DIVERSE VISIONI mamme e bimbǝ. Un’avventura a forma di burattino

di Margherita Ortolani

 

Dalla pedagogia al teatro di Giovanna Di Stefano (1)

 

Palermo, città millenaria, costituisce da tempi remoti un crogiuolo di popoli, un meltin’pot culturale. Dagli anni ’80, dopo decenni di emigrazione, diventa luogo di approdo, città-ponte tra Africa ed Europa. Oggi si rivela una terra di transizione, caratterizzata dalla contemporanea presenza di fenomeni di immigrazione, emigrazione e, più recentemente, di emigrazione di ritorno. Attualmente il flusso immigratorio risulta leggermente in crescita, in quanto i principali ambiti lavorativi, cui lǝ stranierǝ si dedicano, riguardano i servizi alla persona e il settore dell’agricoltura(2).

Lǝ migranti si concentrano soprattutto nelle zone del centro storico e della stazione centrale(2) , aree che solo recentemente sono divenute oggetto di riqualificazione urbana, con contestuale aumento del valore immobiliare. Fino ad un passato recentissimo, infatti, tali quartieri mostravano evidenti segni di degrado
urbano ed erano, pertanto, considerati poco appetibili per i residenti italiani. In questi quartieri vivono le mamme protagoniste del laboratorio “Diverse Visioni: mammǝ e bimbǝ”: si tratta di donne immigrate dal centro Africa o dal Bangladesh, il cui livello di istruzione si attesta su livello generalmente medio basso, sono poco qualificate dal punto di vista professionale e lavorano spesso come colf o, tutt’al più, badanti; hanno una conoscenza e una padronanza limitata della lingua italiana e ciò rappresenta un duplice svantaggio sia a livello di integrazione, che di istruzione e formazione, perché rende difficile l’acquisizione di competenze.
Lǝ loro figlǝ, in maggioranza natǝ e cresciutǝ in Italia, sono designatǝ, pertanto, al ruolo di mediatorǝ culturali e/o interpreti in svariate occasioni, soprattutto nel disbrigo di pratiche burocratiche. Quando sono stata contattata per collaborare a questo laboratorio, che ho avuto il privilegio di svolgere in collaborazione con Margherita Ortolani, Vito Bartucca e Salvino Calatabiano, ho subito immaginato che non si sarebbe trattato di un lavoro di routine – in cui il mio compito sarebbe stato limitato ad organizzare e proporre temi e materiale per le lezioni che avrei impartito – ma avrei dovuto immergermi nel loro universo fantastico di burattini, teatro e affabulazione.

Da docente di italiano L2 e dottoranda in Pedagogia, con scarse competenze teatrali, ero titubante all’idea di esplorare campi per me così nuovi ma già dal primo incontro ho sentito che lavorare a fianco di professionistǝ tanto espertǝ e motivatǝ sarebbe stato motivo di grande arricchimento sia sul piano professionale che, soprattutto, umano. Le donne che hanno partecipato al progetto sono in maggioranza giovani mamme di bimbǝ – anche di pochi mesi – e serie lavoratrici, come abbiamo potuto esperire di persona durante i vari incontri, che si sono svolti tra ottobre e dicembre 2024. Quei bimbǝ di pochi mesi lǝ abbiamo presi in braccio, cullatǝ e vistǝ crescere, mentre le mamme si impegnavano e collaboravano con noi per sé stesse e lǝ loro bambinǝ.
Ogni volta che si partecipa ad un laboratorio, si vive un’esperienza sempre diversa, in cui le relazioni umane acquisiscono un rilievo, un valore e un significato che va al di là del mero intervento formativo e didattico.
È un momento di scambio importante, perché ad incontrarsi non sono soltanto formatorǝ e allievǝ, ma visioni e modi diversi – non in contrapposizione ma sovrapponibili – di vivere i luoghi e i tempi della stessa città – a seconda, anche, della propria identità culturale; pur intercettando gli stessi spazi, è diverso il modo di plasmare la propria esperienza e di leggere la realtà, sulla base della propria storia e del gruppo di riferimento.
Lo scopo manifesto era quello di migliorare le competenze linguistiche delle mamme, rispetto a macroaree relative a contesti di “vita reale” (salute, descrizione di cose e persone, conoscenza dell’ambiente urbano e naturale, formazione e uso dei tempi verbali), attraverso la costruzione di burattini e scenografie che sarebbero poi state utilizzare per la restituzione finale ad opera dellǝ bimbǝ. Quello che ha rappresentato l’elemento significativo di questo laboratorio però, è stata la costruzione di uno spazio – fisico ma anche simbolico – dedicato alla socializzazione, alla condivisione, alla relazione, e la riappropriazione di un tempo da dedicare a sé stesse, al gioco, alla spensieratezza. Un modo, insomma, di uscire da una routine fortemente rigida, dai doveri di mamme e lavoratrici, dalle incombenze quotidiane che queste donne sperimentano quotidianamente.

 

Dal teatro alla pedagogia  di Margherita Ortolani (3)

“I burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini”, scriveva Carlo Collodi, padre di Pinocchio. Chiedere a un bambinǝ, ma anche a un adultǝ, di relazionarsi con un burattino è un po’ come chiedergli di relazionarsi con una fiaba, una fiaba fatta di stoffa e legno che magicamente sprigiona un portato ancestrale nutrito di archetipi e di incantamento. Relazionarsi con un burattino significa anche relazionarsi in modo molto attivo con il corpo, il proprio e quello a cui si decide di dare vita, un corpo che dobbiamo imparare a nominare, muovere, animare. Diverse Visioni è un progetto dell’Associazione Culturale BLITZ, nato nel 2017, con l’obiettivo di lavorare in contesti che normalmente non hanno la possibilità di autodeterminarsi attraverso la forma artistica. Siamo una compagnia teatrale e Diverse Visioni è la parte del nostro lavoro che dedichiamo a confrontarci attivamente col mondo che ci circonda, a interrogarci sul come, dove e con chi, il teatro ci permette ogni giorno di metterci in discussione.
Negli anni, il progetto ha realizzato diverse azioni sempre partendo dal presupposto che non c’è un solo modo di vedere, pensare, immaginare o creare, ma infiniti, e che ogni pensiero, sogno o creazione è la combinazione del pensiero, dei sogni e dell’immaginazione di tantǝ. Spesso, infatti, quando si pensa al teatro come pratica educativa, lo si immagina come una soluzione alternativa, ma generica, poco declinabile se non nella formula del laboratorio e della restituzione finale. Per noi, invece, ogni laboratorio è una pratica unica e peculiare che si sviluppa nella relazione con l’altrǝ, proprio perché è soltanto nella relazione con l’altrǝ che si possono esplorare punti di vista inattesi, nuove modalità dello stare insieme. Per questo, ogni volta che ci troviamo davanti a un nuovo gruppo di persone, cominciamo col chiederci, qual è il bisogno? Quali domande, rispetto al gruppo, stiamo provando ad intercettare? cosa possiamo veramente offrire? in cosa il teatro può essere spazio, casa, accoglienza o evasione? Credo che queste siano le prime domande da porsi ogni volta che si usa il teatro in contesti altri come quelli di formazione e di cura. Il progetto Mamme e bimbǝ nasce da riscontri e osservazioni fatti su campo; molto spesso abbiamo coinvolto nei nostri progetti persone con background migratorio e molte volte ci siamo confrontati con l’intrecciarsi di storie in cui la modalità del percepirsi «stranierǝ» variava profondamente tra genitori che vivono l’esperienza della migrazione e figlǝ nati in Italia, o arrivatǝ molto piccoli dopo le pratiche di ricongiungimento. Quello che si crea è un cortocircuito nella relazione mamma/bimbǝ, incentivato dal fatto che spesso è lǝ bambinǝ ad avere le competenze linguistiche più elevate rispetto alla lingua di approdo. Immaginando un laboratorio teatrale che coinvolgesse bambine e bambini con background migratorio, abbiamo, quindi, deciso di provare ad agire all’interno di questa faglia critica e concentrarci sulle esigenze della cosiddetta “generazione ponte”, bambinǝ e ragazzǝ che supportano i propri genitori nel dialogo con la comunità locale, assumendo il ruolo di mediatorǝ culturali e facilitatorǝ tra mondi e culture diverse, ruolo che, pur essendo fondamentale per la coesione sociale, tuttavia tende a sovraccaricare lǝ ragazzi di troppe responsabilità. I piani e i bisogni che ci si presentavano davanti erano tanti: da un lato tutelare il mondo del gioco e dell’infanzia, dall’altro cercare di accogliere e comprendere la resistenza e il disagio delle mamme rispetto alla disparità linguistica, e, infine, far sì che la relazione venisse rafforzata e non indebolita dal percorso messo in atto, il tutto non perdendo di vista che lo strumento che stavamo proponendo era quello del teatro. La scelta di direzionarsi verso il teatro di figura è stata dettata da un’esigenza che sentivamo fortissima, quella di tutelare le lingue imperfette che nascono dallo stratificarsi dalle esperienze di viaggio, di abbandono, di perdita, bilinguismi nutriti dal vocabolario della memoria, dell’affetto, lessici familiari che perimetrano e tutelano le identità. Molte volte, in un’esperienza di migrazione, le resistenze che si riscontrano in chi si trova obbligato ad apprendere una nuova lingua sono dettate non solo dal timore di non sentirsi all’altezza, ma anche dalla paura di abbandonare una parte di sé, di cedere a una trasformazione nella quale, comunque, ci si continua a percepire scomodǝ. I bambini e le bambine nati o cresciuti in Italia da genitori stranieri, d’altro canto, anche quando parlano molto bene l’italiano, continuano a preservare una lingua che definirei “materna” nel senso letterale del termine, lingua che riaffiora nel gioco, nel racconto fuori dai contesti istituzionali, nella descrizione di sé, del proprio vissuto familiare, nell’orgoglio delle proprie radici. Abbiamo intuito che all’ interno di questa complicata tessitura linguistico-affettiva i burattini avrebbero potuto essere un tramite relazionale e che il teatro di figura ci avrebbe permesso di non sradicare l’atto linguistico dalla vasta cornice culturale che lo aveva generato. Il laboratorio ha coinvolto uno staff composto da una regista/drammaturga, un burattinaio, un formatore teatrale, una mediatrice culturale, una pedagogista e un’animatrice con il compito di occuparsi deǝ bambinǝ più piccoli per consentire alle mamme di vivere le ore dedicate al laboratorio in tranquillità(4).
A questo punto, infatti, il nuovo problema che ci trovavamo davanti era come far sì che donne impegnate la maggior parte del tempo a garantire la gestione familiare (in contesti di migrazione sono quasi sempre le donne ad avere in carico la cura della famiglia) potessero concedersi il lusso di dedicare del tempo a un’attività extra-ordinaria come quella teatrale, e come questa attività potesse rafforzare il legame con lǝ proprǝ figlǝ anche dal punto di vista linguistico. Abbiamo capito che era innanzitutto una questione di spazi, se da un lato, infatti, era importante che le mamme potessero vivere il loro momento di formazione in tranquillità lontane dalle incombenze quotidiane, dall’altro era altrettanto importante che bambine e bambini potessero sperimentare la propria indipendenza abrogando dalla funzione di traduttorǝ. Altrettanto fondamentale era, però, che non si perdesse il senso di un percorso comune e che fosse sempre previsto uno spazio dove mamme e bambinǝ potessero incontrarsi nel gioco e condividere l’esperienza vissuta. In questo senso, svolgere il laboratorio nei locali della scuola ci ha aiutato. Ogni appuntamento laboratoriale si componeva di tre spazi delimitati e distinti che confluivano, nell’ultima ora, nello spazio grande e comune della palestra. L’elemento di raccordo costituito dai burattini permetteva di creare un percorso nei luoghi della quotidianità, risignificati attraverso il gioco e l’invenzione. L’azione di potenziamento linguistico dedicata alle mamme è stata strutturata come un laboratorio di costruzione scenografica. Durante il lavoro manuale, le mamme praticavano la lingua attraverso macro-temi (parti del corpo, emozioni, paesaggio, indicazioni, etc.) convogliati attraverso esercizi nella fase manuale (per es.: costruire e nominare le parti del corpo del burattino, trovare corrispondenza con il proprio corpo, le proprie emozioni). Allo stesso tempo, la costruzione del burattino, la scelta del colore degli occhi, dei capelli, dell’abbigliamento, era un modo per esternare un’espressione di sé, per condividerla in cerchio, motivando le proprie preferenze, condividendo il percorso creativo che aveva condotto a quell’idea, a quella forma. Il lavoro di costruzione si è alternato con lezioni di lingua frontali e non frontali, ed è stato anche l’occasione per fornire strumenti base di studio, quali dispense, penne e quaderni, che potessero costituire una mini cassetta degli attrezzi linguistica da riutilizzare in altri momenti. Per chiedere di ascoltare una storia, bisogna farsi portatori di storie e il nostro «c’era una volta» si è tuffato nel patrimonio de La Tempesta, il testo shakespeariano che diventa metatesto nella sua possibilità di attingere al cortocircuito tra sogno e vita. Come lo scrigno di una fiaba, i burattini sono stati tra di noi, liberi, anarchici ribelli, mediatori di vissuto e di contenuti.

 

Sgranando insieme aǝ bambinǝ la vicenda di Prospero, Calibano, Ariel, Miranda, i personaggi rinarrati a misura di bambino sono passati alle mamme e, a loro volta, le mamme li hanno riconsegnati aǝ bambinǝ con sembianze di burattini e burattine. Potevamo ora cominciare a muoverci tra due solidi argini che delimitavano il mondo fantastico che avevamo scelto di abitare insieme, i versi di Shakespeare, selezionati e passati aǝ bambinǝ per apprendimento mnemonico in modo che potessero scoprire da sé, ripetendole ad alta voce e in coro, tutto il potere incantatorio e magico delle parole, e queste figurine, trait d’union tra mondo adulto e mondo bambino, che, in qualche modo, incarnavano le esigenze di entrambi i gruppi. Il passaggio dei burattini avveniva con un piccolo rito che abbiamo ribattezzato il «dono». Ogni mamma e ogni bambinǝ sceglieva il proprio burattino – la mamma nel costruirlo, lǝ bambino nell’accoglierne la storia – ci si incontrava tuttǝ in palestra, dove i burattini erano chiusi in una scatola “magica” ed ogni mamma estraeva il burattino o la burattina che aveva scelto di costruire e spiegava il perché della sua scelta, dopodiché si presentava lǝ bambinǝ che aveva scelto il personaggio corrispondente (non necessariamente il binomio corrispondeva alla coppia mamma/figliǝ) e riceveva il burattino in dono. Dentro la parola “dono” è racchiuso tutto il senso di cura, protezione e amore di questo passaggio. Questo rito, che ha accompagnato le fasi di costruzione, è stato un gesto poetico che ha dato la percezione aǝ bambinǝ che la scena che si apprestavano ad invadere con il loro giochi e con le loro storie fosse uno spazio prezioso e unico, come prezioso e unico era stato il lavoro fatto dalle loro mamme.

Da questo momento in poi, lǝ bambinǝ hanno imparato a manovrare i propri burattini riportandoli dentro la storia che, attraverso La Tempesta, hanno deciso di raccontare: quella di un approdo su un’isola magica, abitata da spiriti e suoni «che danno gioia e non malinconia». La restituzione finale, lo spettacolo a fine progetto aperto a tuttǝ che ha visto in prima fila le mamme, non è stata quindi una semplice esibizione, ma un continuo riconoscersi nel lavoro fatto insieme, riabitarsi in un vocabolario condiviso, fantastico, ma anche molto concreto. “Il nucleo irrinunciabile dell’educazione reciproca – scrive Giuliano Scabia (5) –  è l’esperienza. Il rapporto fra esperienza educazione e conoscenza, se compreso dalla prospettiva aperta dalla ricchezza del “concreto” e dalla materialità delle situazioni, in cui viviamo, può indicare i modi di comunicare, di riflettere e di agire affinché la democrazia non sia un ideale romantico, ma il frutto di un lavoro permanente messo in atto da un’intelligenza sociale”. Usare il teatro di figura come strumento di facilitazione dal punto di vista metodologico ci ha consentito di filtrare l’apprendimento attraverso il gioco, velocizzare l’acquisizione delle informazioni attraverso un approccio intuitivo e sottrarre il soggetto più fragile alla condizione di dipendenza che il non dominare la lingua comporta. “Non avere paura”, esordiscono i burattini all’inizio dello spettacolo e forse è stato proprio questo il patto silenzioso e sotterraneo del progetto, imparare a chiedersi reciprocamente di rischiare, di esporsi, di prendere parola, di mettere a disposizione il proprio tempo, ed è dentro queste fenditure che il teatro può germogliare di nuovo e di nuovo come meravigliosa avventura dello stare insieme.

 

“Diverse Visioni mamme e bimbə ” è stato svolto nell’ambito del progetto “SEMI – Servizi Educativi Multifattoriali Inclusivi” progetto di rete sostenuto dal Fondo per lo sviluppo e la coesione, con il Centro Diaconale “La Noce” – Istituto Valdese come capofila e la collaborazione di partner educativi e culturali impegnati nella costruzione di una comunità più inclusiva e solidale: l’Associazione Culturale BLITZ, l’IC “De Amicis-Da Vinci” – Palermo, l’I. C. “Boccadifalco – Tomasi di Lampedusa”, l’I. C. “Antonio Ugo”, la Cooperativa Sociale Parco Uditore Palermo, la D. D. “A. Gabelli”, l’I.C. “Russo-Raciti” e il Comune di Palermo.

NOTE:

(1) Giovanna Di Stefano è insegnante di lettere e latino, specializzata in italiano l2, Phd presso Università Kore di Enna

(2) https://integrazionemigranti.gov.it/it-it/Dati-immigrazione/regione/19

(3) Margherita Ortolani è attrice, drammaturga, formatrice teatrale. Dal 2017, cura a Palermo, la direzione artistica di Diverse Visioni, progetto che parte dal teatro come strumento per problematizzare le questioni dell’accessibilità culturale e del confronto interculturale.

(4) Il gruppo di lavoro era composto, oltre che da Margherita Ortolani e Giovanna Di Stefano, da Vito Bartucca formatore teatrale, burattinaio e responsabile organizzativo del progetto Diverse Visioni, Salvino Calatabiano burattinaio, Chiara Terruso mediatrice culturale e Valeria Angelini animatrice per l’infanzia.

(5) Scabia Giuliano, Forse un drago nascerà, Babalibri, 2022, Milano

 

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