10 Ott Pastelli bianchi
di Barbara Buoso
Anch’io, cacciatore di parole, do la caccia a parole che non passano più.
E anche io vorrei essere realmente pazza.
Fabrizia Ramondino, L’isola riflessa
Scrivere non è un atto che comincia nell’età adulta. Ogni volta che apro un foglio bianco, so che il gesto prende forma da quella bambina che sono stata e che continua a muovermi da dentro come da una camera oscura. La terra dell’infanzia è un luogo in penombra, dove le parole non hanno contorni definiti, ma emergono come sagome che si rivelano lentamente alla luce rossa di una lampadina, dominate dall’agente chimico in cui sono immerse.
Nel buio dell’infanzia io ritrovo la possibilità di un alfabeto ancora non fissato, sviluppato, immerso nel liquido reagente, un alfabeto che, come pellicola, è ancora impressionabile dalla luce. E’ una materia in fermento e che, se ascoltata, genera immagini troppo scomposte per restare chiuse, come da un recinto, in un quaderno a righe o a quadri: gli oggetti si deformano, i suoni si distorcono, ogni lettera custodisce un segreto che chiede di essere rivelato non con la definizione, ma con una metafora, o una similitudine.
Per questo scrivo: per non smarrire quel momento originario in cui le parole erano, contemporaneamente, ostacolo e promessa, inciampo e soglia. Nell’infanzia si resta sospesi su una porta: tra l’oscurità che trattiene e la luce che rivela.
Scrivere significa allora tornare a quella camera oscura interiore, in un pozzo, rientrare nel buio generativo dove il mondo non è ancora stato detto e quindi può, ogni volta, sorgere di nuovo. E’ un ritorno necessario: perché senza quella oscurità germinale, ogni parola rischia di diventare solo nozione, mai visione. I miei personaggi nascono da qui, a loro ho affidato il compito di raccontare l’infanzia come metafora, come terra originaria della scrittura, come possibilità, come crescita, come scoperta.
Dario, il mio ragazzo nuovo del racconto “Il ronzio delle vespe”, era destinato alla coercizione nel momento stesso in cui aveva varcato la soglia della scuola elementare, a lui facevano intimamente ribrezzo quei fogli attaccati al fondo della classe su cui diligenti maestre, per insegnare l’alfabeto, avevano scritto le lettere e, per ciascuna, avevano disegnato un’immagine corrispondente. Alla “a” era toccata una pingue ape gialla e nera con i capelli ricci, escludendo l’eleganza del bombo, certo, ha la “b”, la solennità del calabrone, la sinuosità della vespa: cosa avremmo dovuto fare di tutte quelle lettere insolenti, si tormentava Dario dal banco in prima fila, anche un fuco è ape. E come l’avremmo posta la questione dell’ape operaia? AO sarebbe diventato un acronimo, un sottoinsieme, una sigla nel migliore dei casi. Dario sognava ogni notte di prendere quei fogli con l’ape, la banana, il coccodrillo, la mela, l’igloo e strapparli con la complicità dei suoi compagni e delle sue maestre e essere adulato per le parole nuove a cui aveva pensato imparando le lettere. La i, ad esempio, avrebbe scritto “ilare” e come immagine ci avrebbe messo una mezza luna di sorriso, pieno non come i suoi stentati, con i denti nascosti dalle labbra serrate per nascondere le irregolarità. Il sorriso lo aveva dentro sé come un bulbo di giacinto nasconde, sotto la terra, una gittata di campanelle profumate. E chi lo aveva mai visto un igloo nelle sue terre? Chi lo avrebbe mai visto un cupolino di ghiaccio con i mattoncini regolari bianchi uno sopra l’altro? Una struttura simile in Polesine? Potevano ambire, se andava bene, a una bella nevicata quando era l’ora di andare a dormire e, durante la notte fonda col freddo e l’aria purificata, il manto sarebbe diventato ialino, di aspetto vitreo e trasparente. “Ialino”, come chiedere a quelle maestre di sacrificare quella buffa immagine della casa degli eschimesi a favore di una parola mai sentita prima, che non avrebbe impresso nessuna immagine nella testa dei bambini, peggio, avrebbe portato solo confusione e smarrimento e il pericolo di non imparare l’alfabeto. Come poter parlare l’alfabeto della neve e arrischiarsi a mettere nelle loro mani degli enormi pastelli di cera bianchi? Negli incubi di tutti i bambini asini c’era un gigantesco pastello bianco, massiccio come una di quelle stalattiti di ghiaccio che, quando c’era il freddo, bordavano le grondaie delle case; quelle ghirlande di ghiaccio che alle prime ore della mattina erano opache e le potevi spezzare come cristallo e quelle sì, per i bambini asini e non asini, erano le penne peggiori, quelle che non scrivevano! Tracciavano lettere bianche sul foglio e nessuno poteva leggerle, peggio ancora di aver fatto male i compiti: non svolgerli! e tu asino, vallo a spiegare che era la notte, l’escursione termica, ad avere magnificato il mondo di quel ricamo luccicante!
