Persone diritte

di Lucia Urbano

 

1.

Teresa camminava impettita, il collo leggermente proteso in avanti, come sempre.

Sei bella si diceva. Aveva un paio di jeans slavati, una camicia a quadri chiara con le maniche arrotolate, aperta sul davanti, e un paio di sabot.

I suoi piedi facevano fatica a tenere il passo di Ada, l’amica di sempre che camminava al suo fianco. Li vedeva decisamente sgraziati, accanto a quelli di lei. Incespicavano sul sentiero, scivolavano sulla terra umida di guazza, impastata di foglie e fango. Le piogge recenti, forse. Oppure erano i sabot, non adatti per il parco. Tanto più che erano piatti, senza correzione.

Teresa aveva l’anca sinistra che pendeva verso il basso. I medici lo avevano scoperto durante una visita scolastica, in prima media. Asimmetria difficilmente visibile a occhio nudo ma senza rimedio, se non quello di rialzare il tacco sinistro. Tutte le scarpe storte, per rimettere in pari lei. E per garantire una colonna vertebrale senza dolori, in futuro – non che la questione la interessasse granché. Aveva abbandonato la correzione insieme ai tacchi due anni prima, appena uscita dalle grinfie di sua madre.

A diciannove anni compiuti si era comprata le sue prime zeppe, anonime, un paio di sandali di sughero con la fascia marrone, di cuoio, e il cinturino dietro. Li aveva amati dell’amore che si ha verso un dono che non si pensa di meritare. Senza quei tacchi grossi e sgraziati che le era toccato portare da ragazzina, non si era mai più fermata a pensare se ne avesse davvero bisogno, della correzione. Nessuno era a conoscenza della sua stortura, tranne i suoi familiari. Questo pensiero l’aveva confortata così tanto che se ne era dimenticata lei stessa. Si era dichiarata guarita, le piante dei piedi ben radicate per terra.

Fatta la curva del sentiero che immetteva nel parco, si sentì pendere in avanti, o forse di lato, non era sicura. Raddrizzò la schiena e guardò di sottecchi Ada, che avanzava flessuosa e rideva insieme alle altre. Avrebbe voluto ridere anche lei, emettendo quei suoni che le rimbalzavano allegri nelle orecchie, mischiati alle note che venivano dalle frasche sopra le loro teste. Uccellini in festa. Allargò le labbra in un sorriso, inspirò e spinse di pancia. Non uscì alcun suono, solo una specie di mugolio sommesso.

Giusy adesso si stava tirando indietro la frangia; anche lei, con gli zoccoli aperti davanti, faceva solida presa sulla terra bagnata.

Teresa invece arrancava, mentre Nadia, nove mesi appena compiuti, nell’incavo del gomito sinistro, si succhiava il pollice e sobbalzava, al ritmo incerto del suo passo.

Si stavano addentrando nel parco fluviale di Settimo Torinese per un picnic a base di panini, senza piatti, stoviglie né tovaglia, in una domenica di aprile del millenovecento settantotto. Teresa alzò lo sguardo: tra le foglie dei platani in fiore comparivano sprazzi di cielo, azzurro e brillante come una piastrella appena ripassata.

Una brezza fresca, ma non fredda, agitava i capelli di Nadia, che si infilavano negli occhi e le facevano sbattere le palpebre. Erano proprio i capelli di suo padre, lisci e fini.

Per i suoi primi pasti fuori casa, Teresa aveva messo in un contenitore termico un po’ della sua minestra preferita. Cucchiaio e un cambio, bavaglini compresi, erano nella sacca di Ada.

 

Ada era di Settimo e ci aveva vissuto sempre.

Teresa, invece, a Settimo non ci era nata.

Suo padre era arrivato da Stigliano negli anni Sessanta, quando lei era ancora piccola.

Appena gli avevano dato l’appartamentino addossato alla fonderia, l’entratina con l’attaccapanni, il cucinino, il bagno con la porta di vetro smerigliato, aveva portato tutta la famiglia.

Teresa, la più grande, si era iscritta al professionale. Una scuola breve e un lavoro veloce che le permettesse di uscire di casa. Ada l’aveva incontrata lì e non si erano separate più. Neppure quando la famiglia, dopo l’incidente che si era portato via il padre (era rimasto schiacciato sotto una caditoia in movimento), era tornata al paese. A diciannove anni Teresa li aveva salutati, carichi di bagagli, con in cima la trapunta fatta a mano dalla nonna che le faceva prudere da tutte le parti.

Avevano chiuso casa e lei, appena diplomata, alla fine dell’estate si era già sistemata insieme a Giusy, Ada e le altre. Aveva trovato lavoro in un bar, per contribuire ai soldi dell’affitto di un casermone freddo dove camminava con i calzettoni pesanti anche d’estate. Aveva sempre freddo ai piedi.

