Narrare i grandi spazi, Dall’Innu-Aimun all’italiano

di Valeria Nicoletti

 

Scrivere come mettersi in cammino. Leggere, come tendere l’orecchio a narrazioni ancestrali, all’eco ricorrente di un viaggio che si tramanda da generazioni, ai segni degli spiriti della terra, o semplicemente alle parole imperiture di chi è venuto prima e che, con un po’ di fortuna, ha pensato a lasciare un messaggio di buon auspicio.

Avventurarsi nell’immaginario di Joséphine Bacon è un’esplorazione dei grandi spazi, delle foreste illuminate dalle aurore boreali, delle terre dei caribù, con una guida d’eccezione. Bacon è infatti tra le principali autrici canadesi, portavoce della Prima Nazione Innu, popolazione indigena quebecchese, della quale mette in versi le numerose leggende e narrazioni del patrimonio immateriale e della tradizione orale.

Interno Poesia pubblica oggi “Innue”, un’antologia che raccoglie la prima traduzione in italiano di tre raccolte di Bacon, “Bâtons à message”, “Un thé dans la toundra” e “Quelque part” (edizioni Mémoire d’Encrier), curata da Francesca Maffioli, autrice di una versione generata da una sorta di innesto tra la lingua originale di Bacon, l’innu-aimun, e il francese, la lingua di Montréal, nel quale l’autrice si auto-traduce.

“Innue” è quindi un canto a tre voci dove il lettore è inevitabilmente coinvolto in un rincorrersi tra francese, italiano e l’innu-aimun. “Insieme all’editore di Interno Poesia, Andrea Cati, abbiamo fortemente voluto che sulla pagina ci fosse lo spazio per la terza lingua di questa antologia, cioè la lingua madre di Joséphine Bacon, l’innu-aimun”, racconta la traduttrice Francesca Maffioli. “L’editore italiano ci è riuscito, anche a dispetto dei limiti d’impaginazione. L’innu-aimun ha infatti un posto decisivo nell’opera di Joséphine Bacon, è la lingua madre della poeta, autoctona della Prima Nazione degli Innu, in Québec. Bacon si autotraduce in francese quebecchese e nelle sue raccolte presso Mémoire d’Encrier le due lingue sono sempre presenti. Nel momento in cui sono intervenuta io, per il mio lavoro di traduzione verso l’italiano, la presenza dell’innu-aimun è stata vitale, anche nei termini della complessità generativa. Mi ero immaginata che l’innu-aimun mi avrebbe aspettato lì, fermo nel testo a fronte. E invece lui aveva già cominciato a muoversi sulla pagina, nei miei occhi”.

Una sfida che ha comportato anche un addentrarsi in una lingua che parla di orizzonti lontani, sin dalla sua struttura e morfosintassi. “L’innu-aimun è una lingua polisintetica ed è molto molto diversa rispetto alle lingue neolatine. È stato arduo, ma parimenti appassionante, provare a sfiorarne i rudimenti”.

Una lingua che ha la necessaria funzione di “inventariare” l’orizzonte, il paesaggio, quasi come se questo fosse indispensabile perché quanto esiste resti in vita. “Vivere è essere pronunciato”, sembra volerci dire Bacon. E la poesia si configura allora come resistenza alla dispersione, interiore e collettiva. “Dire permette di riconoscere il vivere e di conseguenza anche di ricordarcene”, continua Maffioli. “Pur non essendo ancora dominati totalmente dalla perdita, gli orizzonti descritti da Joséphine Bacon sono luoghi che stanno mutando – anche in maniera radicale – e deteriorandosi. Il territorio ancestrale, che in innu-aimun si chiama Nitanissan, è in costante trasformazione, soprattutto nei termini del disboscamento, tanto che ad esempio gli equilibri riproduttivi del caribù, animale sacro agli Innu ed emblematico del Québec, sono a repentaglio”.

A questo proposito Maffioli aggiunge: “Bacon parla di ciò che è e che ancora c’è malgrado l’ecocidio, di ciò che resiste in termini di paesaggio naturale. Ma leggiamo anche di una resistenza che si appella ai modi e alle tradizioni di un popolo decimato, il cui patrimonio culturale fa fronte alla dispersione anche grazie ad opere letterarie come quella di Bacon, e a quelle di Rita Mestokosho, Natasha Kanapé Fontaine, Marie-Andrée Gill, Naomi Fontaine e di Maya Cousineau Molle”.

La letteratura si fa dunque baluardo di resistenza e, in questo suo stare, sembra volersi appellare a quanto di più concreto dispone: il territorio e il corpo. S’intrecciano, nella poesia di Bacon, due campi semantici: la terra che si fa corpo e lacrima e sanguina, ma anche il corpo che si fa terra, la schiena che si curva come una montagna, una poesia che si aggrappa a un lessico estremamente concreto che, tuttavia, riesce a trascendere epoche e coordinate geografiche, volgendo lo sguardo verso l’eterno, una sorta di “magia” resa anche nella versione italiana.

