29 Ago Diagrammi editoriali, indagine sulla piccola e media editoria
a cura di Muriel Pavoni
Prosegue la nostra indagine sull’editoria italiana con due nuovi contributi.
Paolo Zardi: risvegliarsi tra duecento anni e vedere cosa diranno della letteratura di questo secolo.
Parto da una premessa che può sembrare drammatica: di fondo, penso che la letteratura abbia perso molta della sua rilevanza. Può sembrare un punto di vista pessimistico, e in cuor mio spero di sbagliarmi; tuttavia, ci sono molti segnali abbastanza evidenti che mi spingono a vedere un parallelismo tra questo periodo e quello alessandrino: produzione bulimica, prevalenza della forma sui contenuti, nessuna novità degna di essere presa in considerazione. La produzione contemporanea è la scia di quella del secolo precedente: è figlia di quello slancio. Come sappiamo, non si sono mai pubblicati tanti libri come in questi anni, e per curiosità, ho confrontato la produzione letteraria greca e romana che ci è pervenuta con la quantità di testi prodotti nel 2025. Se noi facessimo partire il cronometro adesso, tra tre ore avremmo tante pagine nuove quante sono quelle che ci sono arrivate dall’antichità. Ma l’enorme produzione non sarebbe un problema se non si accompagnasse a una sostanziale irrilevanza.
Mi capita sempre più spesso di confrontarmi con persone che scrivono o che lavorano nel settore dell’editoria. Il tema dominante è un certo disincanto nei confronti dell’editoria contemporanea. L’impressione che serpeggia è che le scelte vengano fatte con criteri che, in tanti casi, non hanno nulla a che fare con la qualità letteraria: si cercano autori con visibilità sui social, scritture semplici, storie capaci di confermare le idee dominanti di questo periodo. Giorgio Manganelli diceva che “non c’è letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell’anima” e se Manganelli ha ragione (se ne può discutere, ma io comunque sto dalla sua parte) faccio fatica a trovare una letteratura che abbia queste caratteristiche e che, allo stesso tempo, trovi una diffusione ampia – che esista al di fuori di piccole cerchie di cultori. A costo di essere noioso, io vedo che si sono piccole case editrici abbastanza coraggiose (forse meno coraggiose di dieci o venti anni fa) che propongo libri ambiziosi nella quasi totale indifferenza del mondo che le circonda, e case editrici più grandi che hanno abdicato al loro ruolo di produrre cultura: i cataloghi delle “major” (non tutte) iniziano a essere caratterizzati da una sinistra e preoccupante vacuità. E i dati sembrano indicare che la strada intrapresa, cioè quella del progressivo appiattimento su un lettore privo di capacità di giudizio, di curiosità e di qualità, non stia portando i risultati attesi. Si legge sempre meno. La domanda a cui è difficile rispondere è: di chi è la colpa?
Forse, non esiste alcuna colpa. Chi scrive, ai giorni, nostri, sinfonie, poemi epici, tragedie storiche in cinque atti, sonetti, concerti per pianoforte e orchestra, opere liriche? Chi affresca cupole? Chi dipinge nature morte, ultime cene, rivoluzionari morenti, Madonne che salgono in cielo? Il teatro elisabettiano ha prodotto capolavori per una trentina d’anni; dopo, per almeno un secolo la produzione è stata vastissima (decisamente superiore al periodo d’oro di Shakespeare, Marlowe e Jonson), ma del tutto irrilevante nella storia della cultura. Lo stesso si può dire della grande tragedia greca. Ogni forma d’arte ha un suo ciclo di vita: nasce per caso, si sviluppa grazie a circostanze favorevoli, e forse alla presenza di qualche genio, e poi lentamente perde di significato; fintanto che il ricordo è ancora vivo, si continua a credere che non sia finito, quello slancio. Nel ventunesimo secolo, il fascino del romanzo è intatto; abbiamo ancora in mente i nomi di Joyce, Proust, Musil, Kafka, Svevo, Faulkner, Borges, Nabokov, Kundera, Philip Roth, ma se ci domandassimo se in questo momento c’è qualcosa di paragonabile a quei libri – non tanto dal punto di vista del valore assoluto, ma, piuttosto, per la loro capacità di indagare la complessità dell’essere umano o della società in un modo nuovo, inaspettato, di farci prendere atto di verità che non conoscevamo… e che diventino patrimonio collettivo e condiviso, che portino, nel dibattito sulle idee, nuovi argomenti… ebbene, che risposta saremmo costretti a darci? Io non vedo nulla di tutto questo. Non ci sono più le condizioni. Non esistono spazi di confronto, un interesse reale verso la letteratura, il riconoscimento che un romanzo sia qualcosa di più di un “divertimento da divorare”. Produciamo tanto perché non siamo mai stati così bravi a farlo: conosciamo alla perfezione la struttura che deve avere una trama per “funzionare”, ci sono scuole di scritture ed editor che lavorano sui testi per addomesticarli e renderli commerciabili, ci sono agenti che selezionano ciò che ritengono che gli editori ritengano che i lettori vorrebbero leggere, andando al ribasso a ogni passaggio… Si parte dalla fine, dal lettore, questa creatura immaginaria, e poi si va a ritroso fino al momento della produzione, dove si inglobano già in partenza le istanze comuni, dove ci si censura perché il mercato non accoglierebbe un libro scomodo, dove si semplifica la lingua perché nessuno vuole leggere libri complicati. Gli autori, gli unici soggetti produttori nella lunga filiera del libro, stanno diventando meri esecutori. Ma tutto questo non serve a niente. La letteratura è tale solo se è capace di rompere gli schemi, di alzare l’asticella, di andare più a fondo. Ora, le quarte di copertina dei libri si assomigliano tutte: “nella vita di Tizio Caio sembra che tutto vada bene, ma un giorno succede che…”, “nell’Italia del 1950, in un paesino del profondo sud, una giovane donna, aiutata da nonne e zie, lotta contro le convenzioni del suo tempo…”. Alcuni temono l’intelligenza artificiale, ma se chi scrive non osa inventare dubito che ci accorgeremo della differenza.
