17 Giu Allo scoperto. Stacy Alaimo: politiche e piaceri ambientali in tempi postumani
di Ivana Margarese

Allo scoperto. Politiche e piaceri ambientali in tempi postumani di Stacy Alaimo , a cura di Angela Balzano, è il titolo italiano di Exposed: Environmental Politics and Pleasures in Posthuman Times, una raccolta di saggi del 2016, tradotti da Laura Fontanella e pubblicati nel 2024 per la collana «Postuman3» di Mimesis curata dal gruppo Ippolita. Il libro si inserisce in un filone di recenti pubblicazioni in traduzione che permettono ad alcuni testi del neomaterialismo soprattutto femminista di circolare anche in lingua italiana.
Il neo-materialismo femminista si avvicina alle riflessioni di Deleuze che ne La piega. Leibniz e il Barocco descrive la materia come una tessitura infinitamente spugnosa percorsa da paesaggi irregolari e da flutti. A questo essere porosi fa riferimento Alaimo per delineare basandosi anche sul lavoro teorico di Karen Barad il concetto di soggettività trans-corporea in cui i corpi sconfinano nei luoghi e i luoghi influenzano profondamente i corpi.
Allo scoperto propone di occupare l’esposizione per generare alleanze materiali, non astratte, negli incontri della vita di tutti i giorni. L’esposizione intesa come atto di vulnerabilità dal carattere insurrezionalista che emerge dalla perdita, fortemente percepita, di una postura sovrana e verticale.
Alaimo cita alcuni movimenti artistici e femministi che offrono un’alternativa di sguardo e di pensiero attraverso la messa in campo della vulnerabilità, spesso a partire dall’esposizione stessa dei corpi, come nelle performances dell’artista femminista Kirsten Justesen nate dall’interazione tra corpo umano e ghiaccio. «La sua nudità”, scrive Alaimo, “è metafora dell’esposizione umana, un’apertura al mondo materiale di cui siamo parte». Da questa prospettiva la vulnerabilità esprime non mancanza o impotenza ma un’intercorporeità ontologica – ogni essere umano è parte di processi e flussi trans-corporei – che ci espone e ci rende, come sostengono anche le recenti riflessioni di Adriana Cavarero e Judith Butler, relati e dipendenti gli uni dagli altri.
Questa nuova postura etica e politica è profondamente radicata nelle pratiche ordinarie della vita quotidiana ed è suscettibile di fallimento. I fallimenti però sono anche carichi di inventiva, di sfaccettature, appassionati, intrepidi. Non vanno rimossi, ma raccolti come parte del percorso e considerati come risorse. Usando un’espressione di Samuel Beckett si potrebbe dire: «Ho provato. Ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio» o ancora con le parole della protagonista del romanzo di George Eliot, Middlemarch, si potrebbe dichiarare: «Non c’è nessun dolore a cui abbia pensato così spesso… – amare ciò che è grande, tentare di raggiungerlo, e nonostante tutto fallire».
Scrive Stacy Alaimo in merito a questo suo lavoro: «Allo scoperto spazia muovendosi all’interno di un eterogeneo caleidoscopio di argomenti: l’arte del paesaggio, l’arte performativa, la protesta a corpo nudo, la conservazione dell’ambiente marino, l’attivismo per la rimozione della plastica e gli incontri scientifici e più quotidiani con gli animali “queer”. Sebbene non ci sia nulla da ridere quando si tocca il tema delle catastrofi ambientali, le forme d’arte e dell’attivismo analizzate in questo testo sono spesso stravaganti, scherzose; forse perché l’improvvisazione è giocosa, o quantomeno non perentoria o altezzosa».
Tra gli elementi di pregio di questo libro c’è, oltre che la pluralità di temi e connessioni, l’ironia di matrice femminista: «se non possiamo ridere, non possiamo desiderare questa rivoluzione». L’ironia che circola tra le pagine di Alaimo mi fa pensare alla celebrazione della vita del pensiero di Carla Lonzi o al tumultuoso traboccare della scrittura delle donne in Hélène Cixous o ancora al richiamo alla felicità e al desiderio a cui fa appello Luisa Muraro quando dice di una politica viva «perché continuamente vivificata dalla volontà di esserci nelle cose di questo mondo salvando il proprio desiderio. Il desiderio c’è davvero se è desiderio di felicità, cioè se si apre a un orizzonte più grande di quello disegnato dai vari realismi politici. Non rinunciare al proprio desiderio e insieme non rinunciare al mondo: questa è l’alta scommessa della politica delle donne».
