sui tre romanzi che dici, ma prima ne avevamo letti una dozzina, e c’era stato un gran lavoro di evidenziatori e matite e gomme per ognuno di essi, ecco.
Conoscevo già Ernaux per Il posto e quel racconto delle sue radici mi aveva affascinato molto, lo avevo sentito affine, appunto. Così come poi mi ha affascinato tantissimo Gli anni, che siamo riuscite ad integrare al lavoro pregresso proprio di recente, sempre al Teatro Vascello, grazie alla proposta ibrida “Noi e Annie”, in una serata tra reading e monologhi, che ha coinvolto anche una quarta attrice, Giulia Basel.
Il testo di Ernaux è molto sobrio, spesso “spoglio” nelle sue parole. Come hai lavorato per non “riempirlo troppo” in scena, mantenendo l’economia emotiva della scrittura?
Ne La donna gelata, il romanzo di cui, con gioia, io mi faccio carico, Annie racconta gli anni dal fidanzamento al divorzio. È un testo che mi sembra interessante per tante ragioni, ma soprattutto perché segna un passaggio chiave nell’esistenza e nella scrittura di Ernaux. La troviamo in una fase della vita in cui, mentre si osserva smagrita per via dell’ansia e della fatica di fare tutto comme il faut, attorno a lei la famiglia, la casa, gli oggetti, le difficoltà si accrescono, si allargano. Qui la sua scrittura non è ancora sobria e spoglia. O meglio, via via lo diventa, fino a farsi poeticamente rarefatta e sublime nel finale, che amo, con quei fermo immagine sulle facciate dei palazzi e sulla fontana ghiacciata, nell’inverno del suo scontento di donna, appunto, gelata. In scena, allora, la mia giovane Annie è un po’ meno sobria, e anzi per molti versi “più carica”, rispetto alle altre che verranno. E penso sia affascinante, per il pubblico, vedere come, ne Il ragazzo, la donna adulta integri le altre Annie, che è stata.
Nella drammaturgia condivisa con Francesca Fava e Anna Paola Vellaccio, qual è stato il tuo “apporto specifico” e come ti sei interfacciata con le tue colleghe, come si è intrecciato il vostro lavoro?
Nell’adattamento abbiamo scelto di restare assolutamente fedeli ai testi e inizialmente ognuna di noi ha avuto il suo romanzo su cui lavorare in solitudine. Poi è stato fondamentale il confronto: ci ha viste leggere e rileggere ad alta voce, per capire dove andare a limare e a sottrarre, per giungere a una versione del copione che ci soddisfacesse.
Questo lavoro ha preso molto tempo, anche perché non mancavano le diversità di vedute, ovviamente. E non si è certo arrestato al tavolino: durante le prove in piedi, infatti, abbiamo introdotto grossi cambiamenti a livello di montaggio delle scene.
Lo spettacolo è prodotto dal Florian Metateatro di Pescara, che ci ha ospitate in residenza in diversi periodi del 2024. Penso che il tempo, intercorso tra una fase e l’altra, sia stato particolarmente utile al fine di comprendere, con la giusta distanza e in profondità, tante cose. Approfitto di questa tua intervista, Sara, per ringraziare il Florian, e anche Lorenzo Flabbi e L’Orma editore per la fiducia e la disponibilità.
Lo spettacolo mette in dialogo tre momenti della vita di una donna, tre relazioni con uomini diversi. Come avete gestito la coerenza di soggettività per evitare che il pubblico percepisca tre figure separate anziché un’unica identità che si trasforma?
Arianna Ninchi: Ci siamo interrogate a lungo al riguardo. Siamo tre tipi di donna che non potrebbero essere più diverse fra loro! Cosa che mi diverte molto. Ma penso diverta anche Francesca, che mi sta giusto chiamando al telefono. Le rispondo, così magari può dire qualcosa anche lei, che nello spettacolo si fa carico del racconto tratto da Passione semplice. Ovviamente sia lei che Anna Paola sono felici di questa intervista. E tutte ti ringraziamo per la disponibilità ma soprattutto perché la tua biografia su Ernaux, durante lo studio, è stata per noi una fonte di ispirazione.
