03 Lug “Stellario” di Alessandra Minervini
di Serena Vinci
«Il cielo si sbriciola nell’odore della pioggia»; Superlife
D’infanzia, di violenza, di madri snaturate e madri mancate, di bambine perdute e donne bambine desideranti è fatto soprattutto lo stellario di Alessandra Minervini. La raccolta di diciassette racconti, pubblicata in maggio da Revolver (giovanissima casa editrice attenta alle espressioni più pop della letteratura circostante), è il nuovo sguardo narrativo sul mondo di un’autrice ed editor la cui esperienza è funzionale a mantenere giovane e fresco quello sguardo. Minervini pubblicava nel 2016 il suo romanzo d’esordio Overlove (LiberAria). Se Overlove è il cielo, Stellario è la pioggia. Le due opere dialogano così, in un catasterismo, sulla personale poetica di Minervini.
Il dispositivo narrativo di Minervini, breve pulito e fendente come una revolverata, appunto, è la sua cifra stilistica principale e riconoscibile: apertura su un mondo apparentemente comune, noto, famigliare, per scivolare sempre più verso le sabbie mobili del perturbante. Minervini trascina i personaggi e i lettori da un fermo immagine all’altro tra i quali si fa spazio l’ambiguità e si intravede sempre più la scomodità e il disagio che l’umanità cela dentro e dietro sé stessa. Ogni racconto si chiude con uno sfocamento, che mette in discussione la nitidezza di ogni fotogramma precedente, lasciando un sapore in bocca che è difficile descrivere se non richiamando la sensazione di pace allarmata che si prova osservando le stelle di notte, coscienti della propria inadeguatezza e miserevolezza di leopardiana memoria.
Ogni singolo racconto ci conduce, con calma ma inesorabilmente, lungo il confine che separa l’apparente sofferenza e l’accettabile nevrosi dalla follia più totale. Trasformarsi in assassine o venire uccise, anche se solo in accezione metaforica, è facile, imprevedibile, improvviso: basta solo cedere alla curiosità e al desiderio. Come si fa a trasformare l’insegna di una parrucchiera in uno smembramento di corpi? Lo intuiamo leggendo Fish and Chips.
Il perturbante che sgorga dalle pagine di Stellario talvolta assume i connotati di un realismo magico, come in Il venerdì sono sempre innamorata, libera traduzione al femminile di Friday I’m in love dei Cure. Qui troviamo Ersilia, che dopo aver ringraziato per l’ospitalità la famiglia, si appoggia allo stipite della porta e tira le cuoia. E troviamo un padre che rivolge la parola ai famigliari solitamente ogni cinque sei mesi, ma che in occasione del concerto dei Cure parla così spesso che poi resta in silenzio per anni.
Non manca una forma di divertissement, Per chi sono questi fiori, in cui Antonia Pozzi è sposata con Giuseppe Berto e si reca da un ginecologo «specializzato in primipare attempate», l’improbabile Italo Svevo, marito di un’Anna Banti amante della barca a vela e della Grecia, che gli fa da segretaria.
Invece, Il calzino di Paul Aster potrebbe essere il titolo di un quadro di Hopper ambientato in una pasticceria.
Le personagge di Stellario non sono eroine nel senso comune del termine. Ormai in giro possiamo imbatterci in moltissimi romanzi le cui eroine, come gli eroi, sono tanto brave da salvare sé stesse e gli altri, il mondo intero e in più hanno sempre qualcosa di edificante da insegnarci. Invece, le antieroine di Minervini hanno una sola grande sfida quotidiana: salvarsi da sé stesse. E anche il solo sperare di farlo, colloca le protagoniste in un contesto di rara onestà, umana prima di tutto e intellettuale poi.
Varie sono le influenze letterarie che possiamo rintracciare tra le pagine. In La puzza del lavoro ritroviamo i caratteri di Chuck Palahniuk: incesto, linguaggio spinto e bruttura che si trasforma in bellezza e cuore pulsante. Se la morte di qualcuno che amiamo rende il cuore una «discarica abusiva», non dobbiamo mai dimenticare di prenderci «cura soprattutto di ciò che non vediamo perché è lì che le persone insisteranno per ferirci».
In Stellario e Gli ingegneri sono le casalinghe al maschile (e cioè sono inquietanti) risuona l’eco di Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh. Le protagoniste dei due racconti, per ragioni diverse, vivono l’esperienza di abitare una casa di proprietà da sole per la prima volta nella loro vita, condizione di indipendenza che fa venire le vertigini, che le spinge a desiderare di interrompere il normale svolgimento della fisiologia umana (dormire, respirare).
Perché la parola ‘libera’ in realtà imprigiona, come anticipa la protagonista de I nostri cavalli di battaglia. Qui l’incipit procede per accumulo di tutte le cose che la personaggia ama, mettendo il desiderio ancora una volta al centro della stanza narrativa.
