13 Set Lo stretto
di Alberto Bartolo Varsalona
«Quindi andai da lui e gli dissi
Ti prego accosta a dritta
è quello l’arcipelago del cuore.
Mi guardò e sorrise,
mi diede un colpo sulla spalla,
invertì come un fulmine la rotta
e fuggimmo agli antipodi dell’isole
mettendo nelle vele molto vento.
Aveva al timone mani salde,
occhi acuti per tutto,
isole, scogli, cuori.
Comunque ero caduto in tentazione.
Era questo lo scopo delle isole»Timoniere, Bartolo Cattafi


Pausa stazionaria, come una parentesi. Attendere, a Villa San Giovanni, d’essere caricati sul traghetto ormeggiato alla banchina. Favorire passivamente il lavoro altrui, i meccanici passaggi: smorzare ogni moto, scossone dall’esterno; nel cuore una felice inerzia.
Continuare nella propria inappuntabile immobilità, quasi fosse una recita: così passare dalla terra al mare. Sento appena qualcosa: cigolii metallici, colpetti locomotivi: minimi assestamenti. Naturalmente, penso e mastico i pensieri, bisogna stabilire tra i binari a terra e quelli di bordo una continuità sicura, come se la strada di terra e quella di mare fossero una cosa sola, come se sullo stretto ci fosse un’invisibile lingua di sabbia su cui potere passeggiare – l’impronta parallela dei binari pronta a solcarla. Si gioca lì la faccenda, altrimenti tutti a mare, con gli antichissimi relitti a farci compagnia.
Vorrei capire meglio, ma dal mio posto tutto appare scorciato, e la finestra laterale è un confine dello sguardo. La nave proprio non si vede, anche se ci stiamo entrando, e mi tocca accettare una ricostruzione fondata sui suoni sentiti e immaginati. Il postulato dice: qualcuno smonta il treno, poi lo ricompone una volta arrivati a Messina. Scomposizione e ricomposizione, dunque, sono i principi che regolano l’attraversamento dello stretto; in controluce stanno i disaccordi e i conflitti, le fatiche quotidiane.
Lo stretto pu essere, infatti, lo Stretto: lo spazio in cui si celebra – tra le correnti – ogni crisi, ogni loro travagliato o improvviso superamento. Bisogna farlo proprio, quindi viverlo come succede per questa finestra laterale, sguardo scorciato e imposto sul mondo.
È solo un falso ostacolo.
Pausa solare. In questa luce pomeridiana, ferma e affilata, il treno diventa un solido perfetto: rovente, genera energia. Di ci che ha preceduto questo momento ricordo solo la sosta a Sapri: non ho idea di come sia fatta; c’è stato Pisacane, lì uscito di scena per scarica borbonica. Poi lunghissimi momenti di sonno, l’isola di Dino che riemerge come sibillina immagine al dormiveglia; c’era o non c’era?
Ora i fasci di luce dardeggiano i vagoni, colpiscono il tavolino, poi la mia pupilla: impattano intorno a me discorsi in una lingua che non conosco. I fasci di luce disseccano anche le parole che nella solitudine del viaggio decido di non proferire. Anch’esse disseccate, si presentano al pensiero come inondate di pura luce: ognuna – nel fulgore – uguale all’altra.
Il mare, in alcune chiazze a favore di sole, sembra incendiato. Ma sono piccole vampe controllate, destinate a estinguersi presto: appaiono svaniscono. Lo sguardo slanciato per avventura, lentamente, ritorna verso il vagone, si fa spazio tra le plastiche galleggianti, sta giusto per risalire in carrozza che sulla riva della spiaggia ecco le sfere – immagine d’infanzia: sembrano minuscole noci di cocco. Da bambini si giocava a lanciarle, innocue per la loro lievità. Ricordo esattamente la loro speciale superficie, la carezza dei loro colpi sulla spalla o sulla nuca, ma non riesco a nominarle.
