Il teatro mette in ascolto. In dialogo con Nunzia Lo Presti

 

a cura di Ivana Margarese

 

Nunzia Lo Presti è attrice, giornalista  culturale, scrittrice di libri per bambini. Un’artista poliedrica che insieme all’attrice e scenografa Italia Carroccio farà parte di Transiti 2025, rassegna letteraria sull’isola di Filicudi. Ho deciso di incontrarla e di dialogare con lei sulla complessità di ogni esperienza teatrale, che è capace così come la letteratura di teatro sicuramente mette in ascolto. Ti costringe all’ascolto. Di te, dell’altro, del pubblico.


Nunzia, quando e come nasce la tua passione per il teatro?

Nasce assolutamente per caso. Frequentavo l’Università a Messina, il corso di Editoria e giornalismo, e dopo un colloquio per entrare a far parte del laboratorio teatrale d’ateneo Universi Teatrali, ero stata scelta come allieva scenografa. Il primo giorno di lezione sono arrivata in ritardo, sbagliando aula, e dopo uno scambio simpatico di battute sul perché mi trovassi lì, il regista Boncoddo mi chiese se mi andava di restare, e io restai. Se volessi trovare una chiosa ad effetto, ti direi che da quel momento non me ne sono mai andata, ma ti dico pure che la voglia di andarsene c’è spesso, e almeno finora, l’ho tenuta a bada.

Continuerei, dal momento che sarai ospite di Transiti2025, la rassegna letteraria sull’isola di Filicudi insieme a Italia Carroccio, col chiedere anche a te, come già a lei, del tuo incontro con Emma Dante e la compagnia Sud Costa Occidentale, fondata e diretta da Emma Dante.

Emma l’ho incontrata per la prima volta nel 2009. Ho partecipato a un suo laboratorio alla Vicaria, un paio di mesi prima che debuttasse con la Carmen alla Scala di Milano. Eravamo un gruppo nutrito, più di venti credo. Quei pochi giorni di workshop hanno rappresentato per me la prima vera presa di posizione nei confronti di questo mestiere, soprattutto in famiglia: mi hanno sostenuta e non è scontato. Ricordo con nitidezza quei giorni. La sua severità, la gioia che le esplodeva in volto quando vedeva un attore trasformarsi durante un’improvvisazione o una “schiera”, una pratica in cui si fanno passi su passi seguendo delle traiettorie nello spazio. A pranzo si faceva una grande tavolata e si mangiava tutti insieme. Alcuni momenti vissuti sulla scena sono stati per me folgoranti e me li ricordo ancora nei dettagli a distanza di tempo, osservavo tutto con avidità, soprattutto mentre lavoravano gli altri. Poi sono diventata sua allieva alla Scuola delle arti e dei Mestieri dello Spettacolo del Teatro Biondo di Palermo, quindi Emma è poi diventata a tutti gli effetti la mia maestra. È stata una possibilità rara e profonda far parte di questo percorso formativo, che aveva del pioneristico e del visionario, una scuola assolutamente fuori dai canoni, come è il suo teatro.

Che ruolo ha l’improvvisazione nel tuo lavoro artistico?

Credo che sia il divertimento più grande per un attore. Trovare nessi senza pensare – molto difficile, o pensando il meno possibile, solo nell’azione. Mi affascina questa illusione di libertà e nella mia esperienza è soprattutto l’improvvisazione col corpo che mi ha portato “fuori” dai miei schemi di attrice. Può essere legata o meno a un testo, e spesso può trovare più senso laddove si impone in relazione con un altro soggetto. Necessita di regole, anche poche, ma chiare e rispettate alla lettera, altrimenti perde di efficacia e diventa pure noiosa.

Come docente mi interessa chiederti quale pensi possa essere il valore aggiunto dell’esperienza teatrale per gli studenti nelle scuole e se lo ritieni un percorso capace di coinvolgere tutti oppure credi che entrino in gioco anche delle vocazioni specifiche.

Il teatro sicuramente mette in ascolto. Ti costringe all’ascolto. Di te, dell’altro, del pubblico. Educa alla complessità, invita ad adottare un approccio all’essere umano che nel quotidiano si va perdendo ma nell’extraquotidiano della scena è materia viva e imprescindibile. È certamente un percorso che sta alla portata di tutti, ma non è per tutti, nella misura in cui non tutti sono disposti a mettersi in gioco allo stesso modo, non tutti possono essere agganciati allo stesso livello. Tutti sanno leggere, ma non tutti emozionano e si emozionano allo stesso modo mentre leggono una poesia, e non parlo di talento, e forse non parlo più neanche dei ragazzi, ma degli adulti di riferimento, che sono i primi a non crederci. Altrimenti questo mestiere godrebbe di un’altro fascino agli occhi dell’opinione pubblica. E invece siamo diseducati alla bellezza e assuefatti alla spazzatura, ai morti sotto le bombe, assuefatti al tutto e subito senza neanche il tempo di provare il senso del desiderio, non siamo più disposti a cedere il passo a qualcosa che sia altro da noi, al silenzio. Nonostante questo, la pratica teatrale può avere e ha una valenza enorme, allena pure i sentimenti, e i pensieri, oltre che il corpo. L’esperienza teatrale prescinde dalla vocazione, chi ha vocazione per il teatro ha vocazione per l’umano, come può accadere anche per un professore. E come per il professore, ecco, il teatro da solo non ce la fa, ci vuole una convergenza di intenti nell’avere a che fare con i ragazzi. E quindi per rispondere senza altre divagazioni alla tua domanda, sì, io ci credo, che possa avere un ruolo fondamentale nella formazione degli studenti, di tutti gli studenti, ma non penso che i teatranti siano in possesso di bacchette magiche.
In teatro poi ricordiamoci che non ci sono solo gli attori: c’è il drammaturgo, il regista, l’assistente, il costumista, il critico, l’organizzatore, c’è spazio davvero per diverse inclinazioni, e ognuno di questi ruoli ha una suo valore formativo, non solo professionalmente ma umanamente. Non ultimo, il fatto di imparare a lavorare in squadra, a essere ingranaggi dello stesso meccanismo in virtù di un obiettivo comune.

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