25 Giu Scrivere e pensare come una donna. Il dialogo a distanza tra Natalia Ginzburg e il movimento delle donne
di Gianna Cannì
Ogni volta che scrivo di Natalia Ginzburg non posso che cedere alla tentazione di scrivere “come lei”, con semplicità, senza sovrastrutture troppo cerebrali, nel modo più onesto possibile. Leggere i suoi romanzi, ma soprattutto i suoi articoli (che sono circa 300, tra quelli raccolti in volume e quelli sparsi nei giornali con cui ha collaborato) significa entrare in contatto con un preciso metodo di lavoro che gradualmente e quasi inavvertitamente si impone a chi voglia studiarla. Quando mi sono imbattuta, in un articolo del 1988, nell’ammonizione che sto per citare , non ho potuto che obbedirle: “Non dovremmo mai rovesciare il carico delle nostre nozioni, dei nostri commenti, delle nostre interpretazioni e supposizioni o ipotesi [sulla vita, la fisionomia, l’opera degli altri], così come spesso oggi usa fare chi si avvicina all’immagine o agli scritti di un altro. E’ un costume culturale infetto. Le immagini degli esseri umani, siano essi poeti o pensatori o quello che sia, dovremmo accostarle in punta di piedi, con la delicatezza e la cautela che impongono il rispetto e la dedizione. Toccarle con leggerezza di piuma. Limitarsi ad accendere e spegnere qualche luce”. Natalia Ginzburg diffida delle costruzioni teoriche eccessivamente complesse e della tracotanza critica, e scoraggia chi la legge a farne uso. In questo articolo mi limiterò, appunto, per dirla con le sue parole, ad accendere e spegnere qualche luce, senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento.
Il punto è questo: Natalia Ginzburg ha dedicato una ventina di articoli al movimento delle donne, al femminismo, mostrando una sostanziale incomprensione per la rivoluzione politica e culturale che le donne stavano portando avanti. Tuttavia si è interrogata, a suo modo, da scrittrice, sull’eventuale specificità femminile della propria scrittura e su cosa voglia dire “scrivere come una donna”. E, soprattutto, ha mostrato nel suo saggismo un rifiuto chiaro degli strumenti intellettuali tradizionalmente considerati maschili, suggerendo così una modalità “femminile” di condurre un discorso: semplificando molto per brevità, si può dire che questa modalità consista nel non sovrapporsi all’oggetto, nel far dono della propria attenzione mostrandosi accoglienti. La chiarezza, l’onestà, la semplicità sono norme di un galateo dell’ospitalità, che consiste nel “farsi impressionare” al pari di una pellicola fotografica. In aggiunta a questo, l’altro tratto del suo modo di pensare è quello di raggiungere la verità per lenta approssimazione e progressivo avvicinamento, come è chiara spia stilistica la formula dialogica sempre presente nei suoi scritti saggistici (“mi si dirà che…ma”, “qualcuno potrebbe pensare”). Natalia Ginzburg presenta al lettore il suo pensiero, gli cede a tratti la parola, immaginando le sue reazioni e obiezioni: questa plurivocità interna ha lo scopo di mostrare gli ingranaggi del ragionamento (che diventa un parlare ad alta voce) e crea lo spazio di un continuo confronto all’interno del quale il pensiero si precisa proprio quando incontra un interlocutore.
Natalia Ginzburg non è propriamente una pensatrice, ma nelle sue opere più compiute narrativa e saggistica convivono e si sovrappongono, accomunate da una uguale ricerca di verità che si radica nell’esperienza di vita, nell’autobiografia.
Paradossalmente la sua carriera di scrittrice si era avviata all’insegna della scrittura impersonale, freddamente oggettiva, almeno nei suoi propositi. Ricorda nella Nota premessa a Cinque romanzi brevi: “Avevo un sacro orrore dell’autobiografia. Ne avevo orrore, e terrore: perché la tentazione dell’autobiografia era in me assai forte, come sapevo avviene facilmente alle donne: e la mia vita e la mia persona, bandite e detestate, potevano irrompere a un tratto nella terra proibita del mio scrivere. E avevo un sacro terrore di essere «attaccaticcia e sentimentale», avvertendo in me con forza un’inclinazione al sentimentalismo, difetto che mi sembrava odioso perché femminile: e io desideravo scrivere come un uomo”.
Queste parole, come si è detto, si riferiscono agli esordi dell’attività di scrittrice, ai tempi dei primi racconti pubblicati sulle riviste, perché già quando licenzia nel ‘42 il romanzo La strada che va in città – pubblicato da Einaudi – le accade di sperimentare come la vita reale entri nella “terra proibita dello scrivere” senza per questo inquinarla o renderla troppo umida di lacrime. Nel momento in cui essere distaccata cessa di interessarle, scopre – dopo essere diventata madre e aver abbandonato per qualche tempo il suo mestiere di scrittrice – che conta moltissimo in quello che scrive la sua “personale condizione terrestre”. Annota nel saggio Il mio mestiere (uscito su “Il Ponte” nel ‘49 e poi incluso nella raccolta Le piccole virtù):
“Adesso non desideravo più tanto di scrivere come un uomo, perché avevo avuto i bambini, e mi pareva di sapere tante cose riguardo al sugo di pomodoro e anche se non le mettevo nel racconto pure serviva al mio mestiere che io le sapessi: in un modo misterioso e remoto anche questo serviva al mio mestiere. Mi pareva che le donne sapessero sui loro figli delle cose che un uomo non può mai sapere”.
