29 Giu Voli domestici: in dialogo con Fabrizio Coppola
In dialogo con Fabrizio Coppola
a cura di Francesca Grispello
La primavera porta nuova luce, quella luce che al mattino è oro nel silenzio, ed è in questa tarda stagione che il mio domestico ha incontrato i versi di Fabrizio Coppola. Sarà subito estate, sarà la parola domestico che mi fiorisce dentro ed è capace di far volare la mia intimità, le parole lo fanno, fanno un sacco di cose. Accade che la scrittura si compie e ho tra le mani e nel mattino Voli domestici (peQuod) la prima raccolta di poesie del cantautore, autore e conduttore radiofonico. Fabrizio conosce molto bene le parole, le adopera dopo averle condotte nel cuore delle cose, immerse in una pasta umana che conosce la fragilità e sceglie di darsi slancio, darsi il volo.

Mesi che cerco di comprendere
la forma del mio desiderio
è una massa feroce
di ricordi
e di attesa di un futuro che non si manifesta
ma resta
sospeso al di là del domani
a un centimetro infinito dalle mie mani.
I versi sono intimi, sgorgano da quella chiave interiore che è ascolto e accordo di visioni con tutti i sensi. Voli domestici contiene quaranta poesie, tutte scritte negli ultimi cinque anni a eccezione di qualche componimento precedente .
Come si è evoluto il tuo approccio alla scrittura poetica rispetto alla scrittura di testi per canzoni o alla prosa? Ci sono differenze sostanziali nel modo in cui ti accosti a queste forme?
In genere sono idee e spunti che mi si presentano alla mente in modo molto naturale. Le poesie, negli ultimi anni, sono state frutto di un’ispirazione rapidissima, mi si formano in mente un paio di frasi, inizio a scriverle, e molto spesso quella prima stesura è vicinissima al risultato finale. Per le canzoni le cose sono un po’ diverse: succede ancora ogni tanto di scrivere un testo di getto, ma in generale serve più lavoro, più tempo, più riscrittura.
Quando hai compreso che questi tuoi scritti stavano o potevano diventare una raccolta?
In realtà negli ultimi dieci anni ho messo insieme diverse raccolte di poesie che però sono rimaste nel cassetto. Poi alla fine dell’anno scorso mi sono deciso a riprendere in mano un po’ di cose che avevo scritto e mi sono reso conto di avere una nuova raccolta che aveva una uniformità di stile e di intenzione. L’ho mandata a tre editori e a Pequod è piaciuta.
Spesso le poesie nascono dall’osservazione del reale. C’è un filo conduttore o un’ispirazione dominante che ha dato vita ai versi di Voli domestici?
Credo che il filo conduttore sia proprio l’osservazione, come dici tu. Osservo accadere delle cose e mi si accende una luce. Molte di queste poesie sono svelamenti, fermano il momento in cui mi sembra di aver capito qualcosa. Quindi c’è l’osservazione del reale che si fa scrittura e conduce a una nuova consapevolezza. Direi che se c’è un filo conduttore è proprio questo.
Cos’è per te il domestico?
Il titolo della raccolta, Voli domestici, mi è venuto in mente durante la pandemia – e infatti molte delle poesie che contiene sono state scritte in quel periodo. Quindi originariamente esprimeva l’antitesi tra il desiderio del viaggio e la sua impossibilità. Oggi quel titolo rappresenta più l’ambientazione della gran parte delle poesie, che è domestica per l’appunto, quindi la casa, e i voli mentali che hanno portato alla scrittura.
C’è qualche poesia in particolare a cui sei più legato o che ritieni rappresentativa di questa raccolta? Potresti raccontarci la sua genesi?
Ce ne sono tante. Ad esempio quella intitolata L’eredità del gesto, che mi sono appuntato sul taccuino che tengo sul comodino, al risveglio dopo la notte che vi viene raccontata. Un’altra, ma non ti dirò quale, mi è venuta in mente mentre stavo tornando a casa in tram e non avendo con me niente per scrivere me la sono ripetuta in mente fino a quando non sono rientrato in casa e l’ho scritta nel mio quaderno.
