10 Set Sontag A-Z. In dialogo con Massimo Fusillo
a cura di Ivana Margarese
Di recente al Festivaletteratura di Mantova ho assistito a un toccante incontro-omaggio dedicato a Susan Sontag, con interventi di Annarosa Buttarelli, Maria Nadotti e Lidia Ravera. L’attenzione, nella sala grande e gremita, tradiva il tentativo vorace da parte delle e dei partecipanti di afferrare in qualche forma questa figura eccezionale ed eclettica, alla quale appartenevano il coraggio di una verità rigorosa e l’audacia della speranza, talenti di cui si sente la mancanza. “Scrittrice testardamente non specializzata”, come lei stessa si definiva, ribadendo orgogliosamente la propria libertà intellettuale, Susan Sontag ha fatto dell’eclettismo un tratto identitario di sé e del suo infaticabile lavoro.
A lei è dedicato il dodicesimo libro della collana A-Z di Electa, a cura di Massimo Fusillo. Nel testo sessantatré voci, firmate da sette autori, studiosi e professori di diverse discipline: Giuseppe Carrara, Massimo Fusillo, Serena Guarracino, Giulio Iacoli, Cristina Savettieri, Beatrice Seligardi..

Sontag A-Z è un progetto ambizioso; se è sempre difficile tracciare un alfabeto possibile che appartenga a un autore o a un’autrice nel caso di Susan Sontag, considerando il suo versatile stile di scrittura e di pensiero, mi appare un esperimento ancora più complesso. Come hai scelto di procedere nella cura di questo lavoro e chi hai scelto di coinvolgere?
Ho deciso di procedere assecondando il più possibile l’eclettismo di Susan Sontag: il suo essersi sempre divisa fra attività critica e scrittura creativa, alternando la saggi su teatro, cinema, arte contemporanea, politica, società, costume con regie di cinema e di teatro, stesura di romanzi e racconti, per non parlare anche dell’impegno militante di femminista. Ho voluto dare spazio anche alla sua vita tumultuosa e intensissima, non in nome di un biografismo che non amo e che la stessa Sontag ha ampiamente contestato, ma perché la sua biografia presenta innumerevoli punti di interesse oggi, non per capire l’opera, ma di per sé stessa.
Quanto ai collaboratori, ho scelto studiose e studiosi che o si erano occupati di Sontag (Giulio Iacoli, Cristina Savettieri), o avevano interessi in cambi in cui Sontag è stata molto attiva, come la visualità e la fotografia (Giuseppe Carrara, Beatrice Seligardi), o di cui oggi possa essere considerata un’antesignana, come il queer (Serena Guarracino)
Benjamin Moser, autore di una biografia di Sontag, osserva acutamente che lei riesce a parlare veramente di sé quando scrive di altri, come nel caso del saggio su Lévi-Strauss dove la dialettica di «pathos e freddezza», attribuita all’antropologo, sembra appartenerle profondamente. Vorrei chiederti se condividi questa affermazione?
Condivido pienamente! Sicuramente in lei coesistono entrambe le componenti, anche se domina una freddezza razionale marcata. Si potrebbe dire lo stesso quando parla di figure elusive, che sfuggono a ogni classificazione netta, come lei stessa si definiva: Artaud e Benjamin, per citare due autori che amava particolarmente e su cui ha scritto pagine importanti.
“Anzichè di un’ermeneutica, abbiamo bisogno di un’erotica dell’arte” scrive Susan Sontag in Contro l’interpretazione. Si tratta di una frase che dal mio punto di vista mantiene intatta la possibilità di indicare qualcosa che avverto come profondamente attuale così come l’appello al sentire, all’udire e al percepire nell’ambito dell’interpretazione. Vorrei mi aiutassi a comprendere meglio questo aspetto.
Un aspetto importantissimo, e facilmente equivocabile. Sontag non rifiutava certo l’ermeneutica in toto, dato che l’ha praticata spessissimo, e con ottimi risultati. Quello che intendeva dire è che l’eccesso di interpretazione può far male: soprattutto l’ossessione per il messaggio veicolato dalle arti rischia di ostacolare la comprensione e il godimento delle varie strategie formali; non bisogna giudicare l’arte i base al suo contenuto ideologico, che possiamo condividere o rifiutare, conta poco: bisogna invece farsi sedurre dalla sua forma, per potere cogliere tutta la sua ambiguità, tutta la sua carica sovversiva e destabilizzante. Oggi, in un periodo in cui tornano censure di ogni genere, mi sembra un concetto prezioso.

