Donne che creano disordine. Una riflessione sulle eretiche del Cinquecento

di Serena Vinci

 

Donne che creano disordine (Einaudi, 2025) è il titolo del nuovo saggio, dal taglio  scientifico ma ancor più narrativo, di Alessandra Celati, storica e ricercatrice universitaria. Celati si è addentrata nei meandri degli archivi di area veneta, e in particolare veneziana, per raccontare questa Storia di Caterina e altre eretiche nel Cinquecento. E questo è il sottotitolo di una narrazione che intesse con sapienza certosina le trame di una rete di donne che effettivamente hanno creato disordine all’esterno e all’interno delle loro case, in un tempo in cui la figura femminile viene associata inderogabilmente alle faccende domestiche, in primis il riordino, il governare il caos che la vita genera nel suo farsi. Eppure, questa immagine della donna sottomessa è soprattutto uno stereotipo. Siamo oggi tutti portati a pensare che il femminismo sia un affare prettamente contemporaneo, ma leggendo il resoconto di Celati, capiamo che quelle donne «se potessero, domanderebbero cosa siano quelle ‘gerarchie di genere’ di cui ci riempiamo la bocca e che per loro facevano semplicemente parte del senso comune» (p. XXXI).
Il saggio è strutturato in cinque capitoli preceduti da una ricca e orientativa premessa dell’autrice, e seguiti da una conclusione, altrettanto densa e significativa. Ogni capitolo è introdotto da un’instantanea, per un totale di cinque «piccole incursioni narrative che fotografano le protagoniste in un preciso momento del loro vissuto eterodosso» (p. XXX).

Tompkins Harrison Matteson, The Examination of a Witch (1853)

La prima istantanea però non riguarda le eretiche del Cinquecento, ma un’eretica attuale: l’autrice stessa. Datata il 7 marzo 2023, la prima fotografia è ambientata a Punta della Dogana, a Venezia, e vediamo l’autrice che, nell’attesa di accedere all’archivio della Curia patriarcale, a Santa Maria della Salute, si interroga sul personaggio di Caterina Colbertalda, in una prospettiva creativa che preannuncia uno sviluppo dell’argomentazione  scientifica, ma lo fa in modo assai poco ortodosso, per l’appunto.

Com’era il suo sguardo? E la sua voce? Come camminava?

Teneva la testa alta e le spalle dritte, o insaccava il mento verso lo sterno, la schiena curva nel desiderio di rendersi invisibile? Le piaceva dormire su un fianco o era una di quelle donne per cui non fa differenza, perché non riposano più che qualche ora per notte? Com’era la sua risata? E il suo modo di muovere le mani? Era alta come Lucrezia? Aveva il viso bruno di Franceschina? Mi assomigliava? (p. 4)

Io non sono una storica, mi occupo di narrazione letteraria e leggo questo passo attraverso le lenti dell’analisi stilistica. Intanto,  percepisco una data così vicina, quella del 7 marzo 2023, come un’interferenza: da un saggio sul Cinquecento, non mi aspetto di essere chiamata in causa come accade invece con le flashbulb memory, cioè quel tipo di ricordi che stimolano a richiamare luoghi e circostanze vissute in modo assai vivido. Dov’ero quel giorno e cosa facevo io? Proprio come nel corso di un processo, quando si viene interrogati su momenti della nostra vita che emergono dall’ombra, proprio in quanto rilevanti per chi ci pone la domanda. Suggestionata poi dalle inferenze, cioè tentando di arrivare a interpretare i non detti dell’autrice, mi accorgo che si sofferma su elementi fisici, come lo sguardo, la voce, le mani, che rimandano all’immaginario dei poeti e cantautori quando celebrano le figure femminili e in particolare la donna “angelicata”.
Per loro, l’incedere della donna (come camminava?) doveva essere aggraziato, invece Celati apre il varco sull’opposto: schiena curva, mento incassato. La voce rimanda al mito della sirena: una donna che parla e persino ride non può che essere un’incantatrice. La bianchezza simbolo di purezza fa a pugni con il viso bruno evocato. E se fin qui è ancora lecito pensare alla ricostruzione di dati per giungere a una rappresentazione fedele, quando arriviamo alla domanda “mi assomigliava?“, capiamo che l’autrice ha fatto il passo in più, si è lasciata ispirare dai documenti per dar loro un’anima, e per fare questo ne ha trasferito un po’ della sua. Del resto, Celati lo dichiara: il personaggio di Caterina è stato così toccante per lei da indurla a scegliere di chiamare sua figlia con lo stesso nome. Non che questo infici in alcun modo la validità scientifica del raccontato, che viene esposto con rigore nella ricostruzione dei fatti e delle congetture che permettono alla storica di illustrare un materiale finora lasciato al silenzio dei cassetti che lo hanno conservato. Sì, perché le protagoniste dei processi per eresia hanno ben due caratteristiche che rendono la loro esperienza poco attraente per i riflettori della Storia.

Prima di tutto, all’epoca delle vicende, l’eresia era un peccato intellettuale e le donne non erano certo presentate come tali, perlomeno dagli storiografi del tempo, tutti uomini. Anzi, alcuni inquisitori e giuristi attribuivano «esplicitamente alle donne lo statuto di minus habens» (p.x) e dunque «costitutivamente incapaci di essere eretiche» (p. xi). Del resto, nello stesso periodo storico, il reato che veniva attribuito alle donne era piuttosto quello di stregoneria, dal momento che la lascivia invece era riconosciuta come caratteristica distintiva del femminile. Debolezza e lascivia, certo, due facce della stessa medaglia stereotipata.

