08 Set POESIA NOMADE, POESIA LIBERA
di Luciana De Palma
“Le mie sorelle/ i quattro venti/ accarezzano una terra/ di licheni e muschi/ di fiumi e laghi, / là dove gli abeti bianchi/ hanno parlato a mio padre”.
La poesia di Joséphine Bacon è uno sguardo che attraversa lo spazio e il tempo, affrontando le distanze tra il silenzio della contemplazione e l’espressione verbale.
In Innue Poesie 2009-2018 (Interno poesia ed.) sono raccolti versi che non temono di vincere le resistenze della ragione per assieparsi dove l’emozione più viva e sincera diventa terreno che accoglie e nutre i semi di una coscienza universale a cui si giunge con passi lenti e devoti.
La lingua in cui sono state scritte è innu-aimun, parlata da poco più di 11000 persone nei territori del Labrador, Québec e Canada orientale: la scelta è determinata dall’intenzione dell’autrice sia di svelare il mondo in cui è nata e vissuta sia di mostrare ai lettori una possibile dimensione olistica in cui corpo e mente intessono un armonico canto alla vita, realizzando trame di stupore e bellezza senza soluzione di continuità.
Queste poesie hanno la forza di un temporale che squarcia il sereno, possiedono la persistenza di un odore che scolpisce la memoria, infrangono le barriere tra la materia e lo spirito, si muovono con fluidità in quelle regioni dimenticate dell’esistenza che reclamano continue primavere.
La caratteristica dell’oralità, improntata a garantire la sopravvivenza di una comunità a rischio scomparsa, è qui straordinariamente mantenuta perché il ritmo delle poesie, paragonabili a veri e propri canti, scandisce un tempo di ricerca e conoscenza, di condivisione e rinnovamento.
La curatrice del testo, Francesca Maffioli, così scrive nell’introduzione: “La voce poetica di Joséphine Bacon sorge dal territorio attraversato dagli anziani, dalle anziane e talvolta ci racconta anche la città di Montréal grazie a versi che non si attendono nulla e che proteggono le memorie, gli antenati, i morti, i feriti e i vulnerabili e anche la tundra meravigliosa – grazie al genio della parola poetica. Di verbo-parola si tratta, nel suo fondamento di parola pronunciata, detta, nelle tante declinazioni dell’abbondanza che consente quell’oralità che appartiene al patrimonio del dire degli
Innu. Questa Première Nation, che si situa geograficamente nel Grande Nord, così si chiama perché – come tutte le altre Prime Nazioni – è nata e ha prosperato sul continente americano prima della colonizzazione europea”.
Custodire una lingua, non per metterla sotto una teca di vetro da relegare in qualche angolo di un museo, ma per glorificarla nella sua forma più alta e nobile qual è quella poetica, significa addentrarsi nella storia da cui proviene, nel fitto bosco delle sue origini, muovendosi con cautela tra le richieste di un presente avvitato intorno ad una comunicazione frettolosa e spesso confusa e le esigenze di ritornare ad un linguaggio capace di assumersi la responsabilità di esplorare i segreti dell’indicibile.
Si tratta, allora, di una poesia resistente nel senso di essere votata a una strenua lotta per superare le contingenze sociali, politiche e culturali in modo da accogliere quanto di più profondo ogni essere umano invoca e cerca.
Joséphine Bacon è profondamente legata al suo territorio e di conseguenza al tempo che ha trasformato il territorio stesso in un contenitore di avvenimenti passati le cui radici non hanno smesso di crescere, allungarsi e dare vita a nuovi eventi e quindi nuove memorie.
La terra è vita, la terra è soffio, la terra è progetto di continuità, la terra è luce e ombra: nascita e morte si alternano in una vitale successione di oblio e riappropriazione dell’unità originaria.
Le violente incursioni di una modernità che fa scempio del legame con il passato, alternando incessanti distruzioni a ricostruzioni artificiali, non fanno altro che sottrarre memoria al futuro e cancellare il senso dell’appartenenza.
Punto focale della scrittura di Joséphine Bacon è il nomadismo che diviene cifra dell’essere in quanto contribuisce a ricercare nuove risorse per definire una storia umana e linguistica in perenne trasformazione.
Così a ogni partenza corrisponde un rinnovamento che non produce ferite da cesoia, ma solchi in cui piantare nuove visioni.
Gli antenati m’hanno detto:/ “La tua anima ha sognato ben prima di te./ Il tuo cuore ha sentito la terra”.
In queste poesie la natura è ispirazione senza fine: i suoi elementi, la sua grandiosità, i suoi misteri, le sue trasformazioni concedono agli spiriti degli antenati e ai viventi un costante scambio di essenza vitale affinché nulla vada perduto e tutto riconquistato alla luce di una narrazione che esige attenzione, verità e coraggio per proseguire.
Leggiamo: “Tshishikushkueu,/ Donna dello spazio,/ questa mattina, ho indossato/ la mia parure/più bella/ per piacerti/ guiderai tu/ le mie racchette da neve adornate/ con l’unaman dei miei antenati./ I miei passi ovattati/ toccano con rispetto/ questa neve blu/ colorata dal cielo/ la stella di mezzogiorno/ mi conduce a Papakassiku/ dove mi aspetta il grasso/ che innalza il canto della mia eredità/ quando pesto le ossa”.
O ancora: “Una notte di stelle ci invita/ Ci racconta/ L’Orsa Maggiore/ Le aurore boreali/ Danzano i gesti della terra/ È la notte delle cicatrici che perdonano”.
Poesia, Memoria, Resistenza: sono le incarnazioni di un sentire che spazia tra i boschi e nell’anima, costruendo un paesaggio interiore che non è da meno per ampiezza e ricchezza a quello dell’universo in cui tutto ebbe inizio per effetto della prima prodigiosa scintilla.
La lingua costruisce una relazione in verticale, con il passato che approderà al futuro attraverso l’istante di questo presente, e una in orizzontale, spalancando le porte che si affacciano su orizzonti comunitari.
La vita scorre, circola, zampilla, si cela nelle forme e torna a danzare come lingue di fuoco: queste pagine sono alimentate dalla magnetica forza della consapevolezza di quanto sia importante custodire e liberare le diversità concentrate in un territorio affinché lo spirito superi le barriere della paura.
Come fa il vento che sdrucciola libero e inafferrabile nell’immensa tundra.
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