Anna Freud. In dialogo con Lucrezia Lombardo

 

a cura di Ivana Margarese e Nina Nocera

 

 

Anna Freud è la protagonista del primo testo di una nuova collana Les Flaneurs dal titolo “Le Innominate”, curata da Annachiara Biancardino.
Le Innominate sono artiste e intellettuali che, nella narrazione che è stata costruita intorno a loro, hanno smarrito il nome proprio e sono state appiattite in una funzione o in uno stereotipo: “l’altra”, “la figlia di”, “la moglie di” ecc.  Anna Freud è nota in qualità di figlia di Sigmund Freud, ma tanti ignorano che fu anche lei una psicanalista rivoluzionaria e una personalità di grande fascino.
La voce di Anna Freud è affidata alla penna di Lucrezia Lombardo che ne restituisce la complessità e la determinazione con sapienza.

 

 



Ivana: Il testo si dipana attraverso un registro intimo e poetico che sembra restituirci alla perfezione la voce di Anna Freud, la sua dolcezza e determinazione. A cosa ti sei ispirata nel tratteggiare la sua figura? Quali sono state le fonti a cui hai fatto riferimento?

Per raccontare la mia Anna mi sono ispirata ai libri di questa grande autrice, nonché alle opere di suo padre, il celebre Sigmund Freud. Ho altresì svolto un viaggio presso i luoghi in cui Anna ha vissuto la sua giovinezza, formandosi come donna e psicoanalista: Vienna e l’Austria. Ho voluto visitare i posti che hanno segnato la vita della protagonista del mio romanzo, così da immergermi carnalmente nella sua realtà, cercando di guardare ciò che Anna vedeva, com’è avvenuto in occasione della commovente visitata presso la Casa Museo di Freud, in Berggasse 19, laddove il celebre psicanalista e la sua famiglia hanno vissuto fino al ’38.
Attraversare le stanze in cui Anna è cresciuta, guardare da quelle stesse finestre da cui lei osservava il cortile, soffermandomi su ogni dettaglio – dai soprammobili, alle carte da parati, sino ai libri, alle fotografie e alle statuette votive che Freud amava- è stato come compiere un processo di anamnesi che mi ha fatto scoprire un’altra me. È così che ha preso forma quel gioco di continui rimandi tra l’immedesimazione e l’osservazione oggettiva, da cui è nato il personaggio di Anna. Ho cercato, il più possibile, di restituire un’immagine fedele di questa grande pensatrice, tuttavia, ciò che ho creato, è anche il frutto del mio personale sentire.

 


Nina: Leggere la storia di Anna Freud significa leggere in filigrana quella del padre, paragonato affettuosamente dalla figlia a un salice protettivo, sotto cui potersi riparare. Sebbene la personalità paterna sia stata ‘ingombrante’, Anna è riuscita a ritagliarsi una sua precisa identità, certamente intrisa di un amore e uno sguardo incantato. All’amica Dorothy , citando le parole del Professor Löwyd, dice: “La mia storia, cara Dorothy, sarebbe incomprensibile senza la figura di mio padre, l’unico uomo che io abbia mai amato.”
Nel dialogo con l’amica, il richiamo alla psicanalisi è spesso presente, quasi come un’interrogazione a se stessa, diventando quasi una “meta-analisi”.
Tuttavia, nel romanzo, si colgono alcune criticità : “Il suo giudizio, in termini d’indifferenza, mi feriva talmente tanto che, inizialmente, ero convinta che egli avesse ragione nel considerarmi incapace di raggiungere alcunché di buono nella vita”. A questo punto ti faccio una domanda che intercetta entrambe le dimensioni: Freud scrisse il saggio: “Dostoevskij e il parricidio”, in cui si sostiene a grandi linee che l’uccisione simbolica del padre che (che rappresenta il Super-Io) sia la condizione necessaria per la crescita di una persona, per il suo trapasso allo stato di adulto. Il modello di tale passaggio è la vicenda del parricidio all’interno del romanzo I fratelli Karamazov che Freud cita come modello di riferimento. Sembra che la prediletta dal padre in realtà fosse la sorella di Anna, come si evince dal un passaggio epistolare. Possiamo dire che questo grande amore, sia il tentativo di chiedere quell’amore che in fondo non le è stato donato integralmente? E ancora, per richiamarmi alla mia nota precedente, si può affermare che Anna non si sia completata del tutto come adulta, e non abbia simbolicamente ucciso il padre?