Mi sembra ragionevole, le parole sono banchi di alghe: ricostruisco il loro ciclo vitale. Distinguo, seziono i vari passaggi quasi fossero i singoli vagoni che – in questo esatto momento – imboccano l’invasatura per salire sul traghetto.
In principio, il posidonieto abissale, le foglie nastriformi e oscillanti, ognuna reagisce in piena autonomia al ritmo imposto dalle correnti gelate. Poi il pantano sulla riva, quella massa oscura e compatta – buzzonaglia nel corpo del mare – che solletica le caviglie. Seguono le cataste riarse sulla battigia, le banquettes, il loro tanfo salino e stantio. Infine la cosa, leggerissima masserella, come costituita d’aria.
I fasci di luce disseccano le alghe-parole, dalle praterie dei fondali le trascinano sul litorale. Poi, sospinte dalla risacca, le lavorano al calore. Ecco il prodotto finale. La parola si è ridotta a questa cosa qui: dare un giudizio sarebbe troppo ingenuo. Cerco il nome, poi chiudo le palpebre, avvampate d’arancione: lì contemplo la parola-egagropila, nella sua feltrosa, comica sfericità. So bene che questa mia bizzarra contemplazione non ha nulla da spartire con un’evasione, semmai è esattamente il contrario: scrupolosa, ottusa visione per eccesso di vita, fisso ricordo. Si evade da un carcere, non dal mondo – evasione, che parola cretina.
La parola-egagropila continua a palpitare sul foro nerissimo come un abisso, mi ricorda tutto questo; e più me lo ricorda, più me ne convinco. È composta di morti rizomi, residui fibrosi: frammenti di sole memorie dal fondo.
D’improvviso la luce arancione sparisce, si estingue il fuoco che circonda il foro. Poi la striscia di un nuovo colore – il vuoto trafitto da una lastra di ghiaccio. Siamo a bordo.
Scendere dalla carrozza, salire le scale ripide, uscire sul ponte. Un leggerissimo giramento di testa, il traghetto ruota su sé stesso, poi si dirige verso Messina. Siamo entrati dalla prua, come in bocca alla balena: solo adesso lo capisco.
Guardo i passeggeri affrettarsi a raggiungere le ringhiere delle murate. Mi ricordano la cronaca del mio poeta – un viaggio inverso il suo – che li descrive: «restano immobili, fissi, incantati dal mare tremulo, dal paesaggio che sfuma, dal cielo percorso dalla corrente dello Stretto». Anch’io come loro, a cercare chissà cosa da quel mare immobile, luminoso e scurissimo. Lontano, a Torre Faro, dei fumi si alzano intorno al pilone ormai in disuso, come se al vertice della Sicilia ci fosse un accampamento.
Mi avvicino al centro dello Stretto così come alla fine del giorno. La luce di taglio increspa ancora di più il mare, suscita i salti guizzanti dei delfini, le vele e i rombi dei motori, fino a sparire in quella linea di silenzio, di acque morte. Un transitare continuo e attonito, apparentemente senza ragioni: il respiro di quel luogo. Lì, proprio lì s’ingannavano i marinai di tutto il Mediterraneo, quando i raggi di luce incurvati incendiavano la loro fantasia, sfocando e deformando qualsiasi oggetto al di sopra dell’orizzonte, in evoluzione carica di paura e mistero.
Nel 1643, Il gesuita Angelucci descrisse in una lettera la sua fatamorgana dalla costa calabra: raccont l’affastellarsi d’immagini riflesse su un’acqua gonfia come «spina di montagna nera», le furiose trasformazioni d’innumerabili pilastri in arcate, cornicioni, poi «castelli reali in quantità», facciate, balconate, perfino «varietà di selve, di pini e cipressi uguali» fino a quando «il tutto disparve e il mare con un poco di vento, ritorn mare». Un prodigioso inseguimento barocco.