Musica, radio, poesia, scrittura, traduzioni: come si intersecano e si influenzano a vicenda queste diverse forme d’espressione nella tua vita artistica? C’è un’arte che senti più “tua” o che ti dà maggiore soddisfazione in un dato momento?
Sono tutte attività che mi permettono di riflettere su alcune cose, e queste riflessioni poi magari danno vita a qualche spunto che può diventare qualsiasi cosa, una canzone, una poesia, un racconto. Al momento scrivere poesie mi dà grande soddisfazione, anche se quando sono sul palco a suonare e cantare vengo proiettato in una dimensione di estrema libertà in cui riesco a esprimermi senza filtri, abbandonandomi alla musica e immergendomi nelle sensazione evocate.
Come cantautore, le parole nei tuoi testi hanno una musicalità intrinseca. Quanto la sensibilità per il suono delle parole influenza la tua scrittura poetica?
Be’, tantissimo, direi. Anche se trovo che il suono di un testo scritto sia un elemento molto spesso sottovalutato. Quando leggiamo – un romanzo, una poesia, un saggio – lo facciamo in silenzio. Mentre invece, come dico spesso nelle mie rassegne di letteratura, dovremmo abituarci a leggere anche ad alta voce: questo ci permette di sentire il suono della scrittura, di avvertire le onde sonore che si propagano nello spazio intorno a noi, di dare una struttura fisica e reale (le onde sonore) a qualcosa che viene spesso recepito come immateriale. È un bell’esercizio che spingo chiunque a fare.

La radio ti mette in contatto diretto con il pubblico e richiede una comunicazione efficace e immediata. Questa esperienza ha in qualche modo plasmato il tuo stile di scrittura, anche nella poesia?
Non saprei bene come rispondere a questa domanda, anche perché i contenuti che produco per Radio Popolare – la mia trasmissione che si avvia alla conclusione del suo quarto anno e i podcast e i documentari – sono volutamente molto lenti. Quello che voglio dire non può essere detto velocemente, ha bisogno del giusto tempo e del giusto spazio. E in questo risulta coerente sia con la mia musica sia con le poesie e la mia scrittura in senso lato.
Hai una lunga esperienza come autore per altri media. C’è un tema o un tipo di sensibilità che ami esplorare e che ritrovi trasversalmente nelle tue canzoni, nei tuoi testi e ora nelle tue poesie?
In realtà ho la spiacevole sensazione di raccontare sempre la stessa storia, indipendentemente dal mezzo che sto utilizzando. E la storia che racconto parla sempre di sopravvivenza, di riscatto, di superamento di una soglia per accedere a un’altra dimensione di vita. Storie che riguardano la fatica della vita ma anche il suo infinito splendore. Partendo dalle cose di tutti i giorni, dalle persone e dai gesti e dalle parole da cui siamo circondati per cercare di trascenderli e di scoprirne il vero significato, che in genere non riusciamo a cogliere con un solo sguardo.
Se dovessi scegliere una tua canzone che, per atmosfere o tematiche, potrebbe essere la “sorella” musicale di Voli domestici, quale sceglieresti e perché?
Ce ne sono diverse, a dir la verità. Sia il disco che la raccolta di poesie possiedono un arco narrativo, si muovono dal punto A al punto Z, diciamo così. E questo percorso in diversi punti coincide. Di sicuro le canzoni che hanno più in comune con le poesie sono Tutto questo blu, Meno di pochissimo e La versione migliore di me.
La tua newsletter Giocare col fuoco, il laboratorio di poesia permanente: le parole sono cardini della tua vita, ma se dovessi scegliere un suono, quale sarebbe?
Non mi piace dover scegliere una sola cosa, perché dovremmo rinunciare alla straordinaria ricchezza che la vita ci offre? Ci sono molti suoni che riescono a mandare in pezzi il mio cuore, può essere un pianoforte sgocciolante, una certa sequenza di accordi su una chitarra acustica, il brontolio sommesso del traffico cittadino, il tintinnio delle stoviglie che proviene da una finestra aperta in una domenica pomeriggio assolata…
Quali sono gli autori o le opere che hanno più segnato la tua sensibilità?
Non credo ci sia lo spazio sufficiente per rispondere in maniera esaustiva. Posso dire che nei diversi periodi della mia vita ho avuto la fortuna di trovare molti maestri che mi hanno indicato un percorso non solo a livello artistico ma anche esistenziale. E continuo a scoprirne altri.