Per un anno era andata avanti così: cibo, sonno e risvegli, parole e collettivi, amori e sigarette la avvolgevano come un gomitolo di filo morbido e caldo. Era a casa.

 

Nadia era nata l’anno dopo, il penultimo giorno di luglio, in una notte di luna piena.

Teresa aveva fatto chilometri su e giù per il corridoio dell’ospedale con le uniche ciabatte comprate appositamente, per sopportare meglio i dolori, quelli inutili che bisogna solo aspettare che passino.

La luna piena facilita la rottura delle acque, dicevano sua madre e sua nonna.

Lei quella sera, al braccio di Ada, guardava il giallo fuori dalla finestra, e pregava.

A un tratto un fiume caldo le era sceso tra le gambe, arrivando fino alle ciabatte in un istante. Si era fermata di colpo e aveva guardato in terra, con l’aria di chi ha appena combinato un disastro.  Poco meno di un’ora e Nadia era nata: ad accogliere la neonata non c’erano né sua madre, né sua nonna. E neanche il padre, Luigi, l’amore di una vacanza a Santorini.

 

Tre sere giù al molo, con Message in a bottle come colonna sonora e il mare azzurrissimo orlato di case bianche. L’ultimo giorno si erano salutati, lui sul traghetto e lei a terra, agitando all’unisono le braccia in aria in cerchi sempre più ampi, che fendevano l’aria del crepuscolo. Lei aveva continuato finché lui non era diventato un puntino, di cui si vedevano solo i capelli, lunghi e lisci come quelli di sua figlia, agitarsi nell’aria. Era scomparso col sole dietro il promontorio, diretto a nord, a cercare lavoro.

 

Al ritorno, a Settimo, Teresa non ci aveva badato. Un ritardo, ci sta.

Una mattina però aveva vomitato. Uscita dal bar, si era appostata davanti alla farmacia più vicina, finché non l’aveva vista deserta.

Mi serve un test di gravidanza, è per un’amica, aveva detto a voce bassa, con le orecchie in fiamme.

 

Finché nessuno lo sa, non è vero.

Questo pensiero le aveva risolto la giornata successiva.

La speranza di vedere rosso era sempre più debole, anche il bagno caldo non era servito a nulla.

Di notte, quando in giro per lo stanzone comune erano spariti tutti, l’aveva assalita un desiderio spasmodico di dirlo a Ada. Il segreto che si portava dentro era diventato qualcosa di grosso, che le pesava come una moka piena fino all’orlo di caffè bollente, da portare in giro senza versare neanche una goccia.

Era uscita dalla sua stanza senza far rumore. Né Giusy, né Amanda che dormivano nella sua stessa stanza si erano svegliate.

 

La camera di Ada si trovava al secondo piano: alle più grandi toccavano le camere singole. Teresa aveva le gambe aggranchiate dentro un paio di calzoni di felpa, che usava per dormire; in quella casa senza riscaldamento faceva freddo subito, ai primi venti d’autunno. E andava avanti così fino a primavera inoltrata.

Si resse al corrimano per tirarsi su, come i vecchi. I calzettoni di lana spessa e sformata, della misura unica che le stava troppo grande, facevano dei tonfi sordi sul pavimento di pietra, che suonava vuoto, come in chiesa.

Bussò alla porta con tocco leggerissimo: magari dorme, non sentirà. E invece aprì subito.

Forse è un falso positivo, potrei rifarlo domani, balbettò mentre le mostrava la provetta. La seconda riga era netta come un tratto di penna, ma a qualcuna era successo, dicevano.

Quando Ada l’abbracciò senza chiedere nulla, le gambe cedettero e lei crollò sul letto. Affondò il viso nel suo petto, fra le sue tette imponenti, e pianse finché le inzuppò tutta la maglia del pigiama di lacrime e moccio. Restarono strette così, a lungo, in un silenzio ritmato dai singulti che si ripeterono sempre più radi. Quando il petto si fermò, Ada le sollevò il viso sformato dalle lacrime e le mise sulle guance bollenti le sue mani fredde. Le tenne lì appoggiate per un tempo lungo, con la delicatezza che si riserva a un oggetto prezioso ma fragile: un tocco sgraziato potrebbe mandarlo in frantumi.

Non sei sola, ce la farai se vuoi, le sussurrò in un respiro vicinissimo. Saremo una famiglia, noi, tutte insieme.

La cullò finché non precipitò nel sonno, sfinita.

 

La svegliò il suo stesso grido che era ancora buio.

Stava per precipitare in un calanco, al paese, là dove i bambini non dovevano andare mai. Se cadi in un calanco non ti trova più nessuno, dicevano i grandi. L’ultima persona che aveva visto prima di sparire nel vuoto era sua madre, immobile in cima al precipizio, le braccia inerti lungo i fianchi. La guardava senza far nulla.

 

Sentì il pigiama appiccicato addosso e un sapore metallico in bocca. La voce che diceva non è successo era svanita.