Anna amava senz’altro suo padre, e non poteva essere altrimenti, data la grandezza dell’esempio maschile che ha ricevuto e dato che Freud, non soltanto è stato il fondatore della psicoanalisi (metodo che ha sconvolto radicalmente l’immagine dell’uomo sino ad allora in vigore, determinando una cesura senza precedenti nel modo di concepire l’intera realtà), ma è anche stato un uomo generoso, compassionevole e gentile. Tant’è che il confronto tra gli altri uomini e suo padre, per Anna, non dev’essere stato facile…
Inoltre, la protagonista del mio libro si descrive spesso come una ragazzina schiva e fisicamente non attraente, fattori che senz’altro l’hanno spinta a vivere un processo d’intellettualizzazione durante l’adolescenza, per cui la via dello studio e dell’emulazione paterna ha prevalso rispetto ad altre strade “tipicamente femminili”, se così possiamo definirle. Anna, tuttavia, nonostante l’attaccamento alla figura di Freud, dimostra una grande autonomia sin da giovane, allorché sceglie di discostarsi dalle prospettive paterne, privilegiando una psicoanalisi della quotidianità e della normalità, che le farà approfondire l’interessante tema dei “meccanismi di difesa dell’io”, e allorché sceglierà di dedicarsi ai più fragili: i bambini rimasti orfani a causa della guerra, vittime di abusi e sopravvissuti ai campi di sterminio. Non dimentichiamo, che Anna venne più volte arrestata dalla Gestapo durante l’occupazione nazista dell’Austria – che fu annessa al Reich nel 1938 – e che, la fuga dei Freud da Vienna in direzione di Londra, fu in gran parte merito suo, date le fragili condizioni di salute del padre. Per una mente fine e per una personalità sensibile qual era Anna, il rapporto con Freud non poteva che innescare un meccanismo virtuoso in direzione di un perfezionamento intellettuale e umano, come di fatto è avvenuto. Così, la spinta alla compassione appartenuta a Freud, è stata, in un certo senso, perfezionata ulteriormente da Anna, che si è dedicata ai minori più vulnerabili. Parimenti, il tentativo di comprensione dell’animo umano che ha segnato, sin dall’inizio, la ricerca del fondatore della psicoanalisi, è stato ulteriormente perfezionato da Anna in direzione dell’approfondimento dei meccanismi di difesa dell’io. Quei meccanismi che tutti mettiamo in atto per proteggerci dal dolore, dai pericoli e dal peso di una realtà complessa e imprevedibile.


Ivana: “Era questo, il tratto che più mi accomunava a mio padre: la perenne lotta con l’impossibile, che ha spinto sia me, che Freud a fare scelte radicali. Né io, né papà riuscivamo ad accettare che una parte dell’umana sofferenza fosse incurabile e che certe ingiustizie fossero troppo grandi per essere abbattute”. Il coraggio di esprimere se stessa e di credere nella possibilità di espressione altrui sembra essere un tratto caratteristico di Anna Freud, che parrebbe aver sviluppato anche attraverso il rapporto con il padre, dapprima difficile e contrastato e in seguito di gratitudine e stima. Vorrei una tua considerazione su questo.