Sontag annota nei suoi taccuini: “essere visti significa essere dominati, vedere significa dominare, oggettivare, reificare l’altro. Le due cose non si danno mai contemporaneamente”. È una riflessione interessante per comprendere il pensiero dell’autrice, anche alla luce dei suoi celebri saggi sulla fotografia. Nel corso del tempo a tuo avviso cambierà idea rispetto a questa considerazione?
Si tratta di una posizione volutamente radicale, come era radicale tutto il suo pensiero. Direi che la sua posizione si è ammorbidita nel tempo, se si pensa alla visione più sfaccettata e più elegiaca dell’eros che traspare dal suo romanzo più famoso, L’amante del vulcano, o alle sue riflessioni sul dolore degli altri. Resta comunque molto forte in Sontag un componente sadomasochistica nei rapporti umani: l’idea molto foucaultiana che il potere animi anche lo sguardo, ogni tipo di sguardo.
“Parole come ‘compagna’ e ‘partner’ non facevano parte del nostro vocabolario,” dichiara Annie Leibovitz in un’intervista al “Guardian” in occasione dell’uscita di A Photographer’s Life: 1990-2005, il volume fotografico che racconta la sua relazione con Sontag, terminata con la morte della scrittrice. “Eravamo due persone che si aiutavano a vicenda nel corso della vita. La parola più vicina è ancora ‘amica’”. La relazione con Annie Leibovitz ha rappresentato un sodalizio personale e intellettuale che ha avuto grande influenza nella vita di entrambe eppure la scelta di Leibovitz di pubblicare le foto del cadavere di Sontag sarà fortemente avversata e criticata dal figlio di quest’ultima. La fotografa, al contrario, difende la propria scelta di raccontare e celebrare il ciclo della vita in tutte le sue forme: con una foto del corpo senza vita di Sontag insieme a quella in cui lei tiene in braccio sua figlia per una copertina del 1971. Hai una tua visione del rapporto tra queste due donne, anche in riferimento a quanto detto prima sulla dinamica tra vedere e essere visti?
Forse proprio per sfuggire a ogni logica di dominio, le due donne non hanno voluto cristallizzare il loro rapporto in una formula tradizionale, anche se, devo dire, trovo inaccettabile e poco comprensibile l’eufemismo di “amica” che ormai pure nella nostra Italia retriva e bigotta è stato superato. Non erano due amiche. Avevano una relazione a tutti gli effetti, con una casa in comune a Parigi, dove hanno vissuto tantissimo, e due case a New York sullo stesso piano. Purtroppo in questa scelta del termine “amiche” non ci vedo nessun modello alternativo foucaultiano di relazione umana: ci vedo solo una (triste, ahimè) scarsa accettazione della propria bisessualità. Ed è proprio l’amore autentico che le legava a spiegarci il gesto forte di Leibovitz: fotografare la malattia e la morte, la decadenza del corpo, senza paura di eufemismi e censure, nella sua potenza tragica; un vero, ultimo atto d’amore, in sintonia con le splendide pagine che Sontag ha scritto sul cancro e sull’AIDS.

L’opera letteraria di maggior successo della scrittrice è L’amante del vulcano dedicato in un certo senso ancora alla dinamica tra ciò che è manifesto e ciò che soggiace in attesa di essere visto. Un romanzo in si racconta una vicenda che si svolge nella Napoli di fine Settecento, quella della rivoluzione che darà vita alla Repubblica Napoletana.
Il romanzo si conclude con quattro monologhi femminili; tra queste donne voglio ricordare la figura di Eleonora Pimentel de Fonseca, letterata illuminista e attivista politica, e quanto dice nel libro: “Ero sincera, ero fervida, non capivo il cinismo, volevo che le cose migliorassero e non solo per pochi. Ero disposta a rinunciare ai miei privilegi. Non avevo nostalgia del passato. Credevo nel futuro. Cantavo il mio canto e mi fu tagliata la gola. Vedevo la bellezza e i miei occhi furono spenti. Forse ero ingenua. Ma non mi abbandonai all’infatuazione. Non annegai nell’amore per una sola persona.” E ancora: “Non riconoscerò di essere stata guidata dalla giustizia più che dall’amore, perché la giustizia è anche una forma di amore. Conoscevo il potere, vedevo come era governato questo mondo, ma non lo accettavo. Volevo essere d’esempio. Volevo non deludere me stessa. Ma oltre che arrabbiata ero impaurita, in modi che mi sentivo troppo impotente da ammettere. Così non parlavo delle mie paure, ma delle mie speranze”.
Questo coltivare ostinatamente le speranze trovo sia un tratto che appartiene al pensiero e alle scritture delle donne, per quanto non intendo con questo indicare un’essenza o un’esclusività. Quali sono stati i rapporti di Sontag col femminismo? Trovi che in lei ci sia un’audacia della speranza?
Audacia della speranza è una frase che mi piace moltissimo, e che rende benissimo la tensione utopica di tutto il pensiero di Sontag, non sistematico, ma sempre mirato verso un altrove. Sontag ha avuto un rapporto intenso e in parte conflittuale con il femminismo (d’altronde come sappiamo che ci sono tante diverse tendenze e ondate di femminismo); ma forse la figura di Pimentel Fonseca, affidata a una forma così fluida ed emozionale come il monologo, è forse il suo testamento più efficace e struggente oggi, soprattutto in un momento in cui l’America sembra allontanarsi drasticamente da questo sentire, da questa utopia che invece ancora ci affascina, ci deve affascinare.
Grazie.

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