Non a caso il libro era stato originariamente intitolato “Protesta e piacere” e ispirato dalle passioni e lotte politiche dell’autrice.
Il primo dei saggi raccolti riflette sull’abitare e immagina la casa stessa come luogo in trasformazione in cui il vivere e il divenire di altre creature arricchisce le nostre possibilità e ci accompagna verso nuove sorprendenti forme di piacere condiviso. Abbiamo l’abitudine di non pensare al piacere come qualcosa di etico eppure Alaimo, ponendosi contro un modello di casa statica, intesa come proprietà e solida linea di difesa contro i pericoli rappresentati dall’altro, lega il piacere a un’etica locata:«L’arte e l’architettura che tengono conto degli incroci tra ciò che è umano e ciò che è non umano possono aiutarci a resistere al limitante copione delle nostre vite, in cui percorriamo solo i sentieri ben battuti del lavoro e del consumismo».
Parlare ancora di “natura” e di “cultura” come dimensioni separate o restare ancorati a romantiche fantasie sulla natura selvaggia allontana da un’etica del co-abitare in reti di cooperazioni e interconnessioni multi-specie. Se le pratiche ascetiche spesso impongono discipline corporee o incoraggiano la negazione o la trascendenza della natura, le pratiche piacevoli possono invece aprire, come già sottolineato da Donna Haraway, l’io umano a forme di parentela e interconnessione con la natura non umana. Il consumo continuo, cannibale di risorse, la produzione di emissioni e perfino l’ostentazione di modelli di consumi ipermaschilisti (auto e case che somigliano a fortezze e carri armati) sono sintomo di una cultura che associa la potenza maschile alla capacità di sfruttare l’ambiente senza alcun limite. Alaimo si sofferma sul fatto che se tante persone negli Stati Uniti sono rimaste affascinate dalla mascolinità spavalda della presidenza di Donald Trump, inscindibile dalla xenofobia e dalla misoginia, la “postura fondata sull’aggressività maschile e sulla sua impenetrabilità” è ancora pervasiva. Le teorie femminista sono da sempre state critiche nei confronti del soggetto disincarnato rendendo manifeste le intra-azioni tra le creature umane e un più ampio mondo fisico. Queste prospettive hanno fornito preziose alternative a quelle narrazioni che sostengono che l’essere umano sia una creatura delimitata, dotata di un’agentività autoreferenziale. Come ricorda bene Luisa Muraro ( Non si può insegnare tutto) il tempo di lottare per la libertà femminile non è finito, ma questa lotta, più che nel conflitto dei sessi, è ormai ingaggiata con i problemi di un mondo che va in rovina e che può salvarsi, a condizione che l’agire politico sia teso alla sua trasformazione dall’interno a cominciare dall’interiorità stessa delle persone e dalla qualità dei loro rapporti con le creature umane e non umane.
Alaimo propone una “politica dell’esposizione”, un’esposizione “spontanea” e attiva che integra quella passiva o nichilista e malinconica con cui ci troviamo a fare i conti ogni giorno e si rivolge all’immagine delle profondità oceaniche che «non solo rifiutano il proprio appiattimento su mappe terrestri, ma si ribellano a quella parte di umanità che si comporta come spettatrice disimpegnata». Le/gli scienziate/i marine/i non possono mantenere le distanze, devono immergers: «La liquidità dell’acqua stessa ci invita all’immersione, acque chiare, cristalline, irradiate dalla luce solare che i subacquei spesso esplorano, la visibilità non è elemento da dare per scontato: la distanza non garantisce sempre una visione ottimale».
La spirale della conchiglia che racconta insieme una perdita e una pervicacia può divenire metafora di un cambiamento di sguardo, coraggioso e privo di approdo sicuro, aperto al rischio e alla bellezza dell’imprevisto e dello stare allo scoperto.

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