Io non scendo.In dialogo con Laura Leonelli

In dialogo con Laura Leonelli
A cura di Francesca Grispello

Gli alberi lottano per sopravvivere e nella lotta per vivere ed essere indipendenti è racchiusa la storia dell’umanità

C’era una volta un nespolo tenace, che nonostante la città, i palazzi e il vicolo, cresceva e cresceva. Questa creatura apparteneva ai signori che abitavano al piano terra, ma portava i suoi rami nel mio balcone e offriva frutti buonissimi. Quei rami, quelle foglie, quei frutti erano fonte di ispirazione e meditazione e sognavo anche di salirci in cima, non sapevo, quella bambina non poteva sospettare che quel sogno catturava un bisogno non solo mio, ma radicato in me dalla notte dei tempi.
Quel nespolo non esiste più, ma gli alberi hanno dischiuso, con la loro potenza botanica e poetica, un mondo di mitologie e geografie imprescindibili per la mia formazione umana, quindi artistica.

Quando ho incrociato Io non scendo. Storie di donne che salgono sugli alberi e guardano lontano il libro di Laura Leonelli per Postcart Edizioni il richiamo è stato fortissimo. Fotografie anonime e storie di donne che hanno disubbidito, salendo sugli alberi e guardando lontano. Nota al libro: libro maneggevole, sfogliabile (12×16) che grazie alla cura editore riesce ad aprirsi in modo da godersi la visione delle fotografie e leggere con spazio, protetto da una sopraccoperta che può diventare poster.

Solo salendo sull’albero e contemplando la vita che ci spetta, anzi precipitandovi dentro nella versione più salvifica della caduta

Questo libro raccoglie un centinaio di immagini di donne sugli alberi. Sono fotografie anonime, dalla fine dell’Ottocento agli anni ’70 del Novecento dall’Europa agli Stati Uniti. Sono donne o gruppi di donne sconosciute che nella narrazione dell’autrice si legano alle storie di donne poderose da Eva, Lucy, Louisa May Alcott, Simone de Beauvoir, Voltairine de Cleyre, Astrid Lindgren, Beah E. Richards, Bianca Di Beaco. Un intreccio di destini immaginifico che porta alla luce le sorelle, le figlie, le zie, le nipoti, le madri, le donne tutte che imparano e si fanno coraggio a salire, per meglio vedere.

Datemi un albero e vi solleverò l’umanità. Quando è nata l’idea di “Io non scendo”?
È nata da bambina salendo sugli alberi, e il più bello era un albero di cachi nella casa dei miei nonni, contadini in Romagna. Poi dieci anni fa, nel grande bosco della fotografia, di cui scrivo da oltre trent’anni, ho iniziato a studiare e collezionare le fotografie anonime, che sono le più fragili e intime, le più “epidermiche” perché sono davvero una nostra seconda pelle. In un’edizione di Paris Photo, ho scoperto il piccolo libro di Jochen Raiss, collezionista e curatore, Women in Trees. La sua ricerca nasceva da una domanda: chi ha fotografato le donne sugli alberi? Io sono partita dallo stesso tema, le donne sugli alberi, creando una collezione di circa quattrocento immagini dal 1870 al 1960 circa, ma mi sono posta un’altra domanda, che considero più importante: perché le donne si fanno fotografare sugli alberi? Cosa c’è dietro questa immagine? Immagine che sembra spontanea, naturale, semplice, ma non lo è.

Riuscire a trovare una selezione di immagini così poderosa di donne sugli alberi non sembra cosa semplice, come ci è riuscita? Come ha organizzato il suo lavoro di ricerca?
La fotografia anonima è il basso continuo della fotografia, la struttura profonda e portante che ci permette di leggere, a volte meglio rispetto alle immagini d’autore, chi siamo e come ci rappresentiamo. E quindi la fotografia anonima, o photographie trouvée, o vernacular photography, o snapshot, è ovunque, nelle nostre case, nei mercatini, e soprattutto nell’oceano della rete. Ci si immerge, e con pazienza si trovano piccoli capolavori.

Louisa May Alcott, Simone de Beauvoir, Voltairine de Cleyre, Astrid Lindgren… sono alcune delle donne che lei ha affrescato nel testo. Donne che una vita di una solo essere umano non sembra contenere, conosceva già tutte le donne? C’è qualcuna alla quale è più legata?
Sì, conoscevo gran parte di queste straordinarie scrittrici e filosofe. E conoscevo anche Anne Brigman, fotografa del Pittorialismo americano che in California ha realizzato splendidi ritratti di donne sugli alberi. Le scoperte sono state Sarah Orne Jewett, autrice de L’airone bianco, nel 1886, e la sua protagonista, Sylvia, una ragazzina dal nome già così arboreo, che sale sull’albero e da quell’altezza contempla una nuova libertà sentimentale. E poi sono rimasta “folgorata” da Beah E. Richards, che conoscevo come attrice – è la madre di Sidney Poitier in Indovina chi viene a cena, film con cui vince l’Oscar nel 1967 – e che è anche una magnifica poetessa e scrittrice. Il suo racconto-poesia Keep Climbing, Girls, “continuate ad arrampicarvi, ragazze”, è un manifesto di tenacia e giustizia. Un caso se questo piccolo libro sia una delle letture di formazione di Michelle Obama?

