Parole felici sulla scuola. Il lessico minimo di Pier Cesare Rivoltella

di Gianna Cannì

Dire la scuola. Lessico minimo di Pier Cesare Rivoltella (Morcelliana Scholé, 2025) è un libro che fa bene non solo agli insegnanti: è un’analisi lucida della scuola com’è e della scuola come potrebbe/dovrebbe essere; è anche una guida per capire attraverso la scuola e gli attori che la abitano il tempo presente.

La struttura del libro – articolata in paragrafi brevi e capitoli che hanno per titolo una parola chiave molto ampia – suggerisce più metodi di lettura: si può leggere scegliendo per prime le parole che interessano di più, si può cambiare insomma l’itinerario indicato – che rispetta l’alfabeto – seguendo il desiderio; oppure leggere i capitoli in successione, tanto il tempo che attraversa  queste pagine non è quello lineare delle argomentazioni consequenziali o delle storie ma quello circolare delle ossessioni, delle parole ricorsive che puntellano il discorso. “Alcune ossessioni attraversano le pagine”, scrive Rivoltella nella introduzione: ed è bene che sia così, perché la pedagogia e la didattica sono discipline calde, soggettive, non sono mere tecniche. Si può dunque leggere il libro seguendo un bisogno tranquillizzante di ordine o un’attitudine disobbediente al girovagare tra le pagine. Del resto la metafora che fa da sfondo è il viaggio verso Itaca, che è sempre desiderio di tornare completamente trasformati a ciò che ci appartiene, facendo la strada più lunga e tortuosa, ma necessaria. Perché al di là delle apparenze, c’è una strada sola per restare fedeli a se stessi durante un viaggio ed è quella di mantenersi fedeli, come Odisseo, al luogo da cui si è partiti senza lasciarlo in realtà mai. Questa frase tortuosa è infinitamente distante dalla chiarezza prodigiosa delle  pagine di Dire la scuola  (è lo stile di tutti i libri di Rivoltella): una chiarezza che è espressione di chiarezza di pensiero e di naturale pratica di integrità. Accanto alla chiarezza, c’è poi la densità: il contrario di quella “fuffa” didattica troppo complicata e piena di tecnicismi per nascondere l’inconsistenza del ragionamento o al contrario troppo semplice e banale come extrema ratio belli per persuadere il lettore (se dico l’ovvio sarai d’accordo, è il principio dei loci communes…).  

Nel proporre una mia lettura proverò prima a scrivere ordinatamente una brevissima rubrica per ogni capitolo (come quei sommari, che anticipano il contenuto senza naturalmente esaurirlo, premessi alle novelle del Decameron), lasciando le parole nell’ordine in cui compaiono nel libro; poi, in conclusione, mescolerò le carte e le parole.

Ecco le rubriche dei capitoli, che sono piccoli assaggi di un ragionamento complesso, nutrito di moltissime letture e riferimenti:

