Insegnare a scegliere. Conversazione con Sabina Minuto.

a cura di Giorgio Galli, Francesca Grispello e Ivana Margarese

 

Immagine di copertina di Norman Rockwell

 


IVANA MARGARESE: Nella mia esperienza di docente cerco di tenere a mente con i miei studenti ciò che ho vissuto come una granitica privazione quando sono stata io, a mia volta, studentessa al liceo, ovvero cerco sin dall’inizio di stimolare i ragazzi a mettersi in gioco in prima persona, mi interesso a ciò che pensano o possono ipotizzare, non tanto a quanto ripetono. L’ autostima e la responsabilità sono due parole fondamentali del fare scuola a mio parere. Vorrei conoscere il tuo pensiero in proposito.

Io davvero credo che la scuola sia soprattutto relazione. Senza relazione non c’è nessun apprendimento. La relazione è sempre cura dell’altro e va coltivata con pazienza. Penso sempre che la prima cosa da fare, per me che lavoro in un istituto difficile, sia stare ad ascoltarli. Mettermi in una postura di ascolto e di fiducia. Ognuno di loro ha dentro qualcosa. È prima di tutto una persona con tutto ciò che questo comporta. Lavoro spesso con studenti totalmente demotivati, soli, senza fiducia in se stessi, senza alcuna voglia di assumersi la responsabilità del proprio stare nel qui e ora del lavoro in classe. Questo è ciò che serve: sapere che puoi farlo e che io adulto credo che tu non solo ci possa riuscire ma che tu valga qualcosa. Valga il mio sforzo di docente, valga l’impegno che ti chiedo. Senza tutto questo non c’è alcun apprendimento, senza tutto questo perdiamo studenti, intelligenze e non e creiamo cittadini.

IVANA MARGARESE A scuola spesso l’inclusione cela sotto un velo uniforme il valore specifico delle differenze e anche della particolarità dei corpi che di anno in anno mutano e si trasformano. Spesso il pensare stesso è accompagnato da gesti o da movimenti del corpo. Qual è l’attenzione data ai corpi a tuo parere nelle scuole e cosa potremmo migliorare al riguardo?

A scuola i ragazzi non hanno gambe, né piedi. Ad alcuni piacerebbe che non avessero nemmeno le mani. Vivono dal busto in su. Il resto deve stare rattrappito su una sedia per sei ore con qualche pausa di 10 minuti scarsi. Al contrario invece tutti sanno quanto il corpo conti in adolescenza e anche prima ovviamente. Per questo ho spesso cercato di portare a scuola il teatro sociale che serve anche per riappropriarsi di ció che la scuola spesso ti nega.

IVANA MARGARESE Cosa ne pensi della questione della valutazione a scuola, che sta animando in Italia alcuni recenti dibattiti?

Che questione difficile! Se potessi io non metterei mai nessun voto.  almeno non in itinere; anche la legge ce lo permetterebbe, ma nessuno lo ricorda.
Credo fortemente che la valutazione debba essere educativa o altrimenti non sia valutazione. Valutare vuol dire dare valore. Valore ad un percorso, ad un lavoro, ad una attività fatta sempre insieme, in classe. Uso da tantissimo tempo rubriche condivise con i miei studenti sui percorsi che valuto. Sono descrittive e stimolano l’auto valutazione che è fondamentale. La valutazione per essere educativa ( come chiede la legge) deve fornire informazioni su come migliorare o su come consolidare o celebrare gli apprendimenti. Non è tanto importante sostituire voti ad esempio con aggettivi. È sempre un criterio sbagliato poiché non fornisce strumenti di crescita. L’importante è invece la descrizione di un percorso fatto, di un impegno, di un lavoro. L’importante è che gli studenti e le studentesse  abbiano chiaro cosa viene valutato e come. In base a quali criteri. Abbiano la possibilità di confrontarsi con il docente e fra loro per crescere davvero insieme. Spesso nel laboratorio di lettura e scrittura usiamo le consulenze che sono appunto strumenti individuali molto utili perché lo studente possa riflettere sul suo lavoro e su quello che può migliorare o ha già appreso in modo soddisfacente. Cioè possa riflettere su un processo non puntare solo ad un voto che riassuma (male) un prodotto.
La valutazione deve nutrire non punire, non essere usata come ricatto, come strumento per reprimere  comportamenti in classe che non si sono ottenuti in altro modo. La valutazione  riguarda sempre la performance mai la persona. E per ultimo occorre avere chiaro che non esiste una valutazione oggettiva e che la valutazione non può mai dipendere da una sola prova ma da un insieme di elementi diversi.