Dario le capiva le lettere, le aveva imparate come i non asini, ma a lui venivano in mente altre parole, non comuni, in un altro ordine, non come quello dell’alfabeto dei giusti, dei non asini; lui si affacciava su altre armonie, disposizioni, sequenze che originavano caroselli di parole bellissime, macchiate dall’onta dell’innovazione. Perché non far generare dall’ape il segno del ronzio, della r, o lo zzzzzzzz? Perché doveva essere l’uncino grafico della “g” a scoprire la testolina del gatto e non sentire sulla propria coscia il farsi dei polpastrelli felpati? Sarebbe dovuta venire la p, la f, la m del miagolio e fare un carosello assieme. Le immagini erano come botole da cui uscivano parole nate nell’oscurità. La scuola aveva avuto paura di lasciare gironzolare in classe tutte le figure generate dalle lettere dell’alfabeto, avrebbero preso il sopravvento rispetto al simbolo grafico e sarebbero entrate nelle teste dei bambini come sibili e come vento grecale e li avrebbero portati a immaginarne sempre di nuove, e non ci sarebbe stata più pace per la testa.
Con le sue sequenze di parole, come nella notte invernale, la gente sarebbe finita a gambe all’aria, quel ragazzo strano voleva indurli in inganno, farli impazzire, ridere alle loro spalle.
La scuola, allarmata, dopo averlo bocciato e deriso lo aveva condotto al Centro Salute Mentale e lì era iniziato il suo percorso di malato-palombaro che, silenziato dalla sua capacità di far uscire le parole dai ranghi dell’alfabeto dei giusti, era stato messo in sicurezza su un lettino bianco. Lì disteso, il suo pensiero impigrito chimicamente di non più asino smetteva di scalciare, di dibattersi contro i recinti della consuetudine e delle filastrocche imparate a memoria, condannato a non pescare più alcuna parola senza una logica, inchiodato all’alfabeto dei giusti.
Chi testimonierà che non sono anche io un’asina? Come Dario, avrei voluto bruciare le pagine con quelle stupide parole appese. Ricordo chiaramente – è un episodio che ho affidato a un altro dei miei personaggi bambini, Caterina de L’ordine innaturale degli elementi – di aver preso un non classificabile per un tema svolto in quarta o quinta classe in cui si chiedeva di descrivere un oggetto famigliare, e io avevo descritto, con amorevole cura e perizia di particolari, uno di quei cannoni antigrandine che venivano usati nelle campagne per ‘rompere’ i fronti freddi, dimorato nel fondo dei nostri vicini. La maestra commentò il mio elaborato dicendo che ero andata fuori tema, forse per attirare l’attenzione dei compagni, di aver deliberatamente esagerato o addirittura copiato da una rivista specifica, magari una di quelle che circolavano in casa mia visto che la mia famiglia coltivava la terra; escludeva categoricamente che quelle parole fossero pensate da una bambina. La maestra fu molto severa e ricordo ebbe da ridire anche sulla mia fantasia manifestata nel voler vedere il cannone come un enorme megafono capovolto sulla terra, come se un grandissimo orecchio – di chi? di una entità in cielo, pensavo – poggiasse la testa e ascoltasse me e Caterina, che ci eravamo passate lo stesso tema. Io e lei confidavamo nella buona volontà dell’universo, di un ordine sovrano che potesse soverchiare le leggi umane e impedisse agli uomini di gironzolare come mosche nelle carogne, noi, corpi di bambine. – ehi, ci senti, lassù? – pensavo, mentre scrivevo il tema. A un’asina non manca l’immaginazione.