C’è un’immagine alla quale è più legata?
Forse questa ragazza americana dei primi del Novecento non è ancora salita sui rami più alti della consapevolezza, ma sa esattamente dove iniziare la ricerca, ed è nel buio delle radici e dell’inconscio, in quell’oscurità che dà forma alla nostra identità e spesso la deforma. E in quel buio a volte non è facile tornare, è faticoso, doloroso.

Quando è iniziata e come si è sviluppata la sua attenzione verso la fotografia anonima?
Come dicevo ho iniziato a collezionare fotografia anonima anni fa e a guidarmi è stato Albert Lancaster Loyd, uno dei massimi esperti di musica tradizionale inglese, quando diceva che non era necessario conoscere il nome dell’artista per riconoscere un’opera d’arte. Questo vale per la musica tradizionale, per le fiabe, che amo moltissimo, e anche per le immagini anonime. E poi c’è anche una certa insofferenza – dopo tanti anni di frequentazione – per l’ego di alcuni autori. La fotografia anonima, così piccola da stare sul palmo di una mano, così silenziosa, discreta e potente insieme, è un antidoto formidabile all’egocentrismo di qualunque genere. Di fronte a questi piccoli ritagli di carta ci si sente soli, liberi, in contatto profondo anche con la forza narrativa che tutti abbiamo. Perché queste immagini chiedono di essere ascoltate e raccontate.

Gli alberi manifestano la connessione tra il Femminismo e l’ecologia. Qual è lo stato di salute oggi di queste riflessioni/azioni – al netto delle polarizzazioni?
Nel libro racconto la storia di Julia Butterfly Hill e dei suoi 738 giorni trascorsi su una sequoia. Storia ormai esemplare, anche perché Julia salvando Luna, la sequoia su cui ha vissuto dal 10 dicembre 1997 al 18 dicembre 1999, ha salvato se stessa e ha dato una direzione alla sua vita. Credo che nell’ecologismo al femminile, se esiste, ci sia una connessione profonda tra la sofferenza della natura e la sofferenza personale.

– Cosa augura a Io non scendo?
Che diventi un ritornello, un eco di voce amica, e ogni volta qualcuno ci impone ingiustamente la sua volontà, ecco, sappiamo cosa rispondere.

L’albero filosofico, l’albero della conoscenza, l’albero del Barone Rampante, l’albero al quale si è fatto legare Ulisse, l’albero di Munari… Ha un albero simbolico e uno reale a cui è molto legata? 
Direi gli alberi di Bruno Munari e il suo Disegnare un albero ci aiuta a immaginare anche l’albero interiore che ci sostiene.

Il bellissimo volume è stato realizzato da PostCards Edizioni, come nasce la vostra collaborazione?
Claudio Corrivetti è una persona straordinaria, un editore “puro” nel senso di passione autentica per il suo lavoro e ha un rispetto assoluto per il lavoro degli autori. Conoscevo Claudio per la ricchezza del suo catalogo e quando ho immaginato l’editore per un libro come Io non scendo, piccolo e prezioso nella scelta dei materiali e della veste grafica, non potevo che rivolgermi a lui www.postcart.com).

– Io non scendo è anche una mostra, ci sono prossimi appuntamenti in calendario?
Sì, le donne di Io non scendo salgono sugli alberi e guardano lontano nella bellissima sede del Magazzino delle Idee, a Trieste, dal 17 maggio al 25 agosto www.magazzinodelleidee.it. In mostra ci saranno oltre duecentoquaranta immagini. A proposito ringrazio Simona Cossu e Guido Comis per aver accolto la mia collezione in questo spazio così importante per la fotografia in Italia.

Lei, nella sua attività di giornalista e autrice, ha incontrato svariati spazi (libri, riviste…) e varie avventure editoriali. La connessione tra la scrittura e la visione sembra un elemento chiave; di cosa si nutre maggiormente la sua scrittura?
Parto sempre dalle immagini, può essere una conchiglia sulla spiaggia del D-day, o un dettaglio in una fotografia. Mi piace la scrittura fiabesca che riesce a portarti là dove accadono le cose, anche le più incredibili.

Una città
Parigi

Un odore
D’inverno, al freddo, il profumo delle mele nella stalla dei miei nonni

Un libro
Ai miei figli. Memorie di giorni passati, di Pavel A. Florenskij

Un sogno
Quando rivedo un amico carissimo che mi accompagnava per le strade di Mosca

Una fotografia
L’ultima fotografia anonima che ho trovato, due donne sul tetto di una casa in miniatura, e siamo negli Stati Uniti negli anni ’20 

Un autore
Henry James in Giro di vite

Un colore
Rosso in ogni sfumatura

Un brano musicale
Tutto l’opera di bioacustica di Jean-Claude Roché, ornitologo francese, pubblicata dalla casa discografica Frémeaux & Associés. E la colonna sonora della mostra è il canto di un usignolo all’alba in Grecia.

Una casa
Sognando l’impossibile Villa Tugendhat, capolavoro di Mies van der Rohe a Brno.

 

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