Lunaria annua L.

di Cecilia Lolli

«Lo fa per sé stessa». Piove, questa sentenza, sul capo di Giulia. Giulia è una persona di cui spesso sono gli altri a parlare. Una persona trasparente, incapace di respingere le proiezioni e l’avida interpretazione altrui. Giulia senza confini autoimposti. Bisogna avere molti luoghi dentro di sé, (per avere qualche speranza di) essere sé stessi. Così leggerà, da qualche parte, senza mai pronunciarsi a riguardo: priva di posizione, di scelte identitarie, ha assunto la posizione e le scelte di chi l’ha privata del diritto a un’identità. Prepotenza da manuale.

«Lo fa per sé stessa». Quando consiglia a un amico o a un’amica di smettere di giustificarsi la scelta di un male minore, Giulia si ricorda di quella sentenza. Quando vorrebbe aiutare un amico o un’amica a risolvere un problema, o a svoltare rispetto a una certa condizione, Giulia se ne ricorda. Chi si fa i cazzi suoi, campa cent’anni. Davvero c’è ancora qualcuno che vuole campare cent’anni? Non Giulia, non così.

Si apre, si chiude, si apre agli altri. Che cos’è, una porta? No, è Giulia. Il suo lessico del lavoro si è ampliato: proattiva, discalculica, passibile di licenziamento. A volte si porta il lavoro a casa, confonde i discorsi. Si può essere licenziati da una relazione? Si può troncare un lavoro? Pensa: se succedesse tutto contemporaneamente. Le cose con Alberto non sono più le stesse. Curarlo poteva curarla: ora non più. Gli hanno detto che lo fa per sé stessa.

Quanti ambienti esistono solo dal di fuori, come specchio di noi che non ne facciamo parte? Siccome ne siamo rimasti fuori, ci convinciamo che non esistano. Dubitiamo della loro esistenza per preservare il nostro benessere. Chissà cosa si prova a cambiare le cose dall’interno. Giulia non lo sa. Accosta e guarda in basso verso la grande pianura. Anche se non la vede, sepolta com’è nella nebbia, sarebbe sciocco pensare che la pianura sia solo un’invenzione. Certi giorni qualcosa si buca, la bolla scoppia, la nebbia risale e incontra i fianchi delle colline. Qualcosa turba l’equilibro sottile e Giulia non si può illudere che siano nuvole basse, discese dal cielo. Qualcosa si è insinuato nel suo mondo, qualcosa di indesiderato, qualcosa che non le appartiene. Il vento smuove appena appena l’arbusto di erba luna, giù nei fossi e su per i terrapieni, nelle sue immediate vicinanze. Nella luce pallida e fredda del mattino, i frutti di erba luna sono volti che si girano al passaggio di Giulia e bisbigliano nella loro lingua. Lo sono ancora di più da bagnate, in questi giorni di pioggia incessante. Traspare il colore scuro dei semi contenuti al loro interno: due occhi, una bocca. Tutti a dire che l’erba luna sia una pianta propizia: per la ricchezza e contro gli spiriti maligni. A vederla così, Giulia non ci crede.

Evidentemente, l’erba luna vuole mandarla via da lì. È tempo di andare a lavorare. Quando Giulia era una ragazzina, con una cugina giocava a The Sims nei giorni di pioggia. Giulia si meravigliava dell’impossibilità di seguire il Sim al lavoro. Messa di fronte a questa scelta, si scopre a farci lo stesso: mi dispiace, ragazzi, non possiamo studiarla in questo particolare habitat. Dobbiamo aspettare che torni a casa.

Giulia rientra a casa, parcheggia ed esce a fare due passi sotto l’ultimo sole, segue la traccia dei caprioli. La pioggia ha rimescolato il terreno. I rilievi sotto i ciuffi d’erba sono isole di resistenza. Giulia raccoglie del fango sotto le scarpe, e si macchia: di semi di un qualche arbusto, attaccati alla tuta grigia; di qualche zecca che aspetta di saltar su, eww!, sciò!, pussa via; di una scia di fango che tradisce la sua presenza. Non è vero che qui non può trovarla nessuno. Giulia non si illude di essere ciò che non è: introvabile. Ma deve purificarsi, per rientrare in casa da Albero.