Il florilegio di racconti può essere letto in ordine di inserimento oppure random, ma in ogni caso si proverà una sensazione crescente di agitazione, così che gli ultimi racconti si leggeranno con la suspense di chi sa che dietro una birra sgradita o un sole dall’odore che «prevarica la luce», ci sarà qualcosa di inatteso, sovvertente, che ti fa ridere senza scomporsi, come se provassi fastidio, per usare le parole della protagonista di Dillo a tua sorella.
Protagoniste e protagonisti (sì, certo, ci sono anche voci maschili) spesso non hanno un nome, o meglio: chi legge non conosce il loro nome, tranne quando vengono nominati dagli altri personaggi. Un po’ come dire che esistiamo solo se siamo visti e pensati da altri. Invece, conosciamo i nomi di tutti gli altri personaggi, perché la voce narrante ce li dice, eccome: in questo caso, è un po’ come se chi scrive svolgesse la funzione vicaria di dare vita agli altri, forse spersonalizzando e devitalizzando la propria.
In chiusura, Una bella fetta di torta ha l’odore della vendetta contro gli inciampi della scrittura (se è vero che «scrivere che è il contrario di vivere»), ma ha anche il sapore di una lunga preparazione, prima del prossimo pasto, al quale brindiamo insieme a un Jackson Pollock deus ex machina.
In dialogo con l’autrice
1) «Siamo una famiglia normale, benestante, accogliente. […] Una situazione insopportabile per mia figlia». Superlife, p. 9 . Ispirazione letteraria e normalità. Un binomio possibile o un ossimoro irriducibile?
Forse entrambe le cose. Non ho mai fatto una riflessione logica, nel senso di intrinseca, sul concetto di normalità. Può essere perché non ci sono norme nelle relazioni umane, purtroppo anche in senso orrorifico, pensando alle atrocità della cronaca nera sulle donne e sui bambini. Per cui l’indagine che mi muove a livello letterario parte dal fuori norma, se vogliamo dirla in termini socioantropoologici. Anche se io non scrivo partendo da concetti ma da percezioni. Scrivere Stellario è diventata un’indagine inconsapevole su ciò che accade nelle situazioni familiari e sentimentali quando niente va come previsto e la quotidianità è un incubo non da cui scappare ma in cui si deve restare. I miei personaggi sono estremi e nello stesso tempo ai margini, sono il risultato di un sentimento letterario mai realmente riconducibile al vero, con cui vado a fondo anche nelle ferite che io stessa ho ricevuto oppure inferto, seppure diverse da quelle narrate ma pur sempre fuori norma.
2) «Avevo amato la mia prima moglie perché mi ricordava Silvia, la protagonista del mio esordio»
Il calzino di Paul Auster, p. 115
A quanto pare i personaggi possono risultare più veri e suscitare i nostri sentimenti più intensamente delle persone reali. È davvero così?
Per me sì. Io amo i personaggi che le persone reali rivestono nella realtà senza accorgersene. Il ridicolo è dietro l’angolo. Lo contiene il narcisista, l’anafettivo, l’ossessiva etc. Per cui scrivendo di esseri umani non posso che partire dall’estremismo di alcune personalità e portarlo nella vita quotidiana, seppure inventata. I personaggi che amo scrivere, e leggere, sono sempre un po’ più in là rispetto alla quadratura della realtà. Sono incredibili in un contesto, ahimè, molto realistico.
3) «Ci scriviamo cose che non diciamo, che ci fanno stare bene tanto poi le cancelliamo. Invece le parole dette rimangono nella testa quando si pronunciano e finiscono per avere una vita propria nonostante noi». Il venerdì sono sempre innamorata, p.89
La funzione catartica della letteratura, che come diceva Nabokov nelle sue Lezioni di letteratura, ci consente di sublimare tra le pagine il male che abbiamo dentro e ci salva dal commetterlo nella realtà. Cosa ne pensi?
Sulla funzione catartica nabokoviana sono molto d’accordo, ma parlo dal punto di vista di lettrice che, se non erro, è lo stesso da cui invitava a guardare la questione lo scrittore russo, di cui ho amato per esempio, tantissimo, Lolita che ho scoperto nella biblioteca Holden quando l’ho frequentata da allieva, più di venti anni fa, e ora che ci penso mi sembra di non averlo ancora restituito quel libro preso in prestito. Quindi forse la catarsi dal male non è stata del tutto esperita! Fuor di battuta, io non credo che leggere e scrivere risolvano questioni enormi come i traumi, le ferite, i dolori. L’eco violento del patriarcato fa parte del nostro respirare. In molti racconti alcune donne, spesso ragazze, provano a confrontarsi con il dramma della coercizione e della svalutazione degli uomini sulle donne. Ma non ci riescono. Altrimenti ciò che ho scritto sarebbe un fantasy. Tipo lo straordinario Il racconto dell’ancella.
NOTE: Il ritratto in copertina è opera di Paolo Galetto.
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