Sciascia maestro di scuola. In dialogo con Barbara Distefano

 

di Ivana Margarese

 

Dal 1949 al 1957, per otto anni (ma nell’ultimo è quasi integralmente sostituito da un supplente), Leonardo Sciascia (1921-1989) insegna in una scuola elementare del suo paese natale, Racalmuto.
È noto che non amerà mai essere definito “intellettuale”; al contrario, rivendicherà sempre il titolo di «maestro con la emme minuscola», e di fatto esordirà scrivendo della sua esperienza fra i banchi di scuola. Di questa parte della sua attività resistono tuttavia soltanto lo stereotipo giornalistico del «maestro svogliato» e il pregiudizio accademico che vede nella didattica un marginale mezzo di sussistenza del letterato.
Sciascia maestro di scuola. Lo scrittore-insegnante, i registri di classe, l’impegno pedagogico di Barbara Distefano smonta queste narrazioni risalendo ai documenti scolastici e invitandoci a rileggere i registri di classe del maestro Leonardo. Il libro recupera inoltre alcuni articoli pedagogici dispersi degli anni Cinquanta e la memoria di un’antologia per la scuola media realizzata dallo scrittore negli anni Ottanta. L’autrice ha realizzato un lavoro attento e intelligente che oltre a restituire i documenti e le memorie dell’attività di insegnamento dello scrittore offre una chiave di lettura per ripensare alcune intorpidite categorie di interpretazione che spesso ci impediscono di osservare più a fondo la nostra realtà e provare a modificarla.

 

Sciascia maestro di scuola affronta una sfida etica e culturale, denunciando una tendenza radicata negli studi letterari, quella di sorvolare, se non addirittura di cancellare, il dato biografico dell’insegnamento nel profilo di un autore o di un’autrice. Scrivi:“La presente monografia su Sciascia maestro è, dunque, il case study di un’attività di ricerca più ampia, che intende restituire visibilità alla didattica d’autore e riconferire dignità a una professione utile all’ispirazione letteraria, ma sempre più declassata nella percezione sociale e trascurata anche dalla critica”.
 In tempi in cui la scuola soffre una crisi come categoria mentale e valoriale, prima ancora che come struttura istituzionale, è cruciale riscoprirne il valore come luogo di ricerca, produzione e sperimentazione, non soltanto di trasmissione di nozioni. La questione solleva un interrogativo più ampio: questa svalutazione dell’insegnamento affonda le radici nelle rappresentazioni culturali italiane?

Da ormai quattro anni porto questa domanda dentro tutti i miei corsi di formazione per insegnanti che vengono a Berlino in mobilità Erasmus+. Avendone quindi anche discusso con migliaia di docenti provenienti da tutta Europa e oltre, posso dire che si tratta di una questione globale. In una famosa scena di Annie Hall, Woody Allen usa quel detto secondo cui those who can´t do teach (quelli che non sanno fare e creare insegnano), che è evidentemente un detto internazionale.
Con la mia attività´ di ricerca io ho cercato di creare una contronarrazione che, partendo dalla letteratura, dimostrasse che non soltanto è praticamente impossibile riuscire a insegnare senza saper fare ed essere creativi, ma anche che molti di quelli che sapevano per esempio fare gli scrittori e le scrittrici, oltre a scrivere insegnavano; che alcuni hanno cominciato a scrivere proprio perché insegnavano (vedi Sciascia); che altri (come Giorgio Caproni) non hanno mai smesso di insegnare pur sapendo e potendo fare altro; e che altri ancora (ancora Sciascia) sono diventati scrittori perché insegnare era (parole di Sciascia) non solo difficile, ma proprio impossibile. Sciascia maestro l’avevo scritto per creare una contronarrazione, e sono felice che quel lavoro  adesso proseguirà con WRICHERS, un progetto di ricerca che potrò portare avanti grazie alla Commissione Europea, e che guarda alla letteratura italiana dalla prospettiva della letteratura mondiale.
Perché, se è vero che la svalutazione del lavoro delle insegnanti e degli insegnanti è una questione globale, la specificità italiana è che questa svalutazione in Italia è non soltanto un discorso d’odio molto presente a livello sociale, ma è stato ed è anche un discorso istituzionale, che ha legittimato e continua a legittimare determinate politiche, a partire da quella di tenere bassi gli stipendi, e con essi (perché il denaro muove il mondo) la credibilità della categoria.

