Vedove di Camus. In dialogo con Elena Rui

di Ivana Margarese

 

Vedove di Camus di Elena Rui, pubblicato a maggio per L’Orma, racconta di quattro donne – e quattro sono le carte da gioco presenti sulla copertina del romanzo –  e del loro legame sentimentale con Albert Camus. Il romanzo comincia con l’episodio della morte di Camus avvenuta, il 4 gennaio 1960, a causa di un incidente d’auto  nei pressi di Villeblevin, un villaggio nella regione della Borgogna-Franca Contea. Alla guida del mezzo c’è l’editore Michel Gallimard che morirà pochi giorni dopo. Elena Rui prova a ricostruire ciò che è accaduto nella vita di queste donne quando Camus è morto e lascia che ciascuna – la moglie Francine Faure, l’attrice Catherine Sellers, la giovane artista Mette Ivers e l’attrice teatrale Maria Casarès, soprannominata “L’Unica” – descriva il proprio vissuto, sfaccettato e talvolta ambivalente.

 

Ivana Margarese – C’è un bel testo di Dolores Prato intitolato Scottature dove la scrittrice fa riferimento ai misteri terreni, a un parlare agitato, più sottinteso che spiegato,  ad accenni così sfuggenti da somigliare al gesto di chi tocca qualcosa che scotta. Leggere Vedove di Camus mi ha fatto venire in mente le “scottature” perché ci si ritrova ad avere a che fare con il materiale incandescente e difficilmente decifrabile delle vite di quattro figure di donne, la moglie Francine Faure, la brillante attrice Catherine Sellers, la giovane pittrice Mette Ivers, di origini danesi, e Maria Casarès, grande interprete del teatro francese, che amarono riamate Albert Camus. Ti chiedo come hai maturato il progetto di questo libro e come sei arrivata alla scelta, significativa, del titolo.

Elena Rui – È difficile ricostruire a posteriori il momento in cui un’idea è nata, soprattutto quando ti ha occupato per anni. So di certo che all’inizio non avevo in mano il materiale incandescente di cui parli, lo ipotizzavo soltanto. La morte improvvisa di un grande scrittore, un manoscritto incompiuto da decifrare che diventa l’eredità esclusiva dell’amore legittimo; lettere, riferimenti ad amori “illegittimi” nascosti fra le righe di opere inedite… sentivo che c’era materia per un tipo di narrazione che m’interessa. Ricordo che sono entrata in queste vicende attraverso la relazione fra Camus e Casares, la più nota fra le quattro storie, e sono sicura, come affermo nel capitolo introduttivo, di aver avuto l’intenzione, in una fase davvero embrionale, di occuparmi solo di loro due.
Il titolo è venuto prima di concludere il libro ed è nato dalla consapevolezza che non fosse possibile stabilire una gerarchia nel lutto di queste quattro donne.“Vedove” usato come aggettivo, al plurale, ha una certa forza evocativa: dice già molto dell’entità della perdita per tutte le protagoniste. Svela anche qualcosa del mio sguardo su queste relazioni.


IM- Catherine Sellers ha avuto, scrivi nel libro, da Camus il soprannome di Sherlock Holmes per la sua capacità di scovare oggetti e fare ricerche di ogni tipo. Lo stile che tu stessa adotti nel romanzo, il tuo transitare con sguardo vigile e in un certo qual modo filosofico tra memorie, documenti e immaginazione, il tuo cominciare dall’evento tragico della morte dello scrittore, mi ha fatto pensare a un’azione investigativa e mi ha fatto venire in mente certe pose sciasciane, che da siciliana conosco bene. Quale metodo hai adottato nell’indagare i materiali di archivio che sono stati una base per la tua creazione artistica?

ER – Si tratta di un lavoro di ricerca svolto nell’arco di tre anni e quindi, a seconda delle fasi, in modo diverso, ma sempre sostenuto da un forte gusto per l’investigazione. Il fatto di poter alternare documentazione e scrittura aiuta a non sentirsi in colpa quando non si sta facendo avanzare la narrazione. In un primo momento, ovviamente, c’è solo documentazione.  I manoscritti che ho consultato alla Bibliothèque Nationale de France non possono essere riprodotti, bisognava quindi ricopiarli. È stato un lavoro estenuante, soprattutto per Sellers che nei suoi diari ha una grafia alterata dall’urgenza della passione o dal dolore. Anche la scrittura di Camus è difficilmente decifrabile e per qualche lettera ho avuto bisogno di aiuto. All’inizio tutto mi sembrava importante, volevo trascrivere  ogni pensiero  e poi mi sono resa conto che di certi aneddoti dovevo impregnarmi senza copiarli, o altrimenti riassumerli. A differenza di Casares, che ha un suo stile  particolarissimo e suggestivo sia nell’autobiografia che nelle lettere, i diari di Sellers possiedono  un valore più documentario che letterario e se certe pagine meritano di essere conservate con le parole esatte, altre possono essere sintetizzate. Nel fondo Sellers-Tabard ci sono poi molte fotografie, ritagli di giornali, agende, cartoline … Quando mi stancavo di decifrare i diari, passavo ad altri tipi di documenti. Alcune foto mi hanno provocato un’emozione intensa da cui ho attinto per ritrovare la forza di riprendere il lavoro più duro: decrittare e ricopiare.  A volte, un dettaglio trovato in un archivio inficiava o confermava un’ipotesi nata dalla lettura di una biografia, di un’intervista o di un articolo e mi portava verso altre piste. Mi capitava di lasciare in sospeso per settimane un capitolo su cui stavo lavorando perché in un diario di Sellers avevo letto che una certa sera del 1960 si trovava in un certo luogo e decidevo che dovevo assolutamente visitarlo, ma poi mi rendevo conto che non mi serviva a niente, che non lo avrei descritto. La metà delle cose su cui mi sono documentata non sono finite nel libro, ma sono servite ad appropriarmi di un modo di pensare o di sentire; hanno riempito l’immaginazione di cose viste dai miei personaggi. L’investigazione deve essere un piacere in sé, mosso da un’ossessione irrazionale, altrimenti ci stufa presto.


