Pensiero osceno. Lo scandalo delle donne che pensano di Annarosa Buttarelli

 

di Ivana Margarese

 


 

Pensiero osceno. Lo scandalo delle donne che pensano ( edizioni Tlon, 2025) è un testo coraggioso e complesso.
“Ho iniziato a scrivere questo libro nei giorni abissali in cui è morta l’illusione che ha accompagnato il nome dell’Europa”, dichiara Annarosa  Buttarelli. Da questa consapevolezza prende avvio un percorso filosofico che,  dopo aver raccolto un’eredità di riflessioni, si propone di spezzare vuote formule e vecchie forme di convivenza per trasformarle.
In copertina il particolare di un’opera di Mariella Bettineschi, L’era successiva (Domenichino, Sibilla), restituisce il volto di una sibilla dalla doppia vista. È l’immagine di uno sguardo visionario e di un pensiero che, come scrive Maria Zambrano in Chiari del bosco, è “chiarezza palpitante”; un pensiero che connette la coscienza all’amore e radica moralmente il linguaggio nell’esperienza.
Le protagoniste di questo percorso sono alcune pensatrici considerate oscene per il loro coraggio radicale, per il loro pensare controtempo e andare oltre le barricate di una filosofia irrigidita in astrazioni e dicotomie. Pensatrici capaci di proporre alternative concrete e vitali.
Pensare per Buttarelli significa mettere le radici del pensiero in un terreno osceno, persino scandaloso: quello dell’esperienza, del sentire:

«Nell’angoscia del nostro presente storico sommerso dal sangue di chi muore inerme sotto le bombe, l’impertinente ragione razionalista pretende di spiegare, ancora una volta, il perché il per come siano giustificati il sangue e le stragi. Con che superbia è indifferenza si riveste la crudeltà di ragioni geopolitiche, di scontri tra culture e tra istituzioni. Che ignoranza colpevole della realtà!». 

Il consolidamento del paradigma scientifico-positivistico e della dicotomia mente-corpo, che svaluta il sentire come elemento passivo e pericoloso, si è affermato prepotentemente già nel XVII secolo. Ecco perché, in questa genealogia del pensiero femminile, merita un posto d’onore Elisabetta del Palatinato, pensatrice colta e raffinata, conoscitrice di molte lingue, interessata alla medicina e all’erboristica. Elisabetta del Palatinato è stata interlocutrice di Cartesio, con cui ha intrattenuto un intenso scambio epistolare noto come Lettere sulla morale (ventisei lettere della principessa e trentatré del filosofo):

«Finora io mi sono trovata sempre meglio regolandomi in proposito piuttosto mediante l’esperienza che non con la ragione. Ho anche osservato che le faccende nelle quali seguivo i miei impulsi, sono andate meglio di quelle in cui mi lasciavo guidare dei più saggi di me. Ma tutto ciò, io non attribuisco tanto alla felicità del mio genio, quanto al fatto che avendo le cose mie più interesse di ogni altro, ho anche esaminato le linee uscite o utili meglio di coloro al cui discernimento mi affidavo».

 

Con parole semplici e centrate la principessa esprime un pensiero capace di partire da sé e di agire nei contesti, spesso imprevisti, in cui si trova a vivere. L’attenzione all’agire e ai contesti appartiene peraltro alle più note pensatrici del Novecento come Arendt, Weil, Zambrano, o per restare in Italia ai contributi di Lonzi, Muraro e di tante altre che alla filosofia della differenza hanno dato forma e voce. Sulle singolari vite umane alle prese con le proprie condizioni contingenti si è ampiamente soffermato lo sguardo speculativo di Hannah Arendt, a cui Buttarelli dedica un’illuminante riflessione all’interno di questo testo.
Il libro evoca anche un’altra figura dal pensiero audace e sovversivo: Olympe de Gouges.

Donna straordinaria nella sua capacità di visione in lotta contro le ingiustizie e gli abusi di ogni genere, solerte nella cura verso i fragili o gli emarginati. Aveva redatto un progetto per l’assistenza sociale, allora inesistente, di donne maltrattate, orfani, vedove, operai disoccupati e anziani. Dice Buttarelli: “Ci si accorge presto che per de Gouges nazione significa la convivenza tra uomini e donne. Nazione, per lei, non è un’entità astratta, ma è ciò che noi oggi potremmo chiamare comunità: una comunità viva, formata da donne e uomini in relazione tra loro”.
L’esclusione delle donne dalla vita pubblica per Olympe de Gouges non era soltanto offensiva, ma era soprattutto illogica. La fiducia in un mondo più equo e plurale che ritrovo nei pensieri di questa donna che morirà ghigliottinata “per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso” è qualcosa che ogni volta mi commuove e mi fa venire in mente quella rincorsa d’un nuovo cielo di un verso di poesia di Amelia Rosselli.
L’ultimo capitolo di Pensiero osceno fa entrare in scena una figura poco nota, quella di Helene von Druskowitz, filosofa amica di Nietzsche, nata nei pressi di Vienna nel 1856 e rinchiusa in manicomio all’età di trentasei anni. Di lei Luisa Muraro ha scritto:

«Lei appartiene a quella specie umana che ha il dono di un pensiero indipendente e non lo baratta con niente».

Helene von Druskowitz, nonostante la sua condizione di internata, scrive con grande lucidità e definisce l’uomo colui che disturba la pace della natura e che della vita, disposta a gioia e levità, ha fatto un inferno senza fine, a causa della sua cieca e immonda volontà di potere. Parole che, se ascoltate, non possono non interpellarci nella loro drammatica attualità.

Annarosa Buttarelli crea una costellazione di ritratti di donne talmente sensibili, intelligenti e lucide che non possono evitare di farsi attraversare da quello che vivono o che vedono accadere.Lo fa mettendosi e mettendoci in gioco, con il talento generoso del chiamare a raccolta mettendo via indifferenze e facili chiacchiere da salotto. In una recente intervista per la rivista Dialoghi mediterranei (vedi QUI Link) Annarosa Buttarelli spiega: «Dovremmo ripensare l’autorità come l’hanno sempre praticata le donne pensanti: senza appoggiarsi a nessun potere istituito, ma parlando, insegnando, formando e anche, perché no, fondando nuove istituzioni. Intendo “fondare” così come lo intendevano le fondatrici come Teresa d’Avila, come Cristina di Svezia che abdica dal trono per fondare a Roma l’Accademia delle scienze e molto altro. L’autorità va scoperta nella sua vera natura: relazionale, fragile, generativa, capace di far crescere attraverso la sapienza, e non attraverso i protocolli dei saperi. Non ho timore a sostenere questo nome, a usarlo, a promuoverlo perché non si può “sedersi” sull’autorità, perché nessuna/o può rivendicarla se non c’è qualcuno/a che la riconosce. Se non c’è chi te la dà, non c’è modo di farla valere. E se non c’è chi può togliertela allora è potere, non autorità».
È proprio nel recupero di questa autorità femminile che possiamo mettere radici e allo stesso tempo aprire nuovi orizzonti a un pensiero sempre più soffocato da logiche faziose e di controllo. Solo così è possibile – come auspicava Carla Lonzi – “risvegliare l’autenticità del mondo”.

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