Anna era, senza alcun dubbio, una donna coraggiosa. Sin da giovane, difatti, si è contraddistinta per il fatto di non arrendersi davanti alla sofferenza, tanto da non considerarla mai come resa, bensì come spinta per una trasformazione. Questa essenza empatica, unita alla vivacità intellettuale, non poteva che spingere Anna a tirare fuori se stessa, cosa che ha fatto -non senza fatiche- nonostante la rigidità di certi codici di comportamento, nonostante i lutti che pure l’hanno segnata, nonostante le persecuzioni razziali e le guerre, che hanno fatto sì che Freud e la sua famiglia perdessero ogni certezza. Il coraggio di questa donna era, essenzialmente, una specie di “fedeltà alla legge della propria coscienza”, vale a dire l’impossibilità di deviare da ciò che ella riteneva giusto. È per questo che Anna si è dedicata al padre, sino alla fine, assistendolo negli anni del cancro, ed è per questo che, nonostante le persecuzioni naziste, ella ha trovato la forza per far ripartire i suoi “Asili di guerra”, allo scopo di offrire la possibilità di una vita degna anche a quei bambini che avevano precocemente conosciuto la violenza. Al contempo, questa “spinta al bene” e alla cura compassionevole verso il prossimo – specie verso i più inermi- non poteva che portare Anna ad avere attenzioni autentiche anche nei confronti dell’altrui condizione.

Ivana : Qual è stato il rapporto tra Anna e  Sophie, sorella maggiore di Anna e prediletta dei loro genitori?

Ciò che emerge, è un rapporto complesso, soprattuto da parte di Anna. Sophie era infatti più grande della protagonista del libro ed aveva già “una sua vita avviata”. Sophie si era sposata presto ed era divenuta madre ancora giovane, Anna invece non si è mai sposata e si è dedicata allo studio precocemente. È quindi probabile che le differenze di aspetto fisico tra le due sorelle, abbiano fatto sì che Anna sviluppasse una sorta di complesso d’inferiorità verso Sophie e una forma di gelosia, che l’ha spinta ad accentuare certi tratti anticonformistici del suo carattere, sia allo scopo di elaborare una specifica identità discostandosi dalla sorella maggiore, sia per attirare le attenzioni dei genitori, specie quelle di Freud che, oltre alla sua intensa attività di psicoanalista, aveva da mandare avanti la famiglia. Nel libro, Anna ripercorre il suo complesso rapporto con la sorella precocemente scomparsa -e con in grembo il terzo figlio- e lo fa, conducendo una spietata analisi di se stessa, che mette a nudo i sensi di colpa che a lungo l’hanno tormentata, proprio per l’immaturità che, spesso, segna i rapporti tra sorelle in giovane età, quando la complicità può affiancarsi ad un’inconscia competizione, fatta di gelosie. Anna, tuttavia, sa perdonare se stessa, riscattando sua sorella, poiché ciò che s’impone nel corso del libro è la percezione dell’ingiustizia di quella morte giunta anzi tempo. Sophie aveva infatti lasciato due figli piccoli e un marito inconsolabile.

Nina: Dorothy, la destinataria della lunga conversazione è un’amica elettiva, che ha costruito un affetto duraturo e leale. Spesso le amicizie femminili sono state rappresentate dal lato dei sentimenti negativi, soprattutto l’invidia, la competizione, la gelosia. Si finisce così, come Anna dice a Dorothy, ad essere “le martiri del giudizio sociale”. Nessuna di questi sentimenti adombra l’amicizia tra le due donne, un rapporto che fa emergere “maieuticamente” anche le fragilità e il sentimento di autodistruzione che Anna confessa, quasi con pudore, di avere. Di contro, anche le fragilità dell’amica, che ha trascorso una vita travagliata vengono accolte e trasformate in qualcosa di creativo, quel desiderio di vivere la vita appieno, senza risparmiarsi. Mi piacerebbe una tua riflessione in merito al tema dell’amicizia femminile che nella letteratura e nell’arte ha avuto fulgidi esempi, meno citati di quello in cui le donne si sono combattute e derise. È possibile pensare nel mondo attuale, caratterizzato da un’impronta individualistica, a un’amicizia così compenetrata e totale come quello di Anna e Dorothy?