Territorio e corpo sono una cosa sola in effetti, e i due aspetti sono più che conciliati, nel senso che quella di Joséphine Bacon è una scrittura incarnata. Proprio di questo parlammo io e Alessandra Pigliaru, la prima alla quale nel 2018 raccontai dei versi di Joséphine Bacon, e che seppe leggere il mio incantamento”, dice Maffioli. “Il corpo, anche quello poetico di Bacon, è un corpo in espansione, animato dall’eccedenza, e al contempo un corpo in perdita, perché rivelatore del danno. Provo a spiegarmi meglio, facendo un passo indietro. Quando si tenta di riassumere l’ecofemminismo a coloro che non sanno cosa sia si può cominciare col dire che l’assunto di partenza è il seguente: i danni e le violenze – arrecati e inferte – ai corpi delle donne e a quelli dei soggetti subalterni e minorizzati hanno origine e modalità affini a quelli e a quelle arrecati e inferte alla Natura. Quello che scriveva la filosofa statunitense Carolyn Merchant già negli anni Ottanta a proposito dello sfruttamento minerario annunciava tutto questo. I versi di Joséphine Bacon nascono da un corpo poetante reso vulnerabile dagli anni, dalla fatica, dalle sofferenze, dall’abuso. Joséphine Bacon bambina venne obbligata a lasciare la propria famiglia e il proprio nucleo affettivo e culturale per essere educata in una scuola residenziale, in cui l’imperativo era ‘uccidere l’indiano nel bambino’.  I suoi versi parlano anche di un popolo, di una Prima Nazione sopravvissuta allo sterminio. Parlano di un corpo e di un territorio e di una lingua che hanno resistito e che continuano a farlo”.

Nel corpo che si fa natura, emerge anche la figura della donna che si fa anziana, molte delle poesie parlano di capelli bianchi o grigi, schiena curva e ginocchia doloranti, come una constatazione del tempo che passa ma anche di tutta la strada compiuta, del tanto “portage”, un termine chiave che nella traduzione si sceglie di lasciare in francese, con tutta la sua eredità semantica.

“Si tratta della ferita che richiama al sé ma che si riesce a nominare quando si fa esperienza dell’altro da sé. La voce poetica di Joséphine Bacon in effetti mostra nei suoi versi il vulnus inferto, ma anche tutte le fragilità della vecchiaia e della malattia. E quelle di un corpo attraversato dalla fatica di portager, nell’usura degli attraversamenti. Ho scelto di lasciare il termine nel francese quebecchese perché tradurlo con una parola sola in italiano è impossibile. Nella mia prefazione al volume spiego che con portage si intende il tratto di cammino che, in terre percorse da fiumi, si fa con la canoa in spalla. Chemin du Portage è infatti un passaggio naturale tra bacini fluviali del Québec, che fu attraversato a piedi dalle popolazioni autoctone (Irochesi, Innu e Micmac) per migliaia di anni, fino all’occupazione degli europei. E anche oltre a dire il vero. Questo termine è ancorato al territorio canadese”. Come tradurlo in italiano? Ecco che allora Maffioli ci raccomanda di andare oltre il sistema biunivoco di lemma e traduzione e cercare un senso nell’afflato della poesia:

Non ho un’andatura felina

Ho la schiena delle antenate

Le gambe arcuate

Di quelle che hanno portagé

Di quelle che hanno partorito

Camminando

A proposito del portage, è questa un’attitudine, quella dell’essere nomade negli spazi della tundra, che Bacon conserva anche negli spazi urbani, adattandola, come adatta e muta anche la sua stessa lingua; il tema dell’erranza, di un arrivo mai definitivo, si replica quasi nella scrittura, che resta un tentativo di avvicinarsi a un’eredità, un passato ormai irraggiungibile.

“Per Joséphine Bacon, donna e autrice, l’erranza è cifra esistenziale. Che la poeta trasporta con sé come un bagaglio che non è possibile scordarsi. Neanche a Montréal, dove ella indossa ‘le scarpe da città’. È propriamente il nomadismo infatti a definire la popolazione innu. Dal punto di vista lessicale le tre raccolte sono disseminate di parole che raccontano quest’erranza, che anche in termini formali si esprime con un dettato sincopato, a rintocchi, che insomma si porta dietro solo l’essenziale. Nelle tre raccolte la poeta descrive un cammino verso un luogo nutrito d’attesa in cui, grazie a un posizionamento decentrato, ogni partenza è il desiderio di un arrivo mai definitivo, che si rinnova grazie all’esperienza stessa di tornare a Nutshimit. Hélène Cixous in Mon Algériance usa il neologismo arrivance, che unisce “partenza” e “arrivo”, ma che prelude insieme all’ “arrivanza” anche la speranza e l’alleanza”, racconta Maffioli, traduttrice anche di Cixous.

“Se a muovere la scrittrice francese è la consapevolezza di un arrivo incompiuto e senza fine in Algeria, a muovere Joséphine Bacon è la sopravvivenza della memoria del cammino, che gli Innu hanno ripetuto negli anni, nei territori di caccia. Un’ “arrivanza”, o forse un’“arrivenza” – come suggerito da un’ardita spettatrice dell’incontro su Bacon organizzato quest’estate da Caterina Martinazzi e dal circolo “Sul palco” – cioè il desiderio di un arrivo che non sia mai definitivo, che sia eterna partenza, che apra lo sguardo alle terre di passaggio senza vincoli stanziali e di possesso, confutando ogni logica di appropriazione”.

 

 

Note:

Joséphine Bacon, Innue, (traduzione, prefazione e note di Francesca Maffioli), Interno Poesia, 2025, pp. 396,

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