17 Mag L’anniversario di Andrea Bajani
di Elisabetta Imperato

Nell’ultimo libro di Bajani, candidato al premio Strega, i personaggi non hanno nomi propri. Come in altri casi letterari (da Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello a La strada di Mc Carthy e ancora a Oceano mare di Baricco e a Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di M. Roul) le figure sono identificate dal ruolo parentale e dalle relazioni che intercorrono all’interno del sistema sociale. L’attenzione, anche in questo romanzo, è centrata sui rapporti tra i membri del gruppo familiare. Questa modalità narrativa, accostabile all’autofiction, appare parecchio sfruttata negli ultimi tempi e assegna alla narrazione un senso di universalità, sottraendo il romanzo al genere del memoir al quale pure si avvicina. Si pensi, a titolo indicativo, ai libri di A. Ernaux, al romanzo di E.Carrère Vite che non sono la mia, a La più amata di T. Ciabatti, al precedente libro scritto di Bajani Le case, al testo di A. Franchini Il fuoco che ti porti dentro.
Scritto in prima persona, la narrazione prende l’avvio dal ricordo della porta che dieci anni prima si era chiusa alle spalle dell’io narrante, deciso a recidere ogni legame con la famiglia d’origine. A partire da questa distanza, dunque, spaziale e temporale, il protagonista ripercorre traumi ed eventi familiari con un approccio volutamente frammentario, nella consapevolezza di alterare i ricordi, colmando con l’immaginazione i vuoti della memoria. È la storia di un padre violento e ingombrante e di una madre taciturna e invisibile, con una chiara attitudine alla sottomissione, un romanzo familiare fatto di silenzi e ricordi spezzati, una difficile eredità, per il protagonista, ordita di mancanze e soprusi. Assistiamo, leggendola, al capovolgimento paradossale dei rapporti tra oppressore e oppressi, vittime e carnefice, agli accessi d’ira paterna, all’acquiescenza del figlio che si autoconsegna al padre per evitare la conflagrazione, cosicché la violenza patriarcale, risulta derubricata, a tratti, ad allucinazione. Si dischiude, pagina dopo pagina, un inferno domestico caratterizzato da una madre che costantemente si sottrae ad ogni reazione, spingendo lo sguardo altrove e legittimando, in tal modo, vessazioni e soprusi. La vita quotidiana è sottoposta a una minaccia continua: il crepitare del fuoco sulla stoppa e la sopraffazione esercitata dal padre padrone che ha bisogno di spaventare per sentirsi amato in una paradossale pretesa d’amore. “Come ti ho costruito, io ti distruggerò”: è la frase che il padre rivolge al figlio molti anni prima della definitiva partenza. Sono tante le domande che il protagonista, superata la soglia dei quarant’anni, pone a sé stesso e altrettante le risposte votate all’incertezza dei non lo so. E poi i viaggi in Europa, il riconoscimento di una vera famiglia nella frequentazione di una pasticceria torinese (una nuova famiglia a pagamento), l’incontro con la strana terapeuta, il primo matrimonio e il suo fallimento, un secondo incontro con la donna che sarà la madre di suo figlio, le lettere e le telefonate mute, i silenzi e i rimproveri a distanza del padre, lungo il filo del telefono o tramite sms, la somatizzazione del dolore veicolato dalla mente al corpo del figlio che a tavola, in occasione dei pranzi in famiglia, durante sporadici ritorni, si strappa ciuffi di barba con le mani. Tra idolatria e legittima difesa, il padre sembra occupare in maniera fin troppo evidente lo sguardo del figlio. Ma vedremo, nel corso delle pagine, che in fondo non è così.
Molte le spie linguistiche dell’universo concentrazionario in cui si riassume il clima familiare (reclusione, paura, totalitarismo, patriarcato, regime repressivo, microcosmo autoreferenziale ecc.) ma l’attenzione dell’autore attraverso importanti indizi, sembra concentrarsi maggiormente sul potere della scrittura che con precisione chirurgica (il bisturi grammaticale) può sottrarre la figura della madre al buio al quale lei stessa si era consegnata, scorporandola dalla figura paterna. La stessa memoria, nel corso delle pagine, è generata, come per emersione, dall’atto dello scrivere. Ed è questo che traduce Madre e Padre in personaggi del romanzo. Si accede così, come Bajani stesso afferma, “attraverso l’invenzione letteraria, a ciò che il ricordo non possiede. Ed è questa la forza brutale del romanzo. Che si disinteressa quasi sempre del reale e fornisce sempre il vero.”.