La pancia sarebbe cresciuta e avrebbe deformato il suo corpo, mostrando a tutti la sua vergogna: Edo del bar dove lavorava, Giovanna dove comprava le sigarette, il cassiere biondo del cinema che ci aveva provato con lei. E poi le parole da dire al telefono a sua madre, sua nonna e a tutta la famiglia, le loro voci morte di là dal filo.

Avrebbe avuto un figlio, da sola.

 

In posizione fetale, infilò le ginocchia nell’incavo di quelle di Ada, che si era addormentata accanto a lei. La abbracciò intorno alla vita, piano, per non svegliarla.

Non sei sola, continuò a ripetersi mentre attraverso le mani riceveva il respiro dal petto dell’amica, calmo, regolare.

Una donna ha bisogno di un uomo quanto un pesce della bicicletta, disse silenziosa a sua madre che la guardava seria, dalla cima del precipizio.

 

Adesso Nadia aveva nove mesi compiuti da poco. Era una delle prime uscite nel parco, dopo il primo inverno.

L’erba fresca era un sollievo per Teresa, Nadia quella notte non aveva dormito.

Si misero a sedere, in mezzo alle macchie gialle di ranuncolo.

Lasciò andare la bambina e lei si mise a gattonare, ridendo a singhiozzo. Gattonava già da un paio di mesi, era stata velocissima, sembrava uno di quei coleotteri neri che barcollano sulla terra e ogni tanto si ribaltano, con le zampe che continuano ad agitarsi in aria. Teresa la guardò e un calore la riscaldò tutta. Poi, cullata dal profumo dolce della fioritura e dalle sue risate, scivolò nel sonno.

 

La voce di Ada. Teresa aprì gli occhi e la vide: aveva in braccio la bambina, le batteva la mano aperta sul dorso: Nadia aveva inghiottito qualcosa e tossiva disperata. Giusy aveva già chiamato aiuto. Teresa la prese in braccio con un gesto automatico, meccanico. Aveva le braccia molli, come se il sangue d’improvviso avesse smesso di fare il suo lavoro. Nadia si portava le mani alla gola, il viso stava diventando cianotico. Anche la tosse si faceva più debole. Guardava sua madre con gli occhi spalancati, l’espressione dei bambini quando non capiscono perché non fai smettere quello che fa male.

 

Teresa ora continua a batterle sul dorso, mentre sente il suo corpo che si affloscia come un sacco, d’improvviso ha freddo e la fronte è coperta di sudore. Sente la voce di Ada, accucciata lì davanti, ma non capisce le parole, vede tutto confuso e storto, continua a battere meccanicamente. Le voci intorno corrono in un flusso continuo, quasi che il silenzio di Nadia sia uno spazio da riempire. La bambina non emette più suoni, quando arriva l’ambulanza.

 

Il medico la afferra, le fa la manovra, la libera: qualcosa cade a terra, è scuro, forse un pezzetto di corteccia, misto al cibo.

Esplode il pianto, è una bomba.

Teresa piange sul viso di Nadia, che ha la bocca spalancata in un grido di rabbia, i lineamenti deformati dagli spasmi. Le stringe le mani nelle sue. Madre e figlia sono un viluppo di lacrime. In ambulanza c’è odore di pipì, Teresa sente bagnato, ha una macchia scura sui pantaloni, tra le cosce.  Il pannolone della bambina è zuppo, pende come se qualcuno avesse attaccato lì sotto una di quelle borracce morbide che si sformano col peso dei liquidi.

 

In ospedale c’è la visita di controllo.  Nadia ha smesso di piangere, il medico le appoggia le orecchie sul petto mentre un singhiozzo la scuote. Teresa, a pochi centimetri da lei, sta seduta su una di quelle poltroncine in finta pelle, che le fanno sudare le cosce bagnate.

Le duole il collo, rigido, ancora una volta proteso in avanti, verso l’elettrocardiografo. Lo sente, fuori della camicia sporca e sudata, come un uccello che svolazza, impigliato in una rete. Cerca risposte alle domande del medico, che chiede i dettagli dell’accaduto.

Dov’è Ada? Teresa ora è sola con Nadia, le madri o i parenti sono gli unici ammessi in reparto, in caso di emergenza. Non sa cosa dire, abbassa gli occhi sulla bambina. Spera che il medico finisca presto.

 

Dormivi con tua figlia che si mette tutto in bocca, ripete una voce che viene dagli occhi grigi di sua madre.

La vede, con la sua gonna a losanghe e le decolleté nere delle occasioni speciali, il portamento di una regina.

Lei ha ancora i sabot ai piedi e il sinistro ha perso uno dei chiodi che fermano la pelle, sopra; ha attraversato il corridoio del reparto pediatrico a fatica, zoppicando col piede contratto, rischiando una storta a ogni passo.

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