A me tocca ben altra, modestissima visione: un immenso ponte che da Cannitello arriva a Ganzirri. Solido, imperturbabile, definito. Di sfuggita intravedo già qualche macchina, qualche camion che lo attraversa. Un traffico tutto sommato non intenso. La fantasticheria di Angelucci sarà stata suggestionata dalle testimonianze trasmesse di secolo in secolo, passate di nave in nave, per lingua franca, forse sabir; la mia, invece, è alimentata dai proclami di un ministro.
Quella è barocca; questa, tecnica.
Mi compiaccio della campata unica, assisto all’esproprio delle case, sorreggo l’impalcato.
Il ponte è la fatamorgana del mio tempo, un’allucinazione tutta verbale: una morìa viscida e squamata, come di banchi di alghe e pesci morti accatastati, su verso il cielo, per trecentonovantanove metri. L’Italia finalmente unita.
Ma ecco che piano piano quella gigantesca infrastruttura civile si dissolve: oriento i fasci di luce che ora assaltano, disseccano l’invadenza degli annunci di cui è costituita. Il mio sguardo, come ripulito, scorge ormai perfettamente la piramide tronca della Lanterna: colpita dal sole sembra una piccola fiaccola.
Ogni attraversamento deve – a suo modo – essere una discesa, un rituale privato. Ci prevede inevitabilmente un pegno: il mio ramo d’oro è questa piccola, inutile, parola-egagropila, tutto quello che non ho potuto dire – che non so dire – appallottolato con cura, un conato che si tocca (ruvido, quasi pungente), offerto alle ombre delle torri, dei cavi d’acciaio che copriranno queste acque chissà tra quanto. Il centro dello Stretto è già passato? La sponda siciliana è nitidissima
Scivolare dentro il porto, costeggiare lentamente il Forte del braccio di San Raineri. Vedere i colli boscosi del Peloro, le gole in cui s’inoltra l’autostrada, poi le alture di Montalto e Cristo Re, i quartieri addosso al mare. Messina si avvicina, si avvicina l’isola. È un luogo che manca, di mancanze, come se l’ordine delle cose venisse nascosto – per pudore o furbizia mamertina.
Approdare, qui, significa innanzitutto pensare tutto ci che manca. Restavano incantati i marinai, scorgendo sulla costa l’immensa Palazzata – prima quella barocca del Gullì, poi quella neoclassica del Minutoli –, quella cortina di edifici alla Marina, tutta straboccante di finestre e balconi: smisurata quinta, Teatro Marittimo che fu polverizzato dal terremoto e invaso dal maremoto, la cui ritirata port con sé timpani e colonne. La Natura, qui, non lascia nemmanco le macerie, i detriti: spazza via ogni cosa.
Tutto è di passaggio, tutto manca: dovrebbe esserci, ma non c’è. Lungo il bastione, i caratteri cubitali sulla stele curvata chiedono al traghetto di avanzare, si lasciano intendere solo a tempi dilatati. Avvistata la sibilante finale, il messaggio si completa: Vos et ipsam civitatem benedicimus. In cima all’altissima colonna, una madonnina sta in equilibrio su un globo di bronzo dorato, pare slanciarsi verso la luna. Ha una mano alzata nell’atto di benedire, l’indice e il medio dispiegati; l’altra tiene la missiva consegnata, per tradizione, all’ambasceria messinese.
La benedizione – con quel tanto di profetica necessità –, è destinata senz’altro a una città di catastrofi e di azzeramento, quindi di cieca e strenua resistenza. La sua cultura custodisce ancora i segni visibili e mai cicatrizzati dei disastri, forse gli corrisponde esattamente – il Polittico di Antonello, tra le macerie del convento di San Gregorio, fu colpito per giorni e giorni da una pioggia battente che prov a raschiarne via la luce, infine rimasta solo ferita.