L’amicizia tra donne esiste e quando è vera, può rivoluzionare il mondo. Ce lo insegnano Anna e Dorothy, ma anche altre testimonianze, non per forza celebri.
Le amicizie vere sono poche… Si tratta di un luogo comune, ma che mi sento di condividere appieno. Inoltre, l’autenticità di un legame di amicizia si vede nelle difficoltà. Sulla base di questi due presupposti mi sento di affermare che possono esservi amicizie femminili, durature e sincere, solo laddove si superano alcune prove, come per esempio quella dell’essere nel bisogno (è infatti in un simile momento che si vede chi ci è davvero amico) e quella dell’accettazione di eventuali critiche. Se le donne edificano il loro rapporto su questi presupposti, facendo decadere la spinta competitiva a cui la società ci vorrebbe indurre per il fatto stesso che la donna – ieri come oggi – sia essenzialmente ridotta a “corpo seducente”, allora le amicizie possono sbocciare e durare, offrendo testimonianze uniche di solidarietà. Un tipo di sentimento, quest’ultimo, che necessita anche d’intelligenza e della capacità di comprendere che c’è molto più da guadagnare da un rapporto sincero e di complicità, rispetto ai tanti rapporti mimetici e competitivi “da aperitivo”.


Nina “Il progetto del nazismo: rendere l’uomo non più tale e privarlo di ogni spinta d’amore”. Questa orrenda pagina di storia ha attraversato la vita di Anna, della sua famiglia, e la stessa psicanalisi sembra che sia stata un tentativo per riscrivere col “logos” e con la riflessione sul male come dimensione intima e autoctona dell’uomo, una pagina di salvezze e di speranza. La stessa infanzia di Anna pare scandita da questo altalenarsi tra eros e thanatos che furono poi le pulsioni studiate dal padre nel saggio “Al di là del principio di piacere” e divennero e un caposaldo della terapia psicoanalitica. Forse, oggi queste categorie dicotomiche appaiono troppo restrittive per leggere la complessità dell’essere umano, anche se sono state fondamentali per comprendere il novecento, attraversato da pulsioni di morte e amore nell’arte, nella letteratura, nella musica. Oggi si parla di “desiderio” e la morte spesso viene edulcorata, trattata come un tabù, anche linguisticamente; manca, insomma c’è una riflessione tanatologica seria a parte qualche eccezione. Stiamo attraversando una nuova e più blanda età dell’edonismo?

Credo che la morte sia il grande tabù dei nostri giorni, poiché si lega all’impotenza e a ciò che l’uomo occidentale contemporaneo non accetta. Allo stesso modo, egli non accetta di perdere, di fallire, di doversi fermare. L’illusione dell’onnipotenza è frutto di un secolare pensiero razionalistico, che ha dato vita alle peggiori forme di dominio – il colonialismo, da prima, quindi, l’imperialismo e il capitalismo-, e di un materialismo riduzionistico, ancora oggi forte, che ha generato una scienza tecnica e denaturata.
L’essenza originaria della scienza era composta, difatti, dal metodo, dal dubbio ragionevole, dall’errore e dalla provvisorietà di ogni teoria: tutti elementi necessari per un’autentica evoluzione del sapere in senso democratico. Viceversa, al pari dei dogmatismi che tanto ha condannato, la scienza-tecnica odierna ha fatto di se stessa un nuovo idolo, un simbolo che canalizzasse ed esasperasse i deliri d’onnipotenza di un’umanità che rifiuta la morte e, con essa, quella nullità che ci segna in quanto “fragile carne”.
L’edonismo, in tal senso, altro non è che uno dei mezzi che impieghiamo inconsciamente per non prendere atto della verità più sconcertante, vale a dire che, in fondo, non siamo nulla, che moriamo improvvisamente, invecchiamo, ci ammaliamo, e duriamo il tempo d’un attimo. Dunque, l’essenza della vita su questa terra assomiglia molto di più a un sogno, che al resto: tutto si fonda sull’imprevedibilità, ed è la gestione di un simile peso che la psicoanalisi freudiana insegna.