Bisogna avere per essere. Se non si ha nulla, non si è nulla. Se non si ha nessuno, non si è nessuno. Questa è la preghiera che Giulia recita prima di addormentarsi. Spera che fecondi i suoi sogni, che le arrivi in sogno una qualche intuizione su di sé. Ma la verità è che Giulia non li ricorda. Abituata com’è a esprimersi in modo frammentario, non trova quasi mai le briciole di sogno sul sentiero del ritorno alla vita di tutti i giorni: il lavoro. Bisogna avere un lavoro per essere… che cosa? Giulia si rende conto che quest’equazione non porta da nessuna parte. Allora, per la prima volta, le sembra di poter risollevare le sorti di quella vecchia sentenza un po’ infelice. «Lo fa per sé stessa» cessa di essere un’accusa d’egoismo: piuttosto, che sia un augurio. Che possa lavorare per sé stessa, e smettere di associare «avere» a «possedere».

I piedi di Giulia, sollevati da terra, perdono di sensibilità. La direzione di questa perdita è da fuori a dentro. Giulia si apre e si chiude. Per aprirsi nuovamente al presente, evoca l’ultimo ricordo che ha dell’esterno: le bacche rosse di rosa canina e i frutti di erba luna, piatta e perlescente, in controluce. Si è già spenta la luce del giorno, perché Alberto ha chiuso le tende. Il loro rapporto ha beneficiato del cambio di sguardo di Giulia. Giulia è un chiasmo, una stella di mare, un angelo nella neve. Chiude gli occhi e sogna di incontrare Alberto nel punto più basso della terra. Affonda le unghie e i talloni nel materasso. Scioglie la posizione solo quando il materasso reagisce al peso di un secondo corpo. Amare Alberto è un habitus, una via di mezzo tra essere e avere, un’abitudine, un portamento: il sorriso che nasce agli angoli della bocca; guardarsi le ciglia con gli occhi semichiusi; la cura del silenzio; le prime luci del primo giorno infrasettimanale, rientrando da poco lontano.

E se invece fosse tutto alla rovescia? Giulia ha un risveglio repentino, le sembra di cadere e di sfondare il primo piano. Essere per avere. Si alza a sedere, appoggia la schiena alla testiera del letto, cerca di ricordare che giorno è. Deve andare a lavorare? Essere per avere, essere per avere. Giulia si sforza di riempire di contenuto questo schema mentale. Vorrei essere per avere, vorrei essere per avere. Giulia interroga anche il suggeritore automatico: vorrei essere una persona per avere qualche problema. Quanto le è difficile trovare soluzioni a comando! La frizione tra la volontà e la capacità di ragionamento appena sveglia è contagiosa, e Alberto ne risente. Giulia lo sente muoversi, bofonchiare. Ma poi, che ore sono? Non sono sicuri che sia giorno. «Amore vai tu a vedere, apri gli scuri sul nuovo giorno». «Il mio telefono è morto, ma tu no, a quanto sento». «O forse sì, e da qualche ora. No, no, decisamente non sei morto». Così smette di usare la forma impersonale e inizia a parlare di sé in prima persona. «Sono odiosa per avere ragione». Il conticinio è sempre l’orario migliore per bisbigliare a letto. Alberto la sta ascoltando. «E io sono stanco di avere ragione».

«Ora sono sveglio per averti ascoltata»

Le mani.

«Sono felice di averti svegliato»

Le gambe s’intrecciano.

«Sono pazzo per averlo sognato»

La bocca all’orecchio.

«Sono tesa per averlo desiderato»

I capelli in bocca.

«Sono stanco per averlo trascurato»

Le unghie nel braccio.

«Sono tua per averlo creduto»

Sesso nel sesso. In questo modo, Alberto e Giulia segnano l’inizio di una nuova fase della loro relazione. Parlano. A letto, di notte, l’uno di fronte all’altra, a gambe incrociate. Le vergogne ben in vista.

Giulia si alza e va a lavorare. Si guarda apposta i piedi durante le pause sigaretta. Non vuole farselo leggere dagli occhi spalancati: la veglia notturna, gli sfregamenti, il calore che si è accumulato nelle palpebre, che sono rimaste aperte a lungo contro il soffitto, gli occhi che pulsano. In quel momento, fuori da quelle mura, è la cosa più preziosa che ha. Ma poi realizza di essersi fatta distrarre dal suo proponimento: non ha portato a termine il suo ragionamento. E allora forse conviene fermarsi a metà strada tra lavoro e casa, ritardare il ricongiungimento con Alberto, camminare tra l’erba luna e ad essa chiedere: io chi sono? E che cosa posso avere, in virtù di ciò che sono? «Dimmelo tu, erba magica. Dammi qualcosa in cui riconoscermi per contrarietà. Sono strana per avere bisogno di oppormi a qualcosa».

*

Cecilia Lolli vive e lavora in provincia di Reggio Emilia. Traduce dall’inglese e dal tedesco verso l’italiano. Alcuni suoi scritti sono apparsi su “L’Appeso”, “Lettera Zero”, “Altitudini”.

(Immagine di copertina di Francesco Musante)

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