Di recente hai imbastito il Laboratorio Permanente di Poesia a Milano; è rivolto a chi ha voglia di avvicinarsi alla poesia, a chi vuole provare a scrivere, a chi ne è già un lettore vorace e a chi ne pratica la scrittura già da tempo. Come nasce questo laboratorio e che riscontro puoi già darne?
Già da qualche anno tenevo degli appuntamenti di poesia in cui leggevo, analizzavo e raccontavo il lavoro di alcune autrici e autori. Poi quest’anno sono stato incaricato dalla Uonpia del Policlinico di Milano e da Codici di tenere un laboratorio di scrittura poetica, i cui esiti sono andati ben aldilà delle mie più rosee previsioni. Terminata quell’esperienza ho deciso quindi di lanciare il progetto Laboratorio Permanente di Poesia a Milano, per avvicinare più persone possibili alla poesia, invogliandole a scrivere, a esprimersi.
L’arte è come una candela che ci passiamo di mano in mano per cercare di gettare un po’ di luce nell’oscurità in cui tutti siamo immersi.
E io spingo le persone a non aver paura, a non lasciarsi condizionare, a non sentirsi inferiori o non all’altezza. Qualsiasi espressione artistica riguarda ogni essere umano, e gli esiti formali davvero contano poco. Ciò che conta è condurre un’indagine su di sé e condividerla con gli altri. È un procedimento miracoloso, l’ho visto con i miei occhi: in un periodo storico in cui la solitudine digitale impera, in cui siamo schiacciati da eventi orribili che sono al di fuori del nostro controllo e sembra che le redini del mondo siano saldamente nelle mani delle persone peggiori, allora anche un piccolo laboratorio di poesia può essere utile per ristabilire una certa idea del mondo e dell’umanità.
Un pasto
adoro la cucina mediterranea, sia essa italiana, greca, spagnola, algerina o turca. Mia nonna materna, che ha fatto la cuoca per gran parte della sua vita, mi ha trasmesso questo amore potente per la cucina che è uno dei doni più belli che io abbia mai ricevuto.
Una città
Milano, senza dubbio, che è allo stesso tempo madre e aguzzina. Ho provato a lasciarla ma non ce l’ho fatta.Un
Un nome
quello segreto che corrisponde alla reale identità di ciascuno di noi e che non sveliamo a nessuno.
Un viaggio
ce ne sono tanti che non ho ancora compiuto. Vorrei fare un giro in bicicletta del nord Europa, magari con mia figlia, quando sarà più grande. Vorrei visitare le aree rurali del Giappone. Vorrei viaggiare nei mari del Sud, in particolare la Polinesia francese. Vorrei percorrere la Transiberiana, da San Pietroburgo a Vladivostock. Difficile elencarli tutti.
Un libro
una delle letture che più mi hanno toccato negli ultimi anni è Heartland, di Sarah Smarsh, un bellissimo memoir sull’infanzia dell’autrice, americana bianca povera, figlia di separati. Lì ho capito una delle cose più importanti che un genitore deve capire: “Ciò che non metabolizzi lo trasmetti”. Il fatto che abbia deciso di usare quel titolo per il mio ultimo disco non è affatto un caso.
Un disco
difficile sceglierne uno solo. Oggi mi sento di dire Piccoli fragilissimi film di Paolo Benvegnù. È un invito a scoprirlo per chi non lo conosce.
Un colore
oggi il blu impassibile e toccante del cielo.
Un sogno
non smettere di sognare.
Un mestiere
l’insegnante, il mestiere più importante del mondo, tenuto in scarsissima considerazione nel nostro paese. Sogno schiere di maestre e maestri di tutti i livelli in grado di affascinare le menti dei nostri bambini illustrando il percorso della specie umana, le idee più brillanti che ha partorito, l’amore per lo studio, il rispetto per sé e per gli altri, la forza rivoluzionaria dello spirito collettivo, l’empatia, la fratellanza profonda che ci unisce tutti.
Un augurio
Citando la canzone che ho scritto per mia figlia, contenuta nel mio ultimo disco, Heartland, dico: “Che il sole sia per sempre nel tuo cuore”.
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