12 Ott Sisifo
di Stefania Rega
Appena arrivato in casa, Giorgio prese un paio di forbici e tagliò il cartone. Ne estrasse senza troppe accortezze il televisore e i pochi accessori. Telecomando e batterie, cavo di alimentazione, piedini di sostegno e manuale. Dieci minuti più tardi, il primo televisore che avesse mai comprato era montato sopra una cassettiera, e cercava i canali. Nell’attesa Giorgio si preparò un caffè. Non riusciva a mettere a fuoco la sensazione che provava in quel momento. Quando gli sembrava di averla afferrata, ecco che gli sfuggiva. La inseguiva, con alterna convinzione, ma quella subito gli sgusciava tra le dita, lasciandolo a contemplare un paesaggio vuoto. Giorgio bevve in fretta il caffè, lasciò la tazza nel lavandino e prese il telecomando. La ricerca era finita. Il programma aveva trovato solo otto canali.
Possono bastare, pensò Giorgio. Li passò in rassegna uno ad uno, e non trovò niente di interessante. Spense il televisore e restò seduto sul divano, nel consueto silenzio del suo appartamento. Ora non avrebbe più potuto dire con quella piccola ma sentita punta di soddisfazione, «No, io non ho il televisore in casa».
E l’idea di quanto fosse banale averne uno gli cadde addosso leggera e stomachevole come una pioggerella di urina da un balcone. Alla fine aveva ceduto. Aveva ceduto e aveva comprato un televisore. Per farci cosa? Era questa la domanda. Cosa diamine poteva farci ora con quel televisore?
Non riusciva a ricordare quali fossero quelle tante cose che aveva sempre avuto la sensazione di perdere, colpevolmente, non avendo il televisore. Finché non aveva potuto vederle, erano state tante e tutte importantissime, fondamentali. Ora che il televisore era lì, che bastava premere un minuscolo tasto, tutte quelle importantissime e fondamentali cose si erano dileguate. Non c’erano più. Ora c’era solo un rettangolo nero che gli rimandava la sua immagine sfocata, il suo corpo seduto con il profilo concavo delle spalle, le ginocchia divaricate e le mani inermi sopra le cosce.
Si alzò. Era stato un errore comprare quell’aggeggio. Aveva scambiato i suoi soldi per un oggetto che non gli serviva a nulla. Capita a tutti.
Passò una settimana. Le abitudini di Giorgio non erano state minimamente intaccate dalla presenza del televisore, il quale – di fatto – era restato muto e ignorato per tutto il tempo. Quando era in casa Giorgio metteva in ordine, cucinava, leggeva e soprattutto si dedicava ai modellini navali, la sua passione. Aveva destinato una parte della camera da letto a studiolo di montaggio ed esposizione. Una scrivania nell’angolo, mensole alle pareti e vetrinette. Dopo cena, si metteva seduto alla luce della lampada e sistemava con calma e precisione i minuscoli pezzi. Talvolta accendeva la radio, ma più spesso lavorava in silenzio totale. Gli capitava pure di parlarci con le sue navi. “Ti manca solo un po’ d’acqua sotto lo scafo, ecco cosa ti manca”.
Per una settimana, dunque, Giorgio sembrò non ricordare di avere il televisore in casa. Poi all’improvviso gli venne l’idea: poteva rivenderlo. Avrebbe recuperato almeno in parte i suoi soldi, avrebbe liberato lo spazio della cassettiera e non avrebbe più avuto quella lieve ma sinistra sensazione di essere osservato e accusato di abbandono dallo schermo nero e muto.
La prima persona a cui pensò fu la sua vicina di casa, l’anziana signora dell’appartamento accanto. Non perché lei potesse comprarlo ma perché conosceva tutti e parlava con tutti, e gli avrebbe saputo dire come sbarazzarsi di quell’ingombro. Giorgio non perse tempo, uscì sul pianerottolo e bussò alla porta accanto. Nei dieci anni che aveva trascorso in quella casa aveva bussato alla sua vicina tre o quattro volte al massimo. La donna lo guardò attonita. Giorgio cercò di essere cordiale.
“Buonasera, signora. Spero di non disturbarla a quest’ora. Avrei bisogno di chiederle un favore. Se posso approfittare della sua fitta rete di conoscenze…”
Un’ora dopo l’inquilino dell’ultimo piano, un signore dalla pancia enorme e l’aria bonaria che Giorgio non aveva mai visto prima e che si presentò come Federico Fassi, osservava con interesse il televisore intonso.
