Privi di sensi

di Eduardo De Cunto

I morti, i morti, bisogna aver premura per i morti, seppellirli, far finta di averne riverenza, mentre i vivi? Io odio i morti, sempre lì a ricordarti ciò che vorresti dimenticare, pallidi, brutti, zitti, senza vita.
Capitan Pascià dice che io sono vivo per destino, che non cado, che Dio è con me, che mai una pallottola prenderà la traiettoria che porta al mio cuore. Lo apprezzo. Ma non sono mica un coglione, lo so che improvvisa. Ma lo apprezzo.
L’avambraccio di Alfredo è freddo. Fa impressione. Quando lo tocco per richiuderlo a croce sul petto mi trasmette un brivido. “Vivo per destino”, che puttanata colossale, la riconosco, questa morte che sale da Alfredo al mio corpo, e riconosco che fa parte di me, che è solo questione di tempo. Che puttanata, davvero.
Il nemico ha guadagnato terreno. Quello che aveva perso ieri l’altro. E domani lo riperderà. Nel frattempo: i morti.
Adesso, almeno, posso abbracciarlo, Alfredo. Questo bastardo che mi è morto a fianco. Prima no, mai sia, mai che due uomini maschi vivi possano esprimere fisicamente un sentimento. Figurarsi, due combattenti. Da morti, da morti sì, si può rimanere veri uomini anche a lasciarsi andare ai sentimentalismi. Bastardo figlio di puttana di un morto, ti dovevo ancora i soldi per il regalo a Valentino, e ora non mi vuoi manco più bene, ti sono indifferente, mentre ti piango addosso.
Capitan Pascià non abbraccia e non accarezza, ma ha sempre una parola e una premura per ciascuno. Io, ad esempio, sono quello che non morirà. Luca, ad esempio, è quello che sarà ricordato come un Che Guevara. Quante puttanate che dice. Ma lo amiamo tutti ed è il nostro eroe.
Il nemico è come i morti (sarà per questo che odio i morti?). Non ha cuore, non ha emozioni, non ha nemmeno pelle per toccare e sentire.
C’è un’ora, alla fine della battaglia, in cui il sole trova sollievo nel mare. Diventa rosso, poi rosa, poi sfrigola nell’acqua, si spegne e si addormenta. Il cielo prende tutti i colori dell’arcobaleno: allo zenit è già quasi blu notte, poi degrada in azzurro, poi verde, giallo, arancione, rosso, rosa, infine bianco lì dove cielo e mare si confondono. Allora, in quel preciso istante, non esiste nessuna guerra, e tutti siamo sereni e calmi. Quasi fossimo morti.
Ma poi la guerra ricomincia.
Il nemico avanza, col suo clangore di automa. Il nemico non muore mai, al massimo si guasta, e poi si ripara, a meno che non lo catturiamo e smembriamo. Credevamo che un esercito di robot avrebbe debellato ogni atrocità. Quanto ci sbagliavamo…
Abbiamo tollerato di mangiare i nostri Kinder Bueno, stanchi e stravaccati su divani, mentre nell’altro emisfero, o in qualche sfigato paese dell’Europa periferica, dei bambini cucivano palloni griffati. Adesso siamo ammazzati dai robot. Non da Achille o dal Barone Rosso, ma da uno 01876tf del cazzo. Ce lo siamo davvero meritati.
Depongo Alfredo lì dove il bianco del mare si confonde col bianco del cielo. Arriveremo tutti: io, Capitan Pascià, Luca e tutti gli altri. Rimarranno i robot, senza pelle per sentire. La Terra continuerà ad avere una Storia, ma a nessuno verrà più in mente di raccontarla.

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