“Quando il mondo dorme” il processo di decolonizzazione attraverso i libri

di Muriel Pavoni

“Quando il mondo dorme” di Francesca Albanese non è solo un libro che parla di Palestina, è un libro che usa la Palestina per capire il mondo. Un testo in cui la Storia viene veicolata attraverso le storie delle persone. I capitoli non riguardano solamente: Hind, Abu Hassan, George, Alon, Ingrid, Ghassan, Eyal, Malak, Gabor, persone perlopiù conosciute e incontrate dall’autrice, ma storie personali, ciascuna portatrice di un tema dominante, in grado di spiegare l’occupazione, la detenzione, il genocidio e anche come uscire dall’attuale catastrofe.
“Mi sento indignata e delusa”, così si apre questo che più che un saggio è un grido, uno sfogo. Benché le parole grido o sfogo possano risultare una pecca, dal punto di vista della qualità letteraria di un testo (un richiamo a qualcosa di informe che non ha attraversato la mediazione dell’organizzazione attraverso un processo di editing o riscrittura, qualcosa di primordiale, grezzo, incapace di raggiungere la dimensione razionale del lettore), e lo sfogo pare più adatto a un pubblico ingenuo e poco coltivato, il risultato invece è qualcosa di profondamente efficace e capace di toccare le corde più intime della comprensione, quelle in cui convergono ragione e sentimento.
Già dalle prime pagine accade la magia che crea quel legame di empatia, grazie al quale si entra in connessione con un testo. La stessa empatia viene chiamata in causa nei confronti del popolo Palestinese, la stessa empatia suscita la scrittura di Albanese: limpida, chiara e arrabbiata al tempo stesso.
È sempre su questo filo che oscilla l’esperienza di lettura, che è viaggio tra la chiarezza delle argomentazioni e lo strazio delle vite, dove si mettono a nudo le interminabili ingiustizie di un sistema che è quello in cui viviamo.
Il personale è politico e quando l’angolatura cambia, quando da dominatori diventiamo oppressi tutto assume un’altra forma. Hind è la storia che apre il libro. Hind ha sei anni e si ritrova schiacciata nel sedile posteriore di un’auto assieme ai cugini, durante un ordine di evacuazione. La macchina finisce sotto un fuoco di bombe e all’improvviso tutti attorno sono immobili. La bambina prende il cellulare di una cugina più grande, che stava parlando con un’operatrice di Mezzaluna Rossa, e spiega che gli altri sono morti o forse dormono, chiede aiuto. Dopo tre ore di conversazione, necessarie per localizzare l’auto, gli operatori assicurano la bambina che i soccorsi stanno per arrivare, ma il suo corpo verrà trovato senza vita proprio dentro quella macchina. Scaraventati nella storia di Hind, sedendoci in quella macchina accanto a lei, impariamo cosa significhi essere bambini in Palestina.
Ci si sente sopraffatti a leggere le parole di Albanese. Di fronte ai nostri paradigmi culturali, a quello che abbiamo imparato, a quello che costituisce il fondamento della nostra cultura, restiamo annichiliti. Lo scoramento è però anche uno stimolo per approfondire e capire. E così, col primo pugno nello stomaco e le lacrime agli occhi, ci si prepara a intraprendere quel viaggio infernale che è la lettura di questo libro.
Proprio attraverso il concetto di colonialismo, che siamo disabituati a riconoscere ma invece ci riguarda da vicino, la confusione intorno la definizione di antisemitismo, la presa di coscienza riguardo alle politiche di apartheid intraprese dal governo israeliano, l’individuazione dei principi del diritto, la puntualizzazione sul concetto di genocidio, pian piano si sgretolano le certezze e ci si ritrova in mezzo alle rovine. Infine si fa il passo verso una presa di coscienza di quanto vicino sia tutto quello che abbiamo creduto incredibilmente distante.
Ma c’è un livello, più di tutti, che ci vede complici, ed è quello economico. L’individuazione dei gangli industriali e di potere che costituiscono l’economia dell’occupazione e del genocidio, le logiche di potere che accompagnano lo sfollamento, la segregazione, la sorveglianza, la distruzione, la sostituzione, sono scenari che ci accostano pericolosamente al punto nevralgico della questione.
Poi c’è la catarsi, quella cosa che ti fa riemergere dal pozzo, tra le tante storie questa è affidata a Malak Mattar, autrice della bellissima copertina del libro. Malak è una bambina incontrata dall’autrice nel 2010 durante un’indagine dell’UNRWA nelle scuole palestinesi. Bambina con un talento incredibile per la pittura, già notato all’epoca, che Albanese ritrova nel 2023 attraverso la ricerca di un’immagine nel web, dove riconosce il tratto della bambina conosciuta tanti anni prima. Scopre che Malak aveva lasciato Gaza prima del 7 ottobre per trasferirsi a Londra, ammessa a un master di Belle Arti alla St Martins School. Mentre la sua famiglia, sopravvissuta miracolosamente ai bombardamenti, era riuscita a lasciare Gaza. Ora Malak è un’artista riconosciuta e la sua famiglia, scampata al pericolo, ha ottenuto il ricongiungimento familiare, ma resta nelle loro ferite la condizione del rifugiato e la consapevolezza di non sapere dove sia la propria casa.
Giunta alle ultime pagine, con gli occhi gonfi e un peso all’altezza dello sterno che non va via, se dovessi pensare a un libro come processo individuale di decolonizzazione, non potrei far altro che suggerire la lettura di “Quando il mondo dorme”.

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