“E così, non lo ha mai acceso”.
“Solo al momento dell’acquisto. E per pochi minuti”.
“Lo ha comprato e si è pentito, insomma”.
“In pratica, sì.”
“A me sarebbe utile un altro televisore. Ne abbiamo già tre in casa, uno in cucina, uno in salotto e uno in camera da letto. Ma mia figlia ne reclama un altro tutto per sé. Dice che i suoi gusti televisivi non coincidono con quelli noiosi dei suoi genitori”.
Giorgio sorrise appena e provò a immaginare cosa potesse significare avere quattro televisori in casa, tutti accesi. Non riuscì a formarsi un’idea precisa, il suo ospite gli raccontava già di quando era adolescente e in casa c’era un solo apparecchio, senza telecomando, del resto con due canali soltanto… Giorgio ascoltava paziente. “Interazione umana”, pensò sconsolato, “si chiama anche così questa noia”.
L’uomo si trattenne ancora diversi minuti, poi si avviò verso la porta avvisando il padrone di casa, con tono scherzosamente minaccioso, che sua figlia avrebbe senz’altro chiesto di vedere il televisore prima di acquistarlo. La notizia lasciò Giorgio del tutto indifferente. In ogni caso, la potenza delle relazioni sociali della signora della porta accanto si era ampiamente dispiegata. Nel giro di un’ora gli aveva procurato il primo potenziale cliente, chissà cosa sarebbe accaduto nei giorni a seguire.
Il giorno dopo bussarono alla porta due donne giovani e piuttosto affascinanti. Giorgio le accolse in casa quasi distratto. Tuttavia, dopo qualche istante la presenza di quella coppia in casa sua iniziò a procurargli una certa inquietudine. Ma era un’inquietudine dolce e misteriosa che ad un certo punto gli fece nascere il desiderio che si trattenessero a lungo, il più a lungo possibile. Gli piaceva osservarle mentre parlavano e si riavviavano i capelli all’unisono. Gli piaceva confrontare il tono delle loro voci così diverse, in una basso e molto morbido e nell’altra aspro e tagliente come una lama. Parlavano alternando con precisione meticolosa gli interventi ora dell’una ora dell’altra, e così a tempo di una coreografia delicata gli raccontarono che vivevano insieme da solo due settimane, che lavoravano entrambe in uno studio di architettura, che erano appena rientrate da una vacanza in Portogallo, che stavano cercando di accordarsi sull’eventualità di un televisore anche in cucina. Giorgio sentiva mille domande salirgli su per la gola. Avrebbe voluto sapere tutto di loro, come si erano incontrate, quale tipo di amici frequentavano, come avevano arredato la loro casa. Le due donne invece sembrarono esaurire presto il tempo e l’attenzione disponibili e osservato distrattamente il televisore andarono di conserva verso la porta. L’inquietudine di Giorgio non si era placata e ora gli mordeva le guance. Ma non riuscì a fare nulla per fermare quelle due figure intriganti. Appena richiuse la porta sulle schiene gemelle volate via come un’apparizione mistica, si lasciò andare ad un lunghissimo sospiro, tenendosi una mano sul petto. “Chissà, chissà…” continuava a dirsi. Ci vollero alcune ore affinché il desiderio di sapere tutto sulle sue visitatrici si spegnesse e quando Giorgio finalmente si mise a letto sentì con chiarezza che dalle sue ceneri ne era nato un altro, ugualmente intrigante: che il giorno dopo arrivassero nuove visite.
Il mattino dopo, difatti, si svegliò con un insolito entusiasmo, una sorta di eccitazione sottopelle. Aveva proprio la sensazione che stesse per succedere qualcosa di gustoso, che già gli solleticava le ghiandole salivari. Dopo il lavoro in ufficio, si precipitò a casa e restò nell’attesa spasmodica di sentire il campanello suonare.