Questa sottolineatura della differenza tra ciò che è reale e ciò che è vero, più che ricordare la classica distinzione letteraria tra i due concetti, sembra alludere alla differenza aristotelica tra il ruolo della storia (che in quanto tale riguarda anche la biografia dei personaggi che l’attraversano) e quello della poesia (più filosofica della storia perché capace di attingere all’universale). Il romanzo, in tal senso, si presenta come un’Odissea rovesciata: mentre Ulisse dopo dieci anni di guerra e dieci di viaggio ritorna a casa e la narrazione si chiude con un senso di ricomposizione, il protagonista dell’Anniversario può avviare la costruzione della sua identità frammentata solo allontanandosi dalla famiglia, per vivere, in quella distanza geografica e temporale, i dieci anni più felici della sua vita. Un simile movimento centrifugo e di allontanamento aveva caratterizzato anche la vita della famiglia d’origine, costretta ad un trasferimento dalla capitale a un piccolissimo centro della provincia torinese, ai piedi delle Alpi nord occidentali; scelta dovuta soprattutto alla necessità paterna di cambiare contesto lavorativo (presumibilmente per una lite al lavoro) allontanandosi al tempo stesso dalla madre e dalla suocera. E il tema dell’anniversario non costituisce l’occasione di un festeggiamento ma un’opportunità di confronto con le ferite del passato. Determinate da un padre che sente di avere un potere assoluto sulla vita degli altri, ritenendo addirittura di poter provocare la morte di chiunque possa rappresentare una minaccia dell’istituzione familiare, e da una madre che non distingue tra vita e morte, perché anche la morte è una cosa che succede e che trova nell’invisibilità l’unica forma di esistenza possibile, sottraendosi al potere patriarcale solo in sporadiche occasioni (la breve degenza ospedaliera, i pochi giorni trascorsi con i figli al mare, l’esperienza fugace di commessa in un supermercato.)
Non c’è condanna né perdono nella ricostruzione dei traumi subiti, ma un ripassare, attraverso la scrittura, la fenomenologia di una vita vissuta tra l’acquiescenza e brevi fughe intervallate da periodici ritorni; una vita assorbita da eventi che, come scrive lo stesso protagonista del romanzo, forse si potevano evitare. È un’operazione letteraria, quella dell’autore, che ai tratti lirici assomma quelli della precisione chirurgica. Si tratta, come già detto, di un intervento che solo il bisturi della scrittura può compiere perché solo essa può dare forma al vuoto di un’esistenza.
Come nel romanzo di Antonio Franchini Il fuoco che ti porti dentro, il focus narrativo, a una lettura più attenta, appare sbilanciato sulla persona della madre anche se il contrasto tra le due madri, centrali nei rispettivi romanzi, appare evidente. Tanto Angela (nel romanzo di Franchini) è ingombrante, invadente, eccessiva, quanto Madre (in Andrea Bajani) è sfuggente, taciturna, invisibile e sottomessa. Nel primo caso c’è un conflitto aperto tra madre e figlio (“Mia madre puzza”: questo l’esordio del romanzo); nel secondo caso un rapporto enigmatico, segnato dall’assenza e dalla sottrazione, origine di un vuoto identitario (“Non ho mai scritto di mia madre. Non ho mai pensato che di lei valesse la pena parlare […]”) Ma in entrambi i casi la chiusura del romanzo mette in luce la figura materna. Nel primo il protagonista ritrova in sé lo stesso fuoco e gli stessi gesti della madre; nel secondo sono gli occhi del figlio, il luogo in cui seppur fugacemente l’io narrante incontra sua madre. Il romanzo si chiude sulla scena della nuova vita del protagonista, con il pianto del figlio piccolo che urla più volte chiamando la mamma (come non pensare al muggito del minotauro bambino nel romanzo non romanzo di G. Gospodinov La fisica della malinconia) e col percorso in auto per accompagnare il bambino al nido. Ed è proprio questa ultima immagine che suggerisce una forma di riconciliazione poetica con la figura materna. Guardando gli occhi del figlio, dallo specchietto retrovisore, il protagonista del romanzo scrive: “Ogni tanto sul suo viso vedo il viso di mia madre, è quello il posto in cui la incontro da due anni a questa parte. Di solito è un istante e poi sparisce. E non fa bene, e non fa male”.
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