Riconosce cioè che la scrittura non ha bisogno di essere mimetica e diaristica per essere fisiologicamente autentica. Più di vent’anni dopo, nel 1973, proprio al tempo del dialogo a distanza con il femminismo di cui proverò a delineare – attraverso pochi cenni – i contorni, scriverà in un articolo intitolato Essere donne (poi confluito l’anno successivo nella raccolta Vita immaginaria con il titolo La condizione femminile): “E’ necessario scrivere a pensare col cuore e col corpo, e non già con la testa. Nei nostri momenti migliori, il nostro pensiero non è né di donna né di uomo. E’ tuttavia ugualmente vero che su tutto quello che noi pensiamo o facciamo, esiste l’impronta della nostra fisionomia singola e, se siamo delle donne, i segni femminili del nostro temperamento si stampano sulle nostre azioni e parole”. Non teme, qui come altrove, di essere accusata di cadere in contraddizione: la sua intelligenza accoglie, oscillando lentamente tra gli opposti, sfumature apparentemente inconciliabili.

Quando narra una storia o quando scrive una recensione, Natalia Ginzburg esercita quella che Cesare Garboli ha definito “una intelligenza diversa” per la sua coerenza e sistematicità viscerale, per l’inconsapevole infrazione dei codici razionali maschili: questa infrazione ha anche a che fare con il “raccontare i fatti propri”, senza selezionare l’oggetto della riflessione sulla base di competenze specialistiche. Nell’articolo intitolato appunto Raccontare i fatti propri (“Corriere della Sera”, 10 maggio 1975) dà una illuminante definizione di “stile” che chiarisce il legame tra radicamento e autenticità: “lo stile può forse essere definito come un tentativo di andare il più possibile vicino alla verità, per imprimere il proprio segno su tutto quello che nella zona della verità è riuscito a strappare”.
La verità di cui parla ha dunque poco in comune con la nozione universale dei filosofi, ma somiglia piuttosto ad un onesto “partire da sé”, nel tentativo di chiarire, innanzitutto a sé stessa, le linee del proprio pensiero e, in ultima analisi, offrire ai lettori un autoritratto spirituale, senza alcuna pretesa di costruire sistemi ideologici definitivi.
Queste considerazioni- riguardo l’impronta femminile sulla scrittura e lo stile come segno soggettivo lasciato nella zona della verità – sono molto vicine all’elaborazione che il femminismo di quegli anni produceva su quegli stessi temi, eppure la presa di distanza dal movimento delle donne sembra netta. Nell’articolo già citato, La condizione femminile, afferma senza troppi giri di parole: “Non amo il femminismo. Condivido però tutto quello che chiedono i movimenti femminili. Condivido tutte o quasi tutte le loro richieste pratiche. Non amo il femminismo come atteggiamento dello spirito. […] Il femminismo ha una parola ambigua, che genera una gran confusione. La parola è «realizzarsi». Una donna che passa la vita a crescere i figli, secondo il femminismo, non si è realizzata. […] Il «realizzarsi» è in verità qualcosa di assai sottile, complicato e nascosto, che non è possibile pesare su bilance né leggere chiaramente sopra il corso della nostra vita. Presa alla lettera la parola «realizzarsi» porta donne che non hanno nessuna difficoltà di denaro e non hanno una vocazione irrevocabile e precisa a fare confusamente cose inutili, che trovano squallide ma che hanno chiamato «realizzarsi». Esse gli servono in verità come alibi, per non fare cose minute e vicine e per non fare in definitiva nulla di preciso”. La posizione di Natalia Ginzburg non consiste in un aprioristico rifiuto della rivoluzione femministista, ma ne denuncia alcune ingenuità iniziali, dovute anche ad una banalizzazione operata dai mezzi di comunicazione.
Di sicuro, lo spiega sempre nello stesso articolo, non riconosce al fatto biologico di essere nate donne qualcosa che giustifichi la coscienza di appartenere ad una classe politica (così come non ritiene possibile, lo scrive nello stesso articolo, aderire ad una politica aggressiva quale è quella di Israele – già! – in nome di un oscuro richiamo del sangue). Quando però incontra il pensiero profondo di una femminista come Adrienne Rich – recensisce il suo Nato di donna nel 1977 – scrive: “Vi trovo riflessioni e citazioni che mi appassionano: sul patriarcato e sul matriarcato, sulla maternità, sui rapporti fra madri e figli maschi e fra madri e figlie femmine” e cita dal libro una frase che significativamente la colpisce: “Per vivere una vita pienamente umana dobbiamo avere non solo il controllo del nostro corpo (anche se tale controllo è fondamentale) ma dobbiamo toccare l’unità e la risonanza del nostro fisico, il nostro legame con l’ordine naturale, il territorio corporeo della nostra intelligenza” (la sottolinataura è mia). Non sorprende, per i motivi che abbiamo spiegato sopra, che questo passaggio l’abbia colpita così profondamente.
In conclusione, pensare e scrivere come una donna per Natalia Ginzburg significa principalmente due cose: attingere a una costante volontà autobiografica come fonte di autorevolezza (al di là di titoli e riconoscimenti esteriori) e procedere al vaglio rigoroso delle parole per verificarne autenticità e radicamento nella memoria del corpo. E’ appunto un dialogo a distanza con il femminismo.
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