E quando finalmente il campanello suonò, Giorgio aprì la porta ad un uomo smilzo, con gli occhialetti rotondi e i riccioli rossi arruffati sulla fronte. Così magro da poterne indovinare le ossa una ad una, indossava degli abiti inevitabilmente larghi. Parlava con rapidità, quasi a scatti, e a scatti si muoveva. Si avvicinò al televisore come un fulmine e lo osservò avvicinando il naso ad ogni spigolo, sfiorando con i polpastrelli ossuti ogni presa e connessione come a sincerarsi che ci fossero. E intanto raccontava a Giorgio che abitava nel palazzo a fianco, quello tutto verde, e che aveva bisogno di un nuovo televisore da mettere in camera da letto. Di sera, gli diceva, lui e la moglie non si addormentavano senza aver guardato la TV per almeno un paio d’ore. Giorgio allora gli parlò di se.
“Io non uso per niente il televisore, infatti lo voglio rivendere”.
“E cosa fa la sera prima di dormire?”
Un po’ imbarazzato, Giorgio raccontò dei suo modellini. Mentre descriveva, a parole un po’ smozzicate, la sua collezione di pescherecci, il galeone elisabettiano realizzato solo l’anno precedente e la trireme romana appena iniziata, si sentì improvvisamente fuori dal mondo. Si vide chino sui disegni delle sue navi nel silenzio della sua camera solitaria mentre quell’uomo e sua moglie guardavano un film e si scambiavano opinioni, o ridevano all’unisono davanti a una commedia.
L’uomo gli chiese di accendere il televisore. A parte il giorno in cui lo aveva comprato, era la prima volta che quell’oggetto prendeva vita. Le immagini mangiarono il nero con lentezza fino a stagliarsi nitide dentro la cornice metallica. Il volume era bassissimo, ancora immutato da quel primo vagito. Giorgio lo alzò e una voce calda di uomo, dalla dizione perfetta e dal tono rilassato, riempì la stanza.
“Lo spettacolo teatrale di ieri sera… “, disse l’uomo riccioluto.
“Ritrasmettono il programma di ieri sera?”
“Sì, i canali tematici rimandano le stesse cose a ripetizione, anche se a orari diversi. Questo televisore ha un’ottima risoluzione”.
I due uomini restarono in silenzio per qualche istante. Giorgio ascoltava la voce dell’attore. L’uomo dai capelli rossi aveva serrato le mascelle e aggrottato appena la fronte. Poi si riscosse piuttosto improvvisamente, pronunciò qualche frase di commiato e sparì.
Giorgio rimase a guardare le immagini sullo schermo. E per la prima volta nella sua casa risuonarono voci fino a mezzanotte ed oltre.
La marea iniziata con discrezione e lentezza, si ingrossò piano piano, e si gonfiò. La figlia di Federico Fassi gli piombò in casa una mattina alle 7:30 e decretò senza mezzi termini l’inadeguatezza di quel televisore per la sua camera. Poi arrivò la madre che voleva fare un regalo al figlio per aver vinto un concorso canoro. I figli che volevano fare il regalo di compleanno alla madre. Un’intera famiglia, padre madre e due bambini, che restarono in casa per un’ora abbondante, con i pargoli irrequieti a sciamare per le stanze, salire sulle sedie e sul divano, fino a lambire la vetrinetta dei modellini navali. Poi il cuoco che al rientro a casa, intorno alle quattro del mattino, non riusciva a dormire. La coppia di sessantenni appena sposati. La donna incinta di sei settimane che vomitò sulla porta del bagno. Ci fu chi gli parlò di quel canale intrigante dove si parlava solo di sesso. “È lì che ho scoperto lo squirting, e avevo 40 anni, ci crede? Ho vissuto per quarant’anni senza sapere che esistesse una cosa così?!”. Qualcuno gli espose ficcanti riflessioni “sull’inaccettabile iniquità della programmazione dei canali pubblici, completamente schiacciati sulla soddisfazione degli impulsi più viscerali dello spettatore medio, e del tutto sganciati dal proprio ruolo di guida culturale del paese”. Qualcun altro gli mostrò come collegarsi a Internet. Gli segnalarono canali inconsueti, gli rivelarono la possibilità di seguire la radio in TV, lo intrattennero con programmi sulla cucina, sulla natura, sulla vendita di immobili, di abiti e di gioielli, sul teatro e sulla storia.
Il televisore adesso era sempre acceso. Nel giro di poche settimane Giorgio aveva memorizzato i palinsesti pomeridiani e serali di molti canali, aveva le sue serie preferite, i presentatori più simpatici e quelli più odiosi, le rassegne cinematografiche che non poteva perdere, i canali inguardabili.
