15 Mag “Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco: si possono ancora scrivere classici.
Di Marco D’Alterio
L’ultimo romanzo di Wanda Marasco: “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza editore) candidato al premio Strega 2025, è un racconto che esplora l’abisso umano. Ambientato nell’800 a Napoli (post unità d’Italia), il romanzo ha come protagonisti il noto medico, senatore del regno di Capua, Ferdinando Palasciano che vive a Napoli e la moglie Olga Pavlova Vavilova, donna russa, di vent’anni più giovane, che lui ha conosciuto curandola da una lieve zoppia. Palasciano è una sorta di paladino che cura anche gratuitamente, impegnato nella ricerca sanitaria, nonché nei diritti civili e politici.
La storia si sviluppa attraverso due voci: il racconto di Palasciano giovane, narrato in terza persona: le sue origini, una famiglia umile che nonostante le difficoltà lo ha fatto studiare, la sua attività di medico e politico, il rapporto con i suoi amici: il pittore e politico Dal Bono, il ministro Nicotera. Dall’altra, la voce della moglie Olga, narrata in prima persona, che rappresenta il racconto della loro relazione con particolare riferimento a ciò che maggiormente li accomuna: il “Dramma dell’imperfezione e dell’incompiutezza”.
Palasciano, sin da bambino, ha odiato la morte fino al punto di fare della sua salvezza un’ossessione da medico. Egli più che fallire nella sua professione, trova casa nella follia. Si ammalerà difatti, di una strana pazzia dovuta principalmente alla delusione. Pur essendo stato il primo a battersi per la neutralità dei feriti in guerra e anche colui che, convocato a colloquio sulla ferita d’arma da fuoco subita da Garibaldi all’Aspromonte, consigliò di intervenire chirurgicamente per estrarre il proiettile contrariamente a quanto sostenevano gli altri medici, non gli verranno mai riconosciuti tali meriti e per tanto soffrirà di episodi di schizofrenia e demenza senile che lo porteranno al ricovero in manicomio, sorte che gli permetterà di incontrare Vincenzo Gemito. La narratrice Olga rappresenta la spettralità, elemento che è vivo sin dall’inizio del romanzo. Ella scrive come se fosse già morta, come se avesse sempre qualcosa da recuperare. Si fa parte integrante con la sua stessa ferita, cioè la zoppia. Anche l’ambientazione, in questo senso, rappresenta la cornice ideale. La coppia vive, infatti, in un luogo che si sono fatti costruire (Una torre). Un luogo incantato e anche esoterico, simbolo della dimensione spazio-tempo.
Per entrambi la ferita diviene destino e unione con l’imperfetto. “Voi non crediate che le ferite ci spezzano e per sempre?” La domanda di Olga al pittore Del Bono indica l’imperfezione. La consapevolezza della volontà del recupero. Sono entrambi consapevoli che non si guarisce dalla malattia, che equivale a dire non si guarisce dal dolore. La cura è dunque un’utopia nel caso di Olga e per Ferdinando è devozione verso l’altro. Egli era affascinato dalla ferita, poiché la cura per lui rappresenta il destino: “Scienza e misericordia si potevano incontrare”.
In questo romanzo di luci e ombre dell’autrice napoletana, ogni frase, ogni parola è scelta con sapienza e cura. Lo stile difatti, come avviene in “Genio dell’abbandono”(2015), vive di una raffinatezza linguistica e uno slancio drammatico portato dentro la narrazione che da ai personaggi uno stacco e un dinamismo straordinari. In più si aggiunge un utilizzo del dialetto asciutto, essenziale quanto indispensabile. In un’epoca di analfabetismo gli inservienti Ciccillo, Isidoro e Carmelina non potevano che parlare in dialetto.
Un libro completo che parla di senso della vita, di follia, di amore, di perdono. L’obiettivo di scrivere un romanzo che avesse le caratteristiche di un classico è pienamente raggiunto dall’autrice che lascia un’opera esistenzialista che attraverso i personaggi parla di noi e all’umanità.
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