Case chiuse: una storia tra le storie

di Luciana De Palma

 

Lontano dall’immaginario comune, il bordello o casa di tolleranza, luogo del piacere per eccellenza dove i bisogni della carne, per l’esattezza quella maschile, regnavano incontrastati, è stato mitizzato fino ad essere destrutturato ai fini di una narrazione favolistica, quasi epica.

In Cronache di una casa chiusa (Edizioni Biblioteca Dell’Immagine) l’autrice Rossella Menegato introduce i lettori ad una conoscenza precisa e soprattutto priva di sfumature romantiche della vita che le prostitute conducevano nelle case chiuse.

Dopo un’attenta ricognizione di fonti scritte, fotografiche e materiali, condotta in un edificio di Carsara, in provincia di Pordenone, un tempo casa di piacere, sono state portate alla luce testimonianze di esistenze segnate da sofferenze, abbandoni, delusioni, illusioni: cicatrici che hanno segnato la Storia di un’umanità che fluttuava tra perbenismi e ipocrisie, virtù da sbandierare e vizi da sotterrare sotto cumuli di un moralismo becero e brutale.

Il racconto è in prima persona: la voce potente, a tratti commossa, di una donna che negli anni ’30 ha esercitato il meretricio scioglie i nodi di una vicenda umana che a lungo è rimasta ingarbugliata dentro spirali di una letteratura parziale perché prodotta da uomini a beneficio di altri uomini.

Nella prefazione a cura di Mariapia Ciani leggiamo: “Una penna schietta ed essenziale indaga sui vantaggi che il meretricio praticato nelle case di tolleranza, comportava anche ad altri enti ed istituzioni, mediante il pagamento di una specifica tassa. Chi avrebbe mai pensato che anche la Chiesa ne traesse il suo tornaconto! […] Una penna raffinata e ricercata offre alle lettrici e ai lettori il frutto di un lungo e metodico lavoro di documentazione ed approfondimento. Le fonti sono i carteggi, i documenti, le tracce che testimoniano il passaggio di vite”.

Diventano preziosi i passaggi con cui lo sguardo si muove tra le stanze, lentamente, per soffermarsi poi, una volta all’interno, sui reperti di una quotidianità che affondava le radici dentro logiche basate sulla povertà, l’indigenza, la paura, la violenza, la solitudine.

Le ragazze che accettavano di trasformarsi in oggetti del godimento maschile portavano sulle spalle pesantissimi sacchi colmi di dolore e di orrore.

Di fronte al nulla che le attendeva, quello dei bordelli era un destino ritenuto migliore: bisognava mangiare, sfamare sé stesse e i figli che erano temporaneamente affidati ad istituzioni religiose, superare la notte, allontanare per un giorno ancora la morte.

Allora tra un letto e un lavabo, un armadio e una sedia, una boccetta di profumo e un pacchetto di sigarette la scrittrice coglie i gesti, le parole, i pensieri, i sogni, le speranze di centinaia di donne vissute come vive chi non ha più nulla da perdere.

Le persiane della casa di tolleranza erano obbligatoriamente tenute chiuse come a fissare un limite invalicabile tra il mondo esterno così detto onesto, fatto da padri e uomini per bene, e quello interno corrotto, dissoluto, vizioso e non raramente violento.

Il bene e il male dovevano restare separati: tutti sapevano, ma fingevano il contrario.

Ecco che in queste pagine scorre l’angoscia, la disperazione, il rammarico, il tormento insieme ai giorni fatti di incessante svuotamento dell’anima: per riuscire a mantenersi, le prostitute dovevano avere non meno di quaranta rapporti sessuali al giorno.

In un corpo sempre più logorato vengono meno le forze per credere in un futuro migliore; abbandonarsi alle illusioni poteva essere anche peggio poiché nessuna felicità si materializzava al di là dell’inganno di una notte.

Leggiamo: “Sorrido mentre penso a questa possibile rinascita, perché non illudersi anche solo per un momento, che la felicità è possibile, che i sogni possono avverarsi, che ho torto e sono loro, le illuse, ad aver ragione? Troppo pericoloso! Mi affretto a coprire con del belletto, tracce di possibili fantasticherie dal mio viso mentre i pensieri si alternano in un saliscendi di date, immagini, situazioni”.

Corpi da toccare, annusare, vedere; corpi da spogliare, usare, gettare; corpi da scegliere e poi dimenticare.

La sequenza delle ore è identica, immutabile: ogni giorno un pezzo della propria identità di stacca dalla mente e si perde nella distanza che aumenta inesorabilmente tra il coraggio di sopravvivere e la verità a cui non poter far altro che rassegnarsi.

L’esistenza, allora, diventava una sequenze grondante squallore, miseria, degrado senza che nulla potesse arginare la devastazione inflitta ad ogni cellula, ad ogni pensiero.

Il prezioso corredo fotografico che intervalla il racconto della protagonista aiuta a dare forma a quanto, se restasse solo immaginazione, rischierebbe di svilirsi in una collezione di parole senza peso né forza.

L’intensità di questo libro è data dalla sua capacità di restituire al mondo l’oggettività di una storia che chiede di essere ascoltata affinché sia fatta giustizia.

Niente di quanto accade può essere privato della sua sostanza che, quando si parla di donne sfruttate a causa dell’ignoranza, della povertà, dell’abbandono, assume proporzioni immani perché coinvolge e implica la responsabilità di chi, pur conoscendo il bene, lo elude senza contrizioni o pentimenti; senza che la coscienza ne sia sfiorata.

Con buona pace di Socrate.

1 Comment
  • maria antonietta montella
    Posted at 17:23h, 20 Luglio Rispondi

    Pensare che la Lega le vorrebbe riaprire.

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