A un certo punto si rese conto di essere lui a segnalare i programmi ai visitatori. “Pensi che inizia proprio quando rientro a casa dal lavoro. Quando il traffico mi rallenta faccio le scale di corsa”. Maneggiava il telecomando come un giocoliere le clavi. “Ho rivisto questo film con i sottotitoli in inglese. Non capisco quasi nulla di inglese, ma è stato divertente”.
La sua febbre di TV aveva coperto di polvere la trireme romana. Lo scafo era completato, ma l’allestimento mancava del tutto. Era la parte più faticosa ma anche la più piacevole. Giorgio era diventato abilissimo a posizionare con precisione chirurgica anche i pezzi minuscoli, i remi ad esempio. Riusciva ad allinearli al millimetro, a osservarli in prospettiva sembrava ce ne fosse uno solo. Eppure adesso tutto giaceva nella scatola che Giorgio non si era nemmeno curato di chiudere. I vogatori affastellati, il rostro relegato in un angolino. A volte, il suo sguardo ci cadeva sopra, “Non ho ancora visto un programma televisivo sul modellismo”.
Ormai non passava un solo minuto in casa senza una voce in sottofondo. Di mattina, mentre faceva colazione ascoltava il notiziario e dal bagno, se gli veniva, commentava pure. E appena rientrava afferrava il telecomando e accendeva. Spesso pranzava o cenava in piedi, con il piatto in mano, oppure sul divano, ma sempre davanti allo schermo, in cucina ormai solo di rado. Anzi, quei pochi minuti che gli servivano per prepararsi qualcosa, si muoveva in modo frenetico per perdersi il meno possibile.
Così finì che quando arrivavano i visitatori lo disturbavano. Poteva essere seduto sul divano, o in piedi con il telecomando puntato come un’arma, il campanello lo infastidiva senza fallo. Faceva entrare il visitatore e gli mostrava subito il televisore come a sbrigare una faccenda noiosa. Non aveva più nessuna curiosità verso di loro, non aveva voglia di ascoltarli né di scoprire chi fossero, men che meno di vendere a loro il suo televisore. Ora fremeva affinché andassero via e lo lasciassero a guardare il suo programma.
L’ultima visitatrice fu una anziana donna che si trattenne a lungo prima che Giorgio la accompagnasse alla porta e gliela chiudesse sulla faccia proprio mentre pronunciava il suo “buona notte”. Poi tornò al divano con passo deciso, si mise seduto stringendo il telecomando e puntò lo sguardo sullo schermo.
Fuori la notte avanzava e le strade si svuotavano. A Giorgio arrivavano le voci del fruttivendolo bengalese e dei suoi amici, quasi sicuramente parenti, che chiacchieravano
sempre fino a tardi. I clienti erano finiti ma loro sarebbero rimasti lì a ciarlare in quella loro lingua svelta ancora per un bel pezzo. La ragazzina che riportava il cane a casa dopo la passeggiata quotidiana passava sotto la sua finestra parlando al cellulare con un linguaggio quasi incomprensibile. Sentì il portiere del palazzo che chiudeva di schianto la porta della sua guardiola piena di foto alle pareti.Nel volgere di pochi minuti il parcheggio del supermercato di fronte divenne una distesa di asfalto grigio. Ai semafori le file di auto si accorciarono, e poi svanirono, lasciando il cerchio rosso a brillare da solo. Tutti correvano verso una casa, un appartamento, un villino, un monolocale, un attico, una mansarda, una baita. Qualcuno ci avrebbe trovato un’altra persona o più persone ad aspettare, altri avrebbero a loro volta aspettato il rientro di un parente, un congiunto, una coinquilina. I cancelli scattavano, i garage tossivano lenti la chiusura, le finestre si spegnevano, le porte si sbarravano. In strada solo qualche gatto solitario ora saltava giù dal muretto di un giardino, qualche topo sbucava dalle fessure delle fogne. Nei condomini la luce delle scale illuminava i gradini deserti.
Nel palazzo la voce di un bimbo risuonò prolungata, un lamento quasi annoiato. Una porta venne chiusa senza accortezza. Poi più niente. Sotto la porta dell’appartamento di Giorgio si intravedeva un chiarore intermittente, bianco e azzurrino. Le spalle appoggiate allo schienale del divano, il telecomando stretto nella mano destra e gli occhi puntati sullo schermo. Era notte fonda.
Roma, luglio 2025
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