Francesca Fava: Sì, Sara, e ti vogliamo in prima fila a fine novembre al Teatro di Villa Lazzaroni! Siamo lì dal 28 al 30, mettilo in agenda, mi raccomando! Intanto, per rispondere a questa domanda, ti posso dire che abbiamo dato dei segni comuni (come la collana di perle, la tazza, il diario) e delle movenze comuni alle nostre tre Annie nelle loro età diverse. Inoltre, come è ben spiegato da Anna Paola nelle note di regia, abbiamo delle relazioni tra noi, anche se a senso unico: la più giovane (Arianna), cioè l’Annie del passato, non vede le altre due che sono il suo futuro; la mediana (io, Francesca) non vede la terza; e l’ultima, che sarebbe la più grande (Anna Paola), vede e interviene sulle altre due, fisicamente con azioni e oralmente con riflessioni sagge e argute. Che poi questo gioco, per far capire che si tratta sempre della stessa donna, si comprenda o meno, non ha in realtà troppa importanza.
Arianna Ninchi: Qui mi inserisco di nuovo, per dire che sono assolutamente d’accordo con quest’ultima affermazione. Chi conosce l’opera di Ernaux ovviamente sa che lei scrive sempre di sé per parlare alle altre di loro stesse e di conseguenza saprà cosa aspettarsi dallo spettacolo. Chi non l’ha mai letta e ci viene a vedere a teatro, troverà certamente molti spunti in cui identificarsi. Che poi è ciò che più ci preme, per restare in linea con il sentire proprio di Ernaux. E con quello del suo imprescindibile punto di riferimento, Simone de Beauvoir.
Dopo avere messo in scena Variazioni Ernaux, hai ricevuto reazioni del pubblico che ti hanno sorpreso, o che ti hanno spinto a modificare qualcosa? Qualcosa che in prova sembrava chiaro ma dal vivo ha assunto un’altra forma?
Arianna Ninchi: A Bologna sono state di certo stimolanti le riflessioni di Laura Mariani e di Roberta Gandolfi, docenti di Storia del Teatro e storiche delle donne. Oltre ad avere molto apprezzato il nostro lavoro, Mariani è stata anche felice nel vedere le nostre Annie intente a scrivere sul journal, in quella che è una pratica da sempre feconda per le scrittrici francesi. Sempre a Bologna, mi hanno molto divertita le suggestioni musicali dell’amico giornalista Eddy Anselmi. E sarebbe bellissimo farne buon uso in una nuova tappa del nostro studio su Ernaux. Vedremo… Tornando con la mente al debutto a Viterbo, invece, ora che ci penso, è proprio dopo esserci confrontate con persone del pubblico, che non avevano letto Ernaux, che abbiamo deciso di rafforzare la coerenza di soggettività, di cui si parlava sopra. A Genova invece ci aveva meravigliosamente aperto la strada la colta e generosa presentazione su Repubblica di Erica Manna. Ricordo che anche le sue riflessioni sull’opera di Ernaux ci avevano molto colpite.
Francesca Fava: Io ho trovato interessante la reazione di un mio amico francese, Jean Pierre Darnis, che è professore di storia in Italia: era molto prevenuto, sia perché considera Ernaux un’autrice ostica, pessimista e difficile, sia perché aveva trovato la recitazione dei suoi libri da parte di attrici francesi troppo intimista, poco fisica, poco coinvolgente. È rimasto molto sorpreso al Vascello, nel vedere che noi, forse perché più mediterranee, restituiamo il piglio vitale dell’autrice, rendendo, a suo dire, più gradevole la fruizione per il pubblico.
Arianna Ninchi: Riprendo la parola per aggiungere che Jean Pierre si è molto stupito anche per l’ironia, che qua e là emerge nelle nostre interpretazioni. Ernaux è molto più seriosa, ci faceva notare. Chissà come reagirebbe lei nel vedere il nostro spettacolo? Invitiamola a Roma!
Pensando alla lettura scenica tratta da L’evento qual è stato il tuo rapporto con il testo durante il lavoro e successivamente sul palco?