Ed è proprio una luce ferita, di ferite, quella dello stretto. È la luce che sosta e confina con le ampie lacune di colore del santo – giustamente, mai reintegrate –, che rasenta i contorni appena accennati dal restauratore, che si abbatte corposa sulla collana al gradino, sulle ciliegie offerte dalla mano materna, sul corallo rosso al collo del bambino.
Guardando la scia calmissima che ha lasciato dietro di sé il traghetto, penso che la benedizione sia sicuramente rivolta a Messina e ai messinesi. Ma i veri destinatari mi sembrano essere i viandanti, coloro che “sono per via”, coloro che – stiano partendo o arrivando – hanno deciso di attraversare lo stretto. Quel Vos, quella prima parola visibile sulla parete curva li accoglie tutti, perché si sa che viaggiando ci si pu sempre perdere. E smarrite le coordinate – invisibile l’isola lontana –, è possibile pensare addirittura che il traghetto non si muova, e che il viaggio sia solo apparente.
Di Scilla e Cariddi nessuna traccia, saranno rimaste nascoste. Non un minimo gorghicello, un’ambigua scia di corrente, non un dentino scheggiato di lampreda, né un’ombra canina e intisichita. La serenità del viaggio – il mare come olio che solo la prua fende e smuove – suggerisce la loro assenza, ma solo pensarlo sarebbe un errore fin troppo ingenuo. Queste insidie devono per forza esserci, poiché sono proprio loro a regolare l’irriducibile tensione tra meta e partenza, sempre pronte a balzare fuori dai loro segreti rifugi. Tutto ci è possibile solo intuirlo, e i momenti di verità affiorano e sprofondano come lampi, vuoti d’aria: il bastimento che va a morire oltre l’orizzonte, giù verso Reggio; il pavimento del ponte mangiato dal sale; quel mare blu scuro, nero, che s’insinua come una minaccia sin dentro il porto.
Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdim
Non si scappa. Scrive il mio poeta, pensando forse al motto latino: «una metafora diventa quel braccio di mare, quel fiume salmastro, una metafora dell’esistenza: lo stretto obbligato, il tormentato passaggio». L’unico, vero approdo è quello a «un’amara saggezza, a una disillusa intelligenza», e solo chi si affida al consorzio civile pu sperare di rivedere l’«Itaca della realtà e della storia».
Insomma, la cultura come un portolano.
Obbligatorio risalire in carrozza. Lo stretto sembra già un sogno, o un’invenzione.
Mi accorgo, giunto alla fine di questo dormiveglia a cronaca, di aver lasciato come una secca tra i due mari, tra lo Ionio e il Tirreno; di avere certamente perso qualcosa tra la rema montante e quella scendente. Ho troppo calcato i contorni del mio incerto disegno, rischiando di perforare a matita la carta, di guastarla irrimediabilmente.
Ricerco, con un pizzico di vergogna, un alibi che possa scagionare un dettato rimasto cavo. Le operazioni d’imbarco e di sbarco durano molto di più dell’effettiva traversata: il doppio, se non il triplo. Ma non è solo questo. Il centro del viaggio mi risulta indicibile alla memoria: lì dove il campo di tensioni è massimo, nessuna parola.
Eppure in siciliano si è soliti dire cu avi lingua passa ‘u mari, “chi ha lingua attraversa il mare”. Penso sia vero – ho assorbito ormai da tempo questo proverbio –, com’è senz’altro verissimo che avere, possedere una lingua, significa soprattutto sapere quando e come tacere: nascondere sotto la sabbia, al momento giusto, la parola-egagropila.
Richiusa la parentesi, termina la pausa: fluisce nuova e inquieta la vita, e il treno sembra avere acquisito un’insolita velocità, ora che si dirige verso Palermo.
Vedo le Eolie, quegli scogli sospesi alla luce violetta del tramonto. Un altro braccio di mare mi separa da loro.
Un altro Stretto.
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