Nina: Il tema della maternità viene affrontato in maniera molto lucide nell’autoanalisi: Anna afferma: “La mia concezione della maternità era differente da quella abbracciata dal senso comune: il mio amore per i bambini nasceva da una sorta di spinta missionaria, cosmica, che si estendeva a ogni creatura, specie ai più bisognosi e sofferenti, oltrepassando così il confine naturale della vita familiare” In questo modo affronta anche l’altra grande spina nel fianco della sua giovinezza. Il rapporto con il materno, velato da una manifesta conflittualità, e dall’impossibilità di identificarsi in un modello di donna che riproduce “l’angelo del focolare”. Lo stesso Freud che elaborò le teorie sull’isteria femminili e sulla rimozione del trauma in un certo senso tolse i panni dello psicanalista e da padre si rese conto che la difformità della figlia rispetto al modello dominante di donna “ideale” non andava indagato nel segno di una “patologia” ma erano un modo di essere specifico. Quella donna che non cercava figli né nozze, insomma si era determinata. Come viene affrontato oggi, il delicato argomento della non scelta della maternità? Spesso chi non fa figli, viene tacciato di egoismo. Ci sono ancora resistenze secondo te e se sì, quali dovrebbero esser le istanze per “deostruire” questo modello?

La maternità non dovrebbe essere un modello, ma una scelta ponderata e responsabile. Difatti, divenire madre, ovvero dare la vita “all’altro da sé”, è qualcosa d’incredibile, così com’è incredibile che, biologicamente, un’altra carne cresca nella carne materna, avendo una propria specificità cosciente e irripetibile. Al contempo vedo moltissime madri, anche giovani, che scelgono quella via non perché davvero ne comprendano l’essenza, ma per moda, per dare un senso ai loro giorni altrimenti noiosi, o semplicemente perché, a un certo punto, si devono fare figli in quanto tutti li fanno e perché scatta “l’orologio biologico”.
Ci sono poi situazioni di estrema violenza, come quelle in cui alle donne è impedito di studiare e d’intraprendere qualsiasi altra strada, che non sia quella del matrimonio e della maternità, in rapporti forzati e non certo d’amore e rispetto. Ecco, ciò che vorrei sottolineare, è che l’amore è una cosa seria, la coppia è una cosa seria, la maternità è una cosa seria, perciò è bene che tali strade le intraprendano soltanto coloro che le scelgono con vera consapevolezza.
La maternità deve quindi essere una scelta personale dettata dall’amore, non certo un modello o un cliché sociale. Ci sono donne che non possono avere figli, ma sono testimonianze uniche d’amore, così come ci sono donne che, al pari di Anna o di alcune autentiche vocazioni religiose, scelgono “un amore universale”… Viceversa esistono donne che credono di realizzare “la loro femminilità” unicamente attraverso la maternità e che, pertanto, inseguono disperatamente questa condizione, come se da essa dipendesse il loro valore e il senso della loro vita, tanto da ricorrere a pratiche come l’utero in affitto e da sentirsi “menomate” laddove la gravidanza non arriva… Esistono altresì coppie che, sebbene abbiano dei figli, non dedicano loro un briciolo di tempo, o perché sono prese da ritmi e condizioni lavorative disumani, o per via di un’interminabile adolescenza…  Un figlio -vorrei sottolinearlo –  non è una proprietà, né ciò che deve colmare il nostro vuoto o il nostro egoismo, riscattandoci dalla frustrazione. Tutto questo dovrebbe dunque spingerci a non giudicare le donne che restano sole e che non hanno figli e motivarci a riflettere e ad analizzare singolarmente ogni caso, prima di sputare sentenze.

