La disisperanza di Elio Tavilla

di Elisabetta Imperato

“[…] quasi fosse una fine del mondo annunciata e contraddetta […]”: in questa ambiguità che si fa tensione viva tra l’annuncio e la sua contraddizione, risiede il nucleo poetico della raccolta La disisperanza di Elio Tavilla. Né più speranza, né disperazione, ma uno stato liminale di sospensione, in un mondo di infinite macerie. Il titolo stesso, nel prolungamento del prefisso dis, dischiude la possibilità di un rovesciamento della disperazione nel suo contrario: non più disperazione e non proprio speranza ma tensione etica tra disillusione e resistenza. Preparazione di una condizione esistenziale nuova, emancipata da ideologie e false promesse. Lo sguardo poetico è capace di vivere tra i detriti del senso, attraversare radicalmente il vuoto, in un pellegrinaggio esistenziale tra periferie industriali e paesaggi desolati. È uno sguardo disincantato che resta accanto alle ferite e vi si sofferma con una pietas che si estende agli animali “[…]il topolino curvo sul suo cibo marcio […]”, alle cose inerti, ai minerali e alla terra, senza alcuna distinzione tra esseri viventi e mondo inanimato. Nei versi risuona una potenza tragica, la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte alla ricerca di orizzonti consolatori. Tavilla, con i suoi versi, ci accompagna in un itinerario di sopravvivenza tra cocci di vetro e liquami. E in tale contesto, l’incidente stesso, l’azione apparentemente casuale, rivela nel genere umano un’oscura volontà di autoannientamento “[…] hai rotto il vetro per errore/volevi solamente/cercarvi dentro il sangue mentre/quello, inerme, sbocciava dai/tuoi polsi […]”. Nominare le fratture senza la pretesa di sanarle è ciò che la lingua può ancora fare per testimoniare la dismisura del dolore, affrontando la disperazione con la forza della parola. Nei passi di questo percorso prevalgono ellissi; non ci sono soggetti espliciti né un preciso tempo narrativo, solo le nude azioni in una serie di tempi all’infinito “[…] dire fare bruciare/aprire bocca senza urlare, parlare […]”. La stessa catena di verbi, frequentemente non coniugati, mette in scena l’automatismo della vita quotidiana: azioni nude che si ripetono, prolungandosi ininterrottamente. Senza sosta.  Senza soggetto. Senza destinazione, tra passanti indifferenti. Non vi è orizzonte consolatorio nelle pagine della silloge ma convivenza tra il riso e la ferita, il gioco e la morte. Il verso stesso mostra le sue crepe frangendosi, per poi fluire in un fiume di sangue da una pagina all’altra. La poesia non cura e non salva ma nomina per riconoscere il dolore e impedirgli di restare invisibile.

I testi procedono per immagini e frammenti lirici, e la stessa parola speranza, spezzata in apertura nel titolo, rivela come la frattura attraversi la stessa lingua e nello scarto linguistico risieda la vera materia della scrittura. Le poesie de ‘La Disisperanza si leggono come un flusso narrativo continuo, quasi un romanzo in versi. Ogni testo non si presenta come un frammento isolato, ma come stazione di una via Crucis esistenziale. Le immagini (acqua, mari preistorici, periferie, direzioni senza uscita, il vetro, il nulla, i fossili, il buio ecc.), i motivi e le ossessioni ritornano e si sviluppano, come nei capitoli di un romanzo. Si crea così una trama sotterranea che unisce i testi di nove tappe, in sequenza. La scelta stilistica di non utilizzare le lettere maiuscole all’inizio dei componimenti impedisce al lettore di percepire un vero taglio tra un testo e l’altro. L’occhio scivola da una poesia alla successiva senza soluzione di continuità, come in una narrazione ininterrotta. È un artificio grafico che contribuisce a dissolvere la distinzione tra singola poesia e l’insieme. L’effetto è quello di un respiro unico, di una voce che parla in una sorta di monologo interiore che a tratti si rivolge ad un generico tu. Questa strategia colloca Tavilla in una linea che attraversa la poesia del secondo Novecento. Si pensi, per analogia, a certe raccolte di Milo De Angelis (Somiglianze, Tema dell’addio) o al flusso ipnotico di Andrea Zanzotto, che pure mette in discussione i confini del componimento singolo. Tavilla si pone in una dimensione intermedia: da un lato eredita dal romanzo in versi la tensione verso un libro unitario (si pensi al libro di Elio Pagliarani La ragazza Carla), dall’altro resta fedele alla voce lirica, che si esprime come flusso interiore continuo e non come trama narrativa nel senso classico.

Facciamo un passo indietro, agli albori della lirica moderna. Se Baudelaire è il poeta della prefigurata società di massa che segna la fine della poesia sacra e la morte dell’arte; nella lirica di Tavilla la caduta è ancora più radicale. Non si tratta più di recuperare l’aura dal fango ma di una condizione di vita interiorizzata. La parola poetica testimonia la sopravvivenza (e la resistenza) a questa mancanza di senso. La poesia lavora sulla sottrazione e sulla dissonanza, corrosa dall’uso di termini quotidiani che rompono l’incanto. Tra i detriti del linguaggio, il dire poetico si fa gesto, residuo e scarto, atto di resistenza. L’aura è così smontata dall’interno, dal verso libero, frammentato, con pause brusche che rinunciano alla musicalità classica, in un monologo ininterrotto. Il fango resta fango senza trasfigurazione alcuna. La disisperanza è il nome di una post-modernità che ha superato anche lo spleen. Non più lotta tra ideale e reale ma condizione stabile dopo la fine.

Per altra via: nel celebre frammento IX delle Tesi di filosofia della storia, Walter Benjamin descrive l’Angelo della storia ispirandosi al quadro di Paul Klee (Angelus Novus). L’angelo ha lo sguardo rivolto al passato, che appare come un’unica catastrofe in cui i detriti della storia si accumulano. Vorrebbe fermarsi e ricomporre le rovine ma una tempesta lo sospinge irrimediabilmente verso il futuro. La tempesta è ciò che chiamiamo progresso. L’immagine esprime la tensione tragica tra desiderio di salvezza e l’inarrestabilità della catastrofe storica. Nella raccolta di Tavilla la postura è diversa: non c’è tensione verso una nuova vita. Il poeta non è più un veggente ma un sopravvissuto alle macerie e le rovine accumulate alle spalle dell’Angelo della storia lastricano ormai da secoli il cammino dell’arte.

La poesia, in tale contesto, non può che collocarsi tra i detriti presenti nel linguaggio stesso, che registra la mancanza di senso nei segni prosaici della sopravvivenza quotidiana.  Il confronto tra l’Angelo della storia e lo sguardo di Tavilla permette di cogliere due modi diversi di guardare al tempo e alle rovine perché la voce interna del presente, di cui si fa messaggero il poeta, non cerca più redenzione ma una via d’uscita inedita, al di là della disperazione e della speranza.

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