All’ombra di Chiara

di Ilaria Durigon

 

La libertà è un respiro.

Anna Maria Ortese

 

Tra le condizioni materiali dell’esistenza, ad orientare la nostra formazione simbolica accanto a quelle sociali, ci sono le condizioni incarnate dai luoghi in cui nasciamo e cresciamo. Non si tratta, difatti, solo di scenari esterni, ma di matrici sensibili e affettive in cui il corpo si radica e attraverso cui impara a orientarsi. Come ci ha insegnato Irigaray, il simbolico non è mai puro ordine linguistico, ma è radicato nella materialità vissuta che include, insieme alla differenza sessuale, anche la relazione con gli elementi fisici. In questo senso, il luogo — città, provincia, campagna, lago, mare, montagna — è già un “elemento” con cui entriamo in relazione fin dalle prime esperienze, e che contribuisce a plasmare la nostra economia psichica e simbolica.

Il paesaggio urbano, con la sua verticalità architettonica, la frammentazione degli spazi, la promiscuità, e la continua interruzione dei ritmi naturali, produce una percezione del tempo e della prossimità differente da quella che si forma in un contesto rurale, dove il corpo si misura con orizzonti aperti, cicli stagionali e mutamenti percettibili nella luce e nei suoni. Analogamente, vivere accanto a un lago o al mare introduce nel soggetto un rapporto costante con la fluidità, la riflessione, il movimento e la calma, traducendosi in immagini interiori e metafore primarie che rimangono vive anche quando ci allontaniamo fisicamente. Queste esperienze non sono semplici “influenze ambientali”, ma condizioni generative: alimentano il simbolico che, a sua volta, sostiene il piano affettivo.

All’inizio del suo contributo in Through vegetal being”, Irigaray racconta di come l’immersione nel mondo naturale durante la sua infanzia abbia rappresentato un modello di vitalità molto distante dalle astrazioni mortifere di una cultura occidentale “dimentica della vita”. Nei momenti difficili, prosegue nelle pagine successive, quando il desiderio di vivere in lei sembrava esaurirsi, il mondo vegetale “è diventato un luogo materno che mi ha fornito l’aria di cui avevo bisogno (…)  Era il mondo vegetale che assicurava la cura materna, con l’ambiente che si organizzava intorno a me. Riuscivo anche a ricreare una sorta di placenta aerea, in cui rimanevo seduta per ore, e gli alberi, e le altre piante purificavano il mio respiro senza chiedere nulla in cambio. Ero molto commossa e grata alla natura per l’ospitalità che – a volte vorrei dire ‘lei’ – mi offriva sempre e ovunque senza dire nulle e senza chiedere qualcosa in cambio. Lei mi ha offerto un posto dove ritrovare la vita e la fede nella vita”.

La riflessione prosegue segnando un ulteriore passaggio in direzione simbolica, sotto il segno di un’autonomia del pensiero, di un nuovo inizio:
“Grazie al mondo vegetale, non solo ho potuto ricominciare a vivere, ma anche continuare a pensare. ‘C’è’ aria era sufficiente; non avevo bisogno di un altro ‘c’è’. Un nuovo inizio e un nuovo mondo erano possibili, senza altro che il respiro, e così, poco a poco, aprendo in me stessa una radura fatta di una riserva di respiro libero, in cui ero capace di percepire e plasmare ciò che percepivo. All’inizio, potevo soprattutto affermare . Non è così e mettere in discussione la verità che la mia tradizione mi aveva insegnato”. Il mondo naturale offre una metafora viva di silenzio e nutrimento, di un respiro come condizione sufficiente per l’inizio di ogni pensiero nuovo, metafora viva di spazi mentali aperti, di libertà.

In questi anni, atterrita dalle evoluzioni politiche del nostro tempo oscuro, mi sono spesso chiesta quanto sia urgente ricominciare a pensare daccapo, superando categorie che si rivelano giorno dopo giorno sempre più mortifere. Forse, questo “atlante delle emozionipuò essere pensato come la mappa dei luoghi in cui ciascuna di noi ha aperto lo sguardo su qualcosa di nuovo per sè e per le altre, ha cominciato, irigarayanamente, a respirare un pensiero nuovo.

Quest’estate ho trascorso alcuni giorni nei luoghi di Santa Chiara, immersa nella quiete della campagna assisana, tra i filari d’ulivi e il canto discreto delle cicale. All’ombra degli alberi che circondano San Damiano – il piccolo convento dove Chiara visse gran parte della sua vita e dove morì – si avverte ancora un silenzio denso, capace di raccontare storie. Fu proprio qui che, per la prima volta nella storia della Chiesa, una regola monastica femminile venne riconosciuta e approvata ufficialmente, con la firma del Papa. Un atto che sanciva la legittimazione di un’autorità spirituale femminile, radicata nella forza di una donna e della sua comunità di sorelle. Nonostante i secoli trascorsi, la rivoluzione simbolica di Chiara risuona come un invito ad avere fede in noi stesse, a custodire la nostra voce e il nostro spazio, all’ombra di un albero, lontane dai rumori della città possiamo lasciare andare le idee che non ci appartengono,nell’autosufficienza di un nostro respiro, possiamo sfidare il mondo, cominciare a pensare qualcosa di nuovo, non temere di dare forma concreta alla nostra visione.

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