Il Maftoul di Abdullah (parte seconda)

di Omar Suboh

Abdù era musulmano… questo è certo, ma la sua fede era in bilico ultimamente, a colpi di birra e fumo, perdeva l’orientamento. Me lo ricordo quando mi diceva: Eh non lo so, non è che non credo, ma a volte è come se mi sentissi in preda ai deliri, e non capissi più niente di quello che mi succede…

In che senso? Spiegati meglio Abdù!

Non so, faccio un incubo ricorrente: immagino di risvegliarmi in una stanza oscura, nelle pareti sono appesi quadri terribili, di mostri come padri che mangiano i propri figli, di demoni dalle corna affilate che appaiono accanto al letto nel sonno, e al mio ridestarmi mi ritrovo lungo un corridoio denso di stelle di zucchero pendenti lungo il tragitto, e provo a mangiarle come se fossi appeso tra la vita e la morte, e niente di tutto quello che ho in mano fosse davvero importante… mangiare, mangiare, mangiare per poi riprodurmi in serie.

Mh. Continua, continua Abdù!, disse Sandro.

E niente, una volta che ho mangiato tutto quello che ho trovato, mi si apre una porta di mogano davanti, dove nel portale sono effigiate alcune parole in arabo che recitano preghiere lontanissime, dell’epoca della dinastia degli Omayyade. Una volta varcata, mi ritrovo nelle Alture del Golan e, tutto ad un tratto, il mondo si rivela per quello che è: una grande menzogna. Un sortilegio nel quale siamo tutti immersi senza rendercene conto. Varcare quella soglia è come togliere il velo che ricopre la realtà in cui crediamo di trovarci, mi spiego?, il tempo, lo spazio, le tre dimensioni euclidee sono altrettante astrazioni del pensiero, ma tutto quello che crediamo di toccare, di provare, non esiste davvero. È un gioco della…

No aspetta Abdù, qui ti fermo perché per oggi ne hai dette abbastanza, raccontami piuttosto come è andata con quella Alessia. Vi dovete rivedere?

Non lo so Sandro, sono preoccupato, ho l’impressione che mi debba succedere qualcosa all’improvviso. Qualcosa di spiacevole, non mi sento tranquillo quando me la vivo così…

E che cosa dovrebbe succederti? Toh, ti lascio questo floppy, mettilo nel pc stanotte prima di addormentarti e rifatti gli occhi… vedrai come ti rilasserai e non penserai più a queste brutte cose. C’ho messo dentro il meglio delle fotomodelle in circolazione: Adriana Lima, Megan Gale, Alessia Merz, Alessia Fabiani… ma ne trovi anche altre dentro, guardalo e vedrai come ti passa tutto!

Ho il presentimento di qualcosa di sinistro. Quell’incontro, nel sogno, con il deserto delle alture mi trattiene dall’avventurarmi in nuove relazioni con altre persone…

Squillò il telefono di casa, quel giorno, mentre continuavano a confidarsi: Abdù, mi senti? Sono Alessia, senti ma perché non vieni da me questo pomeriggio?

Mah, non lo so non mi sento molto bene… dai forse sì.

Daaai!, guarda rimarrai sorpreso, ti ho preparato il cous cous palestinese, il maftoul con le verdure!

Non ci credo, ma sei così speciale tu?

Sì, sì, risparmia per dopo le energie, ti serviranno…

Abdullah, appena riattaccato, si ricordò di avere un conto in sospeso con alcuni ragazzi del quartiere, e riprese a parlare con il suo amico: Da tempo, infatti, le cosiddette sostanze legali non coprono più il mio fabbisogno quotidiano, caro Sandro. Le sigarette, l’alcool, sono solo dei palliativi, quello che voglio è l’espansione della coscienza. Le allucinazioni notturne che mi sono apparse in sogno possono essere il prodotto della mia dipendenza, ma sarebbe troppo facile liquidare l’intera questione così: in realtà, la necessità di hashