Sulla traduzione dell’Ifigenia di Racine di Lodovica San Guedoro

di Angelo Airò Farulla

Lodovica San Guedoro è una delle autrici più ombrose della letteratura italiana contemporanea, inattuale per elezione, affascinante come un personaggio letterario, passionale, idealista, intransigente, oserei dire credente. Una scrittrice, oltretutto, impegnata su un duplice fronte, come ormai quasi nessuno più: lo scriver bene e la critica al sistema editoriale.

Di lei sappiamo tanto e non sappiamo nulla, essendo riuscita a costruirsi un’immagine quasi fuori dal tempo, e a tramandare un mito personale che non ha forse eguali, oggi, per intenti ed esiti. Ma è dir già tanto il riconoscere come la sua figura si stagli cristallina in un panorama letterario praticamente privo di volti, di biografie e persone, infestato da un’inutile serie di cloni costruiti dalle agenzie o autocostruitisi sul canone del mercato.

Nota fino a oggi soprattutto come romanziera, praticamente ignorata dal consesso intellettuale nostrano, San Guedoro è comunque riuscita a farsi proporre innumerevoli volte per il Premio Strega, senza poi, ovviamente, esser mai stata preferita ad altri (ma questo non vuol dire nulla e non ha nulla a che vedere con il suo valore, essendo palese la nudità della strega).

Fuggita anni fa in Germania, nel 2006 ha fondato a Monaco di Baviera la Felix Krull, casa editrice presso la quale ha licenziato quasi tutti i suoi libri.

Già traduttrice dal tedesco di alcune opere del marito Johann Lerchenwald, San Guedoro sceglie ora una tragedia del Seicento francese (Iphigénie di Racine), affidando per la prima volta un suo lavoro a una casa editrice italiana.

È una tragedia, questa, che vede gli umani destini incatenati a un’oscura barbarie oracolare, a una sentenza apparentemente inappellabile che scatena lo scuotersi del sangue e della sventura.

Nel suo classicismo esiziale e nel suo martellar di parole, Ifigenia è infatti opera assetata di sangue, ritmata sull’imperativo di versar del sangue – di singoli e stirpi; d’immolare un nome per poter fare strage di popoli.

Prima che le navi armate degli Achei possano sciogliere l’assedio che le piomba nell’Aulide, bisognerà sciogliere i nodi di arcani e funesti annunci, e vincere una più ardua e impraticabile battaglia tra obbedienza, amore e conoscenza; battaglia della quale quella contro i Troiani appare come traslazione di sfondo, eco e riflesso, quasi residuale messa in scena metafisica.

Quasi tragedia di vittime vicarie, gli atti di questo dramma si spendono in una contesa che sembra rivelare più predestinati all’ara sacrificale (oltre che dall’omonimia, forse già prefigurati, per un interno gioco di catene, nel numero dei pretendenti di Ifigenia).

Ecco che cosa propone al nostro reo tempo Lodovica San Guedoro: un fosco dramma del ciclo degli Atridi, una tragedia dell’interpretazione precipitata nell’orrore “di questo caos estremo”, nella quale l’umanità si consuma in vani sforzi contro il destino carnefice.

Nel tradurre, ella ha scelto di avere il suo punto non nella misura del verso ma nella rima, ovvero in quella funzione poetica che Simone Weil paragonò alla sventura. Non ha riprodotto in martelliani (che pur talvolta affiorano nel dettato) l’alessandrino classico di Racine. Ne è uscita una traduzione in versi liberi, spesso lunghi o lunghissimi, a rima baciata.

Dopo anni di carriera e una ventina di opere tra letteratura e teatro, San Guedoro, sempre fedele a sé stessa, in un momento di difficoltà emotiva è andata a ricercare la propria voce nelle parole di un giansenista, calandosi in una scena dell’ineluttabile come questa, prestando orgogliosamente orecchio al ritmo del (suo) dramma artistico e personale.

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