Leonardo Sciascia dichiara di non aver potuto fare abbastanza a scuola perché per tutta la vita è stato preso dal demone della scrittura e della lettura e la scuola è stata per lui una cosa un po’ marginale se non quando riusciva a portare dentro la scuola, qualcosa che lo interessava come lettore e come scrittore. Mi soffermerei su questa dichiarazione accostandola a quel fare con gioia di cui parla lo stesso Sciascia riferendosi a Montaigne e Diderot. Mi domando e ti domando perché il profilo del docente debba presumere un modello rigido, privo di corpi, in cui interessi e curiosità personali sembrano quasi rappresentare una colpevolezza? È interessante anche sottolineare come lo scrittore sottolinei le proibizioni e i controlli che nella scuola finivano col separare l’istruzione dalla vita e dalla sua testimonianza. Aggiungo che ho trovato in lui una grande empatia quando racconta che i suoi studenti, bambini nell’entroterra siciliano, soffrivano la fame ed era difficile parlare loro di Mazzini o dei Rinascimento e come soltanto col tempo e con il guadagnarsi la loro fiducia qualcosa si modificava e cominciava a trovare un senso. 

Direi che il sistema ci abitua a fare la stessa cosa con gli studenti e le studentesse: in ancora pochi sistemi d’istruzione europei la creatività e gli interessi personali di chi siede fra i banchi vengono incoraggiati, valorizzati e valutati. Linee guida ministeriali, programmi, curricula, corsi exam-oriented etc., sono tutte cose che allontanano la scuola dalla realtà ancora oggi.
Rispetto ai tempi di Sciascia, oggi le metodologie e gli approcci che si fondano proprio su domande e problemi della vita reale sono molto più diffuse. Il problema della fame e della povertà,  e di come le barriere economiche determinino alla nascita il destino accademico di un individuo, però, è sempre lo stesso. Questo problema Sciascia ha avuto il coraggio di enunciarlo, e quindi denunciarlo, con la chiarezza e il coraggio che lo contraddistinguevano. E a renderlo un bravo insegnante (piuttosto che l’insegnante fannullone che ci hanno fatto immaginare i titoli dei quotidiani nazionali che hanno parlato della sua attività di maestro) non era solo questo, ma anche il fatto di aver evidentemente ben chiaro che insegnare significhi, prima che trasmettere contenuti, costruire relazioni umane. Uno dei lavori (e sfido chiunque a negarlo) che richiedono più tempo e fatica.

 


Lo scrittore siciliano ripete in alcune occasioni di concepire la letteratura come buona azione. Puoi spiegarmi le ragioni di questa affermazione? 

L´espressione gli veniva da questa frase di Giuseppe Antonio Borgese: “Aspiro, per quando sia morto, a una lode: che in nessuna mia pagina è fatta propaganda per un sentimento abietto o malvagio”. La ragione è che Sciascia credeva al potere delle parole: sapeva che le parole possono non solo ferire ma anche distruggere, ma era convinto che i colpi di penna potessero essere anche colpi di spada contro le ingiustizie del mondo. Insomma, credeva che la scrittura potesse portare qualcosa di buono nel mondo e incidere sulla realtà, e quella fu l’unica buona azione che gli rimase quando si rese conto che la buona azione di insegnare ai poveri bambini di Racalmuto a leggere, far di conto e difendersi dalle ingiustizie del mondo non era abbastanza.


“Pensavo: così si deve scrivere, così voglio scrivere. E ogni mattina guardavo quell’uomo affilato di ironia, cupo, scontroso, quasi ne portasse il segreto, il mistero”. Così Leonardo Sciascia ricorda Vitaliano Brancati. Potremmo parlare di un incontro “carsico”, sotterraneo, tra i due scrittori o fu solo un incontro mancato? 

In realtà si incontrano, o meglio si incrociarono, all’istituto magistrale IX maggio di Caltanissetta, dove Sciascia studiava e Brancati insegnava. Un esempio del perché le scuole andrebbero inserite fra i centri culturali che normalmente figurano nelle mappe e negli atlanti della letteratura.

Nel tuo saggio troviamo i registri di scuola di Leonardo Sciascia. Mi piacerebbe me ne parlassi.

Quello che Sciascia scriveva sui suoi registri di classe oggi potete leggerlo in appendice a Sciascia maestro di scuola, o andando a vedere fisicamente questi registri alla Fondazione Sciascia di Racalmuto. Ma fra due anni quelle cronache di vita dalla scuola le offrirò al pubblico in un archivio digitale che le metterà  in dialogo con quelle di altri scrittori e scrittrici del Novecento italiano (e´ uno degli obiettivi del progetto WRICHERS). Chi legge Sciascia maestro vede solo le trascrizioni di quello che Sciascia scriveva, ma non vede la sua grafia, che a me e´ sembrata un sismografo del suo rapporto con il lavoro di maestro, dei suoi momenti di scoramento o di entusiasmo. E poiché non è facile per tutti arrivare a Racalmuto, sono felice che presto potremo sfogliare online quei registri.

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