Giovanni è l’ultimo dei miei ragazzi nuovi. Viene al mondo dopo un estenuante travaglio su un sudario oltraggiato nel candore, irrorato da sangue, sudore, capelli della madre, urla, implorazioni, preghiere, spergiuri: è il suo corpo a scrivere sul lenzuolo bianco, e saranno quei primi segni rossi a esortarlo a varcare un confine, spinto da sua madre che muore lasciandogli in eredità il dono di saper comprendere le voci e le parole provenienti dalla terra.
Giovanni metterà in pratica – sarà lasciato libero di farlo creando un linguaggio nuovo, grazie alla complicità della maestra, che gli regalerà un quaderno Pigna per registrare ciò che ‘sente’ – quello che era stato negato a Dario: ascolterà il frastagliarsi del vento tra le fronde degli alberi e saprà, come le mani pazienti di una madre fanno con i capelli ribelli di un figlio o una figlia, sbrogliare i nodi dei suoni imparando a distinguere gli sbuffi (soffiate brevi) dalle raffiche (soffiate sostenute e rapide a volte violenti); le turbolenze (insieme di sbuffi e raffiche che danno irregolarità e imprevedibilità) dal vento regolare e costante. Giovanni, oltre ad addentrarsi nelle botole intraviste di Dario, si aprirà ai tunnel comunicativi e assocerà il suono allo stato d’animo: la raffica è il vento che urla, scuote, si infuria, fa perdere, genera confusione e imprigiona ma non c’è costrizione, non ci sono lacci ai piedi, non ci sono cinghie, non c’è l’istituzione, c’è una mano, la mano della maestra (e forse la mano dal cielo intravista da Caterina?).
Crescere con qualcuno è lasciare che la nostra lingua si imbizzarrisca all’altezza di un crocevia di possibilità, sulla cresta delle distorsioni, dove le parole non seguono sempre la pista dei maestri, né quella dei compagni; è vedere che il pastello bianco, quello che non si legge e che ti mette in ridicolo, prima o poi segna davvero la sua trama di luce su un foglio che altri, un giorno, sapranno decifrare. È abituarsi a chiamare il ghiaccio con il suo nome segreto e a rischiare che non ci credano; a tirare fuori sillabe sghembe, inconsuete, indomite. Crescere con qualcuno vuol dire anche parlare – e non essere subito capiti – un alfabeto differente da quello dei giusti e avere il coraggio di usare parole proprie, inventarsi appartenenze, abitare zone di alterazione, radure disordinate, che tengano insieme il desiderio di risposte, il coraggio di domandare, il terrore dell’abisso. Perché una lingua nuova nasce sempre dove qualcuno ascolta il fruscio delle sue prime prove, inciampa nei suoi eccessi e, impolverato di paglia, polvere, lo lascia essere – finalmente e soltanto – sé stesso.
Elisabetta Comis
Posted at 05:27h, 11 OttobreHo voluto rileggerlo più volte per quanto è bello. Come la piccola stella alpina che temeraria sfida la vita tra le rocce aspre e aguzze delle vette di montagna, così la scrittura di Barbara con la sua voce umile e potente, con coraggio e determinazione mi ricorda che posso farcela, posso esistere, posso restare. Grazie perché anch’io sono un’asina.