IM- C’è stata una tra queste quattro figure di donne che è stato più difficile immaginare?

ER – Ho fatto fatica ad autorizzarmi la finzione per Mette Ivers perché è l’unica ad essere ancora viva: è una bella signora di novantadue anni che continua a dipingere nel suo atelier parigino. In alcuni momenti ho avuto delle remore dovute a una sensazione d’illegittimità. Ma mi sono risposta che non ho svelato nulla di intimo: sono partita da sue dichiarazioni e interviste, da biografie già edite e ho immaginato pensieri e gesti, come è lecito fare in un’opera di finzione.

IM – Nel testo si ritorna più volte sulla questione della gelosia e del possesso, sul tentativo spesso fallito di queste donne di contenere il loro desiderio di unicità, il loro rimuginare per tenere a freno i timori di non essere abbastanza amate da Camus. Ognuna di loro adotta una personale strategia per proteggersi e proteggere il sentimento verso Albert Camus. Mi piacerebbe una tua riflessione su questo anche alla luce degli altri tuoi romanzi.

ER – È innegabile che una delle forme ricorrenti dell’amore siano le relazioni parallele, che si tratti di legami adulteri o regolati da un patto.   I rapporti di forza che si creano in queste dinamiche sono una fonte d’ispirazione per me. È vero che spesso nelle relazioni amorose non esclusive, anche quando c’è un accordo, la parte più coinvolta o quella che in quella fase è più debole si sforza di mostrarsi meno possessiva di quello che è. Sono giochi in cui non è difficile immedesimarsi e che mostrano quanto gli esseri umani siano combattuti fra ragione e istinto. Tutte e quattro le “vedove” vivono questa lotta intima, in misura e in momenti diversi. Credo che in alcune fasi l’abbia vissuta anche Camus, per quanto sia stato più spesso l’elemento forte delle storie in cui era coinvolto.

Il paradosso dell’amore passionale  è che anela sempre  a una forma di assoluto, ma si scontra con la  sua intrinseca contingenza, con la sua finitezza. Ognuno trova una soluzione personale e provvisoria a questa contraddizione. In “La famiglia degli altri” che ho pubblicato con Garzanti nel 2021, i protagonisti, Marta e Antoine, cercano di capire in che modo una coppia con una bambina piccola possa continuare ad avere l’ambizione di essere “aperta”. Anche loro si ritrovano, a turno, ad avere comportamenti possessivi in contraddizione con il patto che hanno stretto anni prima. È un accordo che all’inizio non aveva nulla di ideologico, ed era nato  dalla semplice constatazione che i sentimenti si erano trasformati. Nel momento in cui li incontriamo, però, Marta e Antoine non riescono più a vivere secondo le regole di apertura che si sono imposti. Nessun equilibrio in amore è stabile.


IM – Albert Camus aveva una personalità sfaccettata, poco incline ai compromessi, sfuggente ma al contempo partecipe, anche quando era lontano, delle vite delle persone che amava, che valorizzava e incoraggiava e verso cui non mostrava alcun comportamento competitivo. Qual è il tuo ritratto di Albert Camus?

ER – Sono d’accordo, Camus era tutte queste cose apparentemente inconciliabili: una presenza assente, un uomo sfuggente ma coinvolto e partecipe. Attraverso i pensieri e i ricordi delle quattro vedove di Camus, emerge in filigrana un ritratto dello scrittore, ma non mi sento di ridisegnarlo qui in poche righe attraverso una descrizione definitiva. In un romanzo, c’è qualcosa di mobile, di vivo, che cambia a ogni lettura e non voglio sabotare quello che ho scritto. Il ritratto di Camus deve risultare dalla somma contraddittoria di quello che ciascuna vedova pensa e ricorda di lui.


IM – Infine ti faccio una domanda sui figli di Albert Camus e Francine Faure, i due gemelli, molto diversi l’uno dall’altra, che pur non essendo protagonisti della narrazione sembrano raccogliere e esprimere l’ambivalenza dei sentimenti nei confronti di una figura ingombrante, sfuggente alle classificazioni, come quella del padre.

E.R: È vero che i figli hanno un atteggiamento quasi opposto nei confronti del padre. Dove Catherine vede sintomi di un debordante appetito per la vita, Jean vede dei comportamenti da maschio compiaciuto della propria virilità. Jean si è espresso pochissimo, ha rifiutato categoricamente di esistere in pubblico, mentre Catherine gestisce i diritti del padre e si occupa attivamente della sua memoria. Le rare parole pronunciate da Jean su suo padre mi hanno toccata molto di più delle molte interviste rilasciate da Catherine. Chi si sottrae crea mistero, certo, ma non è solo questo: Jean non ha motivo di alimentare una narrazione agiografica e le poche, pochissime volte in cui si è espresso lo ha fatto rendendo conto della complessità dei sentimenti che lo legano a un genitore che non gli somigliava e che faticava a capirlo. Trovo plausibile che, anche fra i lettori, alcuni reagiscano in modo più simile a Jean e altri a  Catherine.

 

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