Mi sono trovata ad affrontare L’evento per l’ultima delle serate di “Curiosità letterarie” al Vascello. Era una data non prevista, aggiunta in corso d’opera e, di noi tre, solo io potevo esserci. Ho accettato, anche lì, per istinto. Ma ero terrorizzata perché quel libro era stato per me sconvolgente. E ricordavo di aver provato quello stesso turbamento, uscita dal cinema, dopo aver visto La scelta di Anne, il bellissimo film tratto dal romanzo. Mi attendeva una sfida importante, diciamo.
Lavorando ai tagli, mi era chiaro che le considerazioni metaletterarie, le riflessioni sul linguaggio per raccontare quell’esperienza, dovevano essere sacrificate. Ma non erano tagli qualunque, che cestini forse con rammarico, ci ritorni sopra un momento e poi vai avanti. No, quei passaggi non servivano “solo” a dare un respiro a lettrici e a lettori, né erano “solo” materiale utile per una scuola di scrittura creativa. Le indicazioni per la mia interpretazione erano lì! Dovevano essere assorbiti e interiorizzati, per restare fedele alle intenzioni dell’autrice. Un’autrice che, ricordiamolo, sin dall’esordio con Gli armadi vuoti, aveva scritto di quella sua “esperienza umana totale”. Se con L’evento ci era tornata sopra, era certamente per un atto di denuncia sociale ma era forse anche per dare una forma definitiva al trauma attraversato.
E quella era una forma che raggelava un materiale incandescente… Mi sembrava un’impresa restare ancorata a quel linguaggio affilato, tenere quella lucidità, quella freddezza a lungo e dal vivo. Non avere mai cedimenti di tipo sentimentale. Al contrario impugnare saldamente, dall’inizio alla fine, una lama acuminata. Comprimere il tutto, e allo stesso tempo tenere l’attenzione del pubblico, affascinarlo. Eppure, così doveva essere. E così, con mia stessa sorpresa, è stato.
C’è da dire che la decompressione infine giunge, quando neanche te l’aspetti più, in un dénouement così caldo e così umano. Non facciamo spoiler, e invitiamo piuttosto a leggere questo straordinario memoir. Chiudo solo dicendo che, alla mia lettura, c’era chi piangeva. E quelle lacrime mi hanno ripagata di uno sforzo che, da interprete, raramente mi è capitato di dover fare. Grazie.
In base alla tua esperienza, quale impatto ha la trasposizione teatrale di un testo di Annie Ernaux? Pensi che il passaggio dal libro alla scena possa amplificare il messaggio, un po’ come sta accadendo con gli adattamenti cinematografici delle sue opere?
Il cinema sicuramente può farlo in modo significativo. Molta gente, dopo il nostro spettacolo, ci ha detto di aver conosciuto Ernaux grazie a La scelta di Anne. E di essere venuta a teatro proprio perché avevano amato quel film. La stessa Ernaux ha realizzato, con uno dei suoi figli, il documentario I miei anni Super 8 e più di recente, con la regista Claire Simon, Écrire la vie, che ancora non ho visto. Non so invece di un suo coinvolgimento in trasposizioni teatrali della sua opera.
Restiamo un po’ soprese, le mie colleghe ed io, perché, quando parliamo del nostro spettacolo, poche persone hanno sentito nominare questa autrice. Non siamo un popolo di grandi lettori, si sa. Ma lei ha vinto il Nobel! Comunque, a me piace molto pensare di dare un contributo, anche se piccolo, alla diffusione del suo lavoro. La gente che vede Variazioni Ernaux si dice incuriosita e manifesta l’intenzione di leggerla. E io penso allora che il mio impegno sia utile. E che anche questa intervista è un sassolino che lanciamo. Grazie allora a te, Sara, e a Ivana, che ci ha messe in contatto, e a Morel, voci dall’isola, sempre ospitale. Un saluto a chi vorrà leggerci. A fine novembre aspettiamo al Teatro di Villa Lazzaroni chi di voi sarà a Roma. Tu ed Ernaux già siete invitate!
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