  1. La Creatività a scuola è imparare a vedere quello che gli altri non vedono o a vedere diversamente quello che esiste; non è inventare, è cercare un filo attraverso il principio di analogia e la conoscenza dei codici. E la creatività si impara nella scuola che somiglia a un laboratorio o a una bottega rinascimentale.
  2. Il Curricolo ben progettato è essenziale e verticale. Nasce da un nesso dinamico tra macroprogettazione e microprogettazione e dà senso a ciò che si fa a scuola; è una mappa pedagogica della disciplina, che ne individua nuclei fondanti e processi cognitivi specifici: non è un elenco di contenuti.
  3. Il Design è una delle azioni principali dell’agire didattico. E’ il contrario del recitare a soggetto inserendo il pilota automatico dell’esperienza. Il docente progetta un’occasione di apprendimento a partire dai propri saperi disciplinari, che non sono, come molti pensano, direttamente trasferibili da una persona all’altra attraverso la voce…
  4. La Didattica è un’arte della vita, come il teatro e la danza, è parola-gesto-corpo. Non è mera comunicazione, è anche trasmissione: perché attraversa lo spazio ma anche il tempo, con buona pace della nostra società orizzontale. Parte dal presente per arrivare alla tradizione. Il docente sa di più, ma sa anche “prima”.
  5. Il Digitale è imprescindibile, perché impone una cornice alla nostra mente, pervade la nostra vita. Ci ha immerso in un mondo narrativo, che è come la caverna di Platone, da cui forse non ha più tanto senso tentare di uscire.
  6. Per EAS (Episodi di Apprendimento Situato) si intende un metodo di insegnamento, un modello di lezione e un organizzatore professionale che guida il docente nella progettazione e ne incoraggia la riflessività. Lo scopo ultimo – coniugando metodo ed esodo – è dar vita in classe a EAS come Esperienze di Autonomia Significativa.
  7. Il vero Insegnante è quel professionista della scuola che fonda la sua pratica su testimonianza (insegna ciò che è), evento pedagogico (sa coniugare relazione e trasmissione) e ricerca (si riconosce incompiuto, fallibile ma sa anche di essere un intellettuale, in “rapporto vivente” con il sapere).
  8. Educare con l’Intelligenza (artificiale) significa avere un supporto alla professionalità del docente, un alleato nella progettazione, un tutoraggio personalizzato che aiuti gli apprendimenti; educare all’IA significa insegnare a padroneggiare un linguaggio e contrapporre alla dittatura delle risposte una didattica della domanda; infine c’è la dimensione dell’educare l’IA (machine learning). Insomma, il suggerimento è di passare da una relazione meramente utilitaristica con l’IA ad una relazione collaborativa ma critica.
  9. Il vero Maestro – figura rara – sa portare in classe la vita (Rivoltella dice molte altre cose belle sul maestro, ma forse basta questa).
  10. I Media sono parte della sociomaterialità in cui viviamo, contribuiscono a definire la nostra cultura; sono anche lo schermo su cui proiettiamo idee e pensieri nonché il tessuto connettivo, che contiene e connette relativizzando spazio e tempo. Lanciano molte sfide all’educatore, che hanno tutte a che fare con senso critico e responsabilità.
  11. La Media literacy/education non può più essere alfabetizzazione digitale, è uno strumento per promuovere cittadinanza, giacché viviamo in una società mediatizzata.
  12. Insegnare a vivere il presente come Memoria, senza fughe nel passato e nel futuro, significa pensare alla tecnologia come a un’estensione della traiettoria che abbiamo alle spalle. Ma c’è anche un secondo livello, quello della didattica della Memoria, alla base dell’insegnamento della storia, che vuol dire educare alla responsabilità, a chiedersi – con Patocka – “E se non io, chi?”.
  13. Le New Literacies servono a costruire le competenze per leggere la sociomaterialità, sono quelle che di solito si sviluppano naturalmente nei “terzi spazi”, all’interno dei gruppi di affinità: non riguardano solo il digitale, ma comprendono anche i linguaggi dell’intercultura e dell’interdisciplinarietà.
  14. La Scuola non è un ascensore sociale, non è un luogo di trasmissione della cultura: la scuola è cultura. A scuola non si riproduce un sapere già fissato e neutrale; in questo senso la scuola è politica. 
  15. La scuola insegna il Tempo, nell’era dell’accelerazione, quando propone la lettura profonda, quando si sintonizza con il tempo apparentemente improduttivo della scholé, quando riscopre la fenomenologia dei momenti felici  di cui scrive Augé.
  16. Valutare è uno dei verbi professionali dell’insegnante (insieme a progettare e comunicare): ha lo scopo di fare emergere gli errori per lavorarci sopra e andare in profondità. E’ l’esatto contrario di un dispositivo di selezione ed esclusione.

A libro chiuso, a fine lettura, la strada tracciata dalle 16 parole che ho restituito, sacrificando moltissimo, con queste poche frasi “scritte in rosso” (io il libro l’ho letto ordinatamente…) mi ha condotto a un luogo, a un paesaggio che somiglia alla scuola che vorrei e che, parafrasando Rivoltella, potrebbe essere descritta così: una scuola in cui le discipline non sono inerti materie, ma contribuiscono ad abilitare una forma mentis, una attitudine epistemologica; una scuola pienamente contemporanea, non separata dalla vita (Freire, citato dall’autore, scrive: “Una delle cose più tristi per un essere umano è di non appartenere al suo tempo”); una scuola in cui l’insegnamento, come insegna Platone, consiste nello sfregamento tra due anime; una scuola che garantisca a tutte e tutti il diritto non all’accesso all’istruzione, ma alla riuscita;  una scuola che non riproponga biechi dispositivi identitari ma che scelga la postura della contaminazione culturale; una scuola della lettura lenta e profonda; una scuola che metta in comunicazione le intelligenze, umane e artificiali.

 

 

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