Nina: Nell’ultima parte della lettera, Anna prende un argomento che mi sta molto a cuore, la sofferenza dei bambini. Luigi Pareyson, nei saggi dedicati a Dostoevskij si è molto soffermato su questo nodo etico, quello che impedisce a Ivan Karamazov di accettare l’armonia del creato e il riscatto futuro, perché questa non vale la sofferenza di un solo bambino. Sembra che Anna sia stata molto sensibile a questo aspetto, maturato soprattutto con l’accudimento e la cura dei bambini feriti durante la guerra. Credo che il livello di civiltà di una società si misuri anche con il modo in cui si trattano gli “inermi” per riprendere un termine di Pareyson che accomuna i bambini, gli anziani, gli animali. Che ne pensi?

Condivido la visione di Pareyson: è proprio il livello di cura e di attenzione che si hanno nei confronti dei più deboli, a decretare il grado di sensibilità e “civiltà” degli esseri umani. Oltre ai bambini, agli anziani e agli animali, aggiungerei i disabili, i malati, i poveri e le donne, specie in certi contesti… Tutte categorie segnate da uno svantaggio di tipo fisico, economico, psichico o coscienziale e, per questo, soggette facilmente all’abuso.
Di contro, una società davvero umana e quindi autenticamente rispettosa delle sue componenti, dovrebbe stanziare misure di protezione e aiuto verso tali categorie. Oggi, tuttavia, anche nell’Occidente evoluto, un tempo baluardo della democrazia liberale, vediamo un enorme regresso: i poveri sono abbandonati a se stessi -basta passeggiare per la sconfinata periferia di una delle tante città, per rendersene conto-, i malati, gli anziani e i disabili vengono lasciati soli o consegnati a “case di cura” e di riposo dove terminano i loro giorni lontani dagli affetti, il sistema politico sta distruggendo lo Stato sociale che permetteva di fare fronte proprio alle esigenze dei più inermi, consegnandoci tutti a una società fondata sulla prevaricazione, sulla vittoria del più forte e sulla mera sopravvivenza. Anna, che era un animo sensibile e che aveva sperimentato su di sé il dolore, vivendo la guerra, due lutti importanti, la malattia del padre e le persecuzioni, non si è mai arresa davanti al dilagare del male, reagendo dinnanzi ad esso con l’arma della compassione. Il male -che, sino ad ora, ha raggiunto l’apice della propria perversa perfezione durante il Nazismo- dilaga infatti laddove il bene smette di controbilanciarlo e di combatterlo. Anna non si è mai arresa dinnanzi al male e ha lottato con gli strumenti che, di volta in volta, possedeva, sino alla fine, lasciandoci una testimonianza di amore universale.


Ivana: Mi piacerebbe in conclusione chiederti sia del tuo rapporto con la casa editrice Les Flaneurs sia della collana curata da Annachiara Biancardino, che il tuo saggio inaugura così felicemente.

Quando Annachiara Biancardino mi ha proposto la stesura di un libro su Anna Freud, la mia anima ha cominciato a brillare: ho sempre amato la psicoanalisi, essendo laureate in Filosofia e poi essendomi specializzata in consulenza psicologica. L’idea di scrivere della figlia di Freud, ripercorrendo le vicende di una delle figure per me più significative di tutti i tempi, mi ha immediatamente catturato. Inoltre, il progetto di dare vita a una collana -“Le Innominate”-  destinata alle biografie di donne di pensiero, che la cultura dominante aveva cercato di marginalizzare dietro al nome di celebri uomini, costituiva, per me, un atto rivoluzionario e una grane responsabilità. Finalmente c’era qualcuno che mi proponeva un progetto davvero innovativo e “politico”, ovvero finalizzato ad impiegare il linguaggio come strumento per innescare una riflessione sulla condizione della donna e,  dunque, sullo stato del nostro presente. È nata così la meravigliosa e appassionante collaborazione che ha dato vita a questo libro, che spero sia il primo di tanti altri progetti insieme.

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