 


GIORGIO GALLI In un tuo articolo citi una bella definizione di Bruno Munari: “Il laboratorio è il luogo dove il tempo va piano e si supera la paura del non saper fare facendo”. Al contempo, tu stessa sei cosciente delle difficoltà pratiche poste da questo tempo che va piano nella vita di un insegnante, spesso caratterizzata da delle vere e proprie lotte contro il tempo. Come riesci a conciliare le due dimensioni?

Per me, ma ci sono arrivata dopo anni di riflessione e di lavoro, è solo una questione di scelte. Ogni volta che insegno, scelgo. Scelgo il cosa e il come. Scelgo quanto tempo e in che modo devo affrontare un percorso o un argomento. Questo comporta:

  • avere a disposizione alcuni strumenti didattici potenti
  • avere padronanza della disciplina.

Le indicazioni nazionali e le Linee guida non sono un programma. Anzi sono tutto tranne che quello. Elencano competenze da far acquisire non contenuti da trattare,  tranne che ( e sempre in modo generale) in qualche caso.

Sono io che conosco la mia classe, i miei studenti. Sono io che scelgo cosa leggere con loro, cosa scrivere e come. Scegliere vuol dire sempre lasciare qualcosa. Forte di questa convinzione mi muovo tra autori e tipologie testuali con estrema tranquillità. Se non leggerò con loro Pavese sarà perché ho preferito Calvino o Fenoglio. Non si può fare tutto. Ma si può dare loro strumenti per cui sapranno, una volta fuori da scuola, cercare da soli ció che a loro interessa e che a loro piace.
L’insegnare di corsa il più possibile è solo ammucchiare nozioni su nozioni. Io credo molto di più alla profondità dell’approccio che alla quantità. E la profondità richiede tempo. Il tempo del pensiero. Quello che Marianne Wolf chiama “pazienza cognitiva”.

GIORGIO GALLI Dici di usare spesso fonti visive nell’apprendimento della storia e della letteratura. Mi viene in mente il lavoro di una grande storica recentemente scomparsa, Chiara Frugoni, che ha molto lavorato sull’importanza dell’iconografia nella ricostruzione di un periodo storico -nel suo caso, il Medioevo. Oltre ad avere maggiore immediatezza e impatto emotivo, quali benefici apporta l’esperienza visiva a un apprendimento che si vuole critico e duraturo e non costruito al solo scopo di superare esami e valutazioni?

Come al solito io sono arrivata a questo gradualmente e nel tempo. Oggi non potrei più fare a meno delle fonti visive quando facciamo storia. Per due ordini di motivi:

● I ragazzi vivono immersi in una bulimia iconica terribile, ma non sanno leggere le immagini, competenza oggi fondamentale nel mondo dei social media. Usano un linguaggio ma non ne  conoscono il codice.

● Le immagini persistono di più nella mente e contengono molte più informazioni del parlato e di un testo scritto. Sono ancore per l’apprendimento di tutti e sono altamente inclusive.

Per tutti questi motivi trovo che usare fonti iconografiche sia non solo utile ma anche necessario.

GIORGIO GALLI Gli studenti di oggi ragionano in maniera reticolare e non lineare, e un metodo di apprendimento basato sui laboratori certamente favorisce questo tipo di ragionamento. So che la scuola italiana, rispetto a quella di altri Paesi europei, è sempre stata rinomata per il rigore del suo approccio storico. Con l’essere “reticolari”, non si rischia di perdere qualcosa in termini di contestualizzazione e inquadramento storico-critico dei testi?

Di sicuro si perde da un lato , ma si può recuperare fornendo strumenti di lavoro adeguati da un altro. I miei studenti del professionale hanno imparato a contestualizzare non a studiare le contestualizzazioni scritte da altri sui testi. Sono due modi di lavorare diversi. Si deve insegnare ad esempio la ricerca di fonti affidabili sul web, l’apprendimento per ricerca e scoperta, il farsi domande sempre e comunque. Solo chi si fa domande è portato a cercare risposte quindi anche ad analizzare contesti, ma in modo ragionato non mnemonico.

GIORGIO GALLI Personalmente, soprattutto al liceo -parliamo di anni ormai lontani, tra il 1994 e il 1999- sono stato “costretto” a leggere molte cose a cui poi mi sono appassionato e a cui non mi sarei mai appassionato se non fossi stato costretto. Anche la lettura del materiale critico proposto dalle antologie mi è stata utile ad iniziare a costruirmi un pensiero critico autonomo. Cosa è cambiato in questi anni, e cosa “si salva” ancora della didattica tradizionale?

Io della didattica tradizionale salvo poco o pochissimo. Quel poco è la piccola porzione frontale delle mie Minilesson. Sono i primi 10/15 minuti iniziali in cui “spiego” strategie di lavoro o brevi contenuti tramite attivazioni molto concrete.  Tutto il resto purtroppo non funziona più. Come non funziona la valutazione non può funzionare nemmeno un  modo di lavorare obsoleto. Non perché fosse sbagliato in sé, ma perché gli studenti di oggi sono completamente diversi, il mondo è completamente diverso. La scuola se vuole ancora, come deve, essere un punto di riferimento fondamentale deve cambiare.

Noi leggiamo tanto in classe, ad alta voce, parliamo di libri, incontriamo autori, ma tutto ha al centro lo studente non il contenuto. Questo è per me il nodo della questione. Credere che si possa fare diversamente non vuol dire non fare. Vuol dire cercare altre strade. Ci vuole coraggio e anche determinazione. Peró si può.

GIORGIO GALLI Una domanda da un milione di dollari: come immagini la scuola del futuro -dove “futuro” potrebbe significare “tra pochi anni”?

Ad oggi non riesco ad immaginare nulla. Non la vedo proprio. Però ho una speranza: la speranza sono gli studenti e le studentesse e quei colleghi che ancora credono che a scuola si possa fare la differenza. Ci sono scuole di eccellenza in Italia e colleghi bravissimi. Forse dovremmo tutti essere più umili e partire da chi fa e fa bene o meglio.


FRANCESCA GRISPELLO La scrittura a mano, la lettura ad alta voce, la condivisione delle proprie idee e l’ascolto, la pratica della parola come oggetto di indagine e consapevolezza. Sembrano pratiche elementari, ma non lo sono. Sono pratiche necessarie che contribuiscono ad imprimere la nostra relazione con il mondo. Qual è lo stato dell’arte nella scuola su questi elementi? Cosa c’è da potenziare e portare al centro della didattica?

Quello che hai descritto si chiama laboratorio di lettura e di scrittura. E no, non è affatto al centro della didattica che la scuola in genere mette in atto. Al centro invece ci sono normalmente la spiegazione, l’interrogazione ( dove si constata la più o meno corrispondenza di quanto riferito a quanto spiegato) e la verifica scritta. Al centro dunque c’è sempre la richiesta di  un prodotto ma mai o poco la cura e l’insegnamento di un processo. Del processo si occupa appunto la didattica. Al centro quindi occorre riportate una riflessione seria e condivisa su cosa sia l’apprendimento vero e su come si possa lavorare perché a tutti sia possibile apprendere. Al centro  deve stare lo studente.

FRANCESCA GRISPELLO La lettura di un testo, di un’immagine e l’interpretazione dei segni. A fronte di una mole di informazioni e stimoli sovrabbondante, oggi la scuola è capace di offrire strumenti e formazione in tal senso, per una visione critica del reale?

No, non lo è se non in certi casi, ovviamente. La scuola è un blocco granitico che procede come 30 o 40 anni fa ignorando spesso come è cambiata la società, il modo e i luoghi dell’apprendimento, come sono cambiati questi studenti e studentesse. La scuola deve essere rifondata a mio avviso con una riflessione concreta e condivisa. Chi consegue “una visione critica del reale” spesso non lo fa a scuola  o per merito della scuola,  ma per sue capacità o perché proviene da un fortunato background culturale. E questo è profondamente ingiusto. Spesso la scuola è  un luogo di eccellenza e dove  colleghi meravigliosi lavorano in tal senso. Ma in generale, per come ho conosciuto le scuole nei miei percorsi formativi, c’è ancora tanto lavoro da fare e da pensare.

FRANCESCA GRISPELLO Che tipo di attitudine bisogna sviluppare – docenti e non – per trasformare la frattura generazionale in opportunità e non in paternalismo?

Non ho una risposta. Posso solo dire cosa mi pare che funzioni, per la mia esperienza. Funziona l’empatia, funziona la cura e l’interesse vero per loro e il loro pensiero. Funziona la sospensione del giudizio aprioristico e anche non. In classe ad esempio funziona mettersi in ascolto, guardarli come persone. Chiedere come va? Come state? E poi iniziare a lavorare. Funziona la negoziazione partendo dalle loro esigenze che sono tanto lecite quanto le nostre. Funziona il non pretendere sempre di “capire” tutto quello che fanno o dicono, ma semplicemente ascoltarli  e lavorare su quello.
Le opportunità nascono sempre non dalla negazione di un problema  o peggio  dalla condanna, ma dal dare un nome alle cose ( penso alle tante forme di disagio dei ragazzi) e dal provare insieme a cercare soluzioni condivise.

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