Nel mondo della prima età moderna la donna era considerata la fonte del disordine per eccellenza. […] Totalmente dominata dalla sua visceralità, la sua persona era ridotta al suo utero, che, simile a una bestia affamata, doveva essere nutrito con copiosi rapporti sessuali per non rischiare che, proprio come un animale selvaggio, vagasse per il corpo, compromettendo la parola e i sensi, rendendo la donna isterica e inducendola a comportamenti immorali, antisociali, sregolati. (p. XV)

 Questo ritratto della donna si ritrova nelle accuse di molti processi per stregoneria. Tempo fa ho avuto modo di studiare i documenti prodotti dai processi inquisitoriali di una delle prime cacce alle streghe, quella che va dal 1428 al 1544, registrata da Silvia Bertolin, che ne cura e raccoglie i testi in Processi per fede e sortilegi nella Valle d’Aosta del Quattrocento (Tipografia Valdostana, 2012). Non è un caso che Celati si sta attualmente occupando anche di questo tipo di documenti e sia interessata a svilupparne le implicazioni in studi ulteriori.
Ogni area geografica vive le proprie specificità, e se in Val d’Aosta i moventi politici che sollecitavano la caccia erano ovviamente legati al potere dei sovrani di quel territorio e alle sue peculiarità sociali e culturali, per esempio la superstizione, nel caso della ricerca di Celati, «la scelta del contesto veneziano è stata per molti versi obbligata», perché «non solo l’archivio dei Savi all’eresia è il più ricco tra quelli inquisitoriali sopravvissuti, ma, grazie alla sua fama di città aperta e tollerante, la Serenissima accolse un grandissimo numero di eretici» (p. XXIII).

La seconda caratterista che rende queste donne poco adatte a essere parte di una narrazione di pubblico dominio, è che sono donne comuni, mentre la Storia è fatta di solito di principi e principesse. Pensiamo agli innumerevoli rifacimenti della famigerata contesa al trono tra Elisabetta I d’Inghilterra e Mary Stuart. Sempre una diatriba tra cattolici e protestanti, sul filo dell’eresia. Ma cosa ci racconta della vita vera che si svolgeva al tempo? Molto poco, resta più che altro metafora o allegoria, a seconda di quello che chi narra intende comunicare. Invece, come ricorda Celati, è ormai indispensabile

[…] osservare la storia dalla parte delle persone, non della Chiesa, delle istituzioni o delle dottrine, considerando il disciplinamento imposto dalle istituzioni come un meccanismo sempre applicato ma sempre imperfetto, in conflitto con il dinamismo degli individui, in cui anche quelli (o quelle) collocati ai margini contribuiscono a loro modo a definire il centro. (p. XXI)

Ed è così che le eretiche di Celati permettono di entrare in dialogo con un altro argomento di grande attualità, cioè la marginalità. È evidente che si tratta di figure marginali della storia, in quanto donne comuni ed eretiche, ma non solo. Le loro sono anche vicende che permettono di ricostruire un pezzo importante della storia della lettura e della religione, perché ognuna delle protagoniste del saggio rappresenta una diversa declinazione di eresia, strettamente connessa all’accessibilità all’istruzione e all’interpretazione dei testi sacri, in rapporto a ciò che era concesso all’epoca. Ognuna di loro percorrerà un destino diverso: alcune si faranno portavoce del pensiero eretico altrui e lo faranno proprio, altre invece accederanno direttamente ai testi, come Aquilina Loschi «donna malmaritata, colta e indipendente che discuteva di teologia difendendo le posizioni protestanti», oppure la mia preferita in assoluto, Francesca de Ronchi. Questo personaggio incarna non solo l’eresia ma anche l’esperienza migrante, che le servì per interpretare la realtà da un punto di vista diverso. Francesca era partita, appena dodicenne, per la Svizzera e poi per la Francia ma, dopo una lunga permanenza nel corso della quale aveva imparato ampiamente a leggere e interpretare i testi sacri autonomamente, alla morte del marito, è costretta al rientro in in Italia. Qui, si confronta con Isabetta, una sua cugina che fa parte della rete delle “eretiche”.

Attraverso le sue parole, Isabetta poteva fantasticare su terre remote e idilliache, che, a lei che non era mai uscita dal contado veneto, forse apparivano tanto irraggiungibili quanto attraenti. […] Anche se oltralpe aveva visto e subìto sulla sua pelle tutta la violenza delle opposizioni religiose, Francesca descriveva quei luoghi attraverso il ricordo trasognato della sua giovinezza.  Il ricordo del viaggiatore che non ha più radici, e che ha imparato il faticoso processo di costruirsene di sempre nuove, mobili e interiori. (p. 216)

Mi sembra che la storia dell’eresia femminile, di cui Celati ci offre quest’importante testimonianza, abbia in sé la forza della responsabilità che ogni scelta implica. Se infatti l’etimologia del termine ‘eresia’ risale alla parola greca αἵρεσις, “scelta”, in riferimento al fatto che l’eretico è colui che sceglie di accettare solo una parte della dottrina ortodossa, rimanendo in disaccordo su altre parti, invece l’eresia femminile abbraccia forse ancora di più un’altra sfumatura di significato: quello di “afferrare”.

 

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