Come dicevo all’inizio, credo che la letteratura si stia spegnendo. Io continuo a scrivere perché appartengo a un’epoca passata – sono nato nel Novecento. Oggi, però, le menti migliori non perdono tempo a scrivere un libro che verrà letto da tre o quattrocento persone – fanno altro. A volte sono tentato di dare ragione a Spengler che, nel suo “Il tramonto dell’Occidente” sosteneva che questa civiltà ha già superato il momento in cui l’arte aveva una qualche rilevanza. Se potessi esprimere un desiderio, mi piacerebbe addormentarmi per risvegliarmi tra duecento anni e vedere cosa diranno della letteratura della prima metà di questo secolo.
Marcello Guardo: salvare i libri con le tartarughe marine
A me il mercato editoriale italiano fa pensare alle tartarughe marine. “Com’è possibile?” mi chiederete, con un po’ d’invidia. Seguitemi, magari alla fine ci penserete anche voi.
Vi trovate sulla costa occidentale dell’Africa, precisamente sull’isola di São Tomé, a largo della Guinea Equatoriale. Avete raggiunto una qualsiasi spiaggia, la natura è splendida, ma avete notato un fatto piuttosto strano. La sabbia è piena di grosse buche. Cercate di scorgere escavatori o ruspe nelle vicinanze, ma non le troverete: le buche sono opera delle tartarughe marine, che, come forse sapete, hanno evoluto una strategia riproduttiva piuttosto complicata. Dopo essere emersi da un buco sottoterra, i cento-duecento piccoli della covata devono fare circa dieci metri sulla sabbia, piena di predatori e bracconieri, per raggiungere il mare. E tutto questo devono farlo appena nate… con le pinne… sulla sabbia. Su mille uova deposte, solo una (1) diventerà una tartaruga adulta e riuscirà a portare avanti il ciclo riproduttivo. Per questo e altri motivi, purtroppo diverse specie di tartarughe marine sono a rischio estinzione a São Tomé e in molte altre parti del mondo.
Immaginiamo che ogni uovo di tartaruga sia uno degli 85.000 libri pubblicati ogni anno. Quanti di questi libri riescono a sopravvivere abbastanza a lungo da raggiungere un’età che possiamo definire “adulta”? La maggior parte dura sugli scaffali delle librerie poco più di due mesi. La tartaruga comune, o Caretta caretta, deve arrivare ai venticinque anni di età per raggiungere la maturità sessuale, ma la letteratura ci chiede di trovare altri criteri. Mi piace pensare che un libro sia adulto quando arriva a influenzare, anche solo in parte, una nuova generazione di scrittori e lettori. A passare i suoi geni, se vogliamo. Quanto ci vuole? Cento? Venticinque? Dieci anni? Ognuno può dire la sua, purché non dica due mesi (e nemmeno dodici).
Se le uova hanno bisogno di un terreno adatto, le giuste temperature e, ormai sempre più spesso, di cordoni di volontari umani che proteggano i piccoli appena nati dai sapiens in agguato, i libri hanno ugualmente bisogno di essere curati e accompagnati da un folto ecosistema di professionisti del settore, che oggi si trovano privi di un ambiente lavorativo sicuro che ne garantisca i diritti e la giusta retribuzione. È inevitabile che la loro attività di protezione e salvaguardia risulti compromessa.
È lecito allora chiedersi a cosa serva sacrificare la cura favorendo invece una combinazione di prolificità e obsolescenza programmata. Le grandi case editrici pubblicano spesso libri a tema, destinati a passare con la “moda” del momento; i piccoli editori sfornano romanzi di esordienti (e non), senza convinzione, senza promuovere le opere che scelgono.
Qual è lo scopo? Avere più possibilità matematiche di far raggiungere ai libri l’età adulta? Contrastare meglio i concorrenti? Attirare più lettori? I numeri ci dicono che questa strategia è destinata a fallire. In questa assenza di lungimiranza sta probabilmente, al di là delle dinamiche di mercato, il cortocircuito tra l’agire umano e quello animale.
Che fare, dunque?
La natura, come sempre, ci suggerisce una soluzione. Vi racconto un’ultima cosa sulle tartarughe: per scavare la buca in cui lascerà a covare le uova, mamma tartaruga impiega circa due ore, ma prima di decidersi a deporre può realizzare e scartare anche dodici buche. Le condizioni devono essere perfette; fino ad allora continuerà a scavare. La pazienza e l’esattezza della natura. Se l’editoria italiana vuole salvarsi dall’estinzione sarà meglio che prenda appunti.
Daniele Musto
Posted at 16:11h, 30 AgostoL’ho “divorato”
Scherzo eh, molto interessante come tutto quello che scrive Zardi
Luciana
Posted at 10:35h, 31 AgostoViva la lungimiranza e chi ancora ne fa accenno.. Tra i tanti corsi che ci propongono quotidianamente, uno per Statista, no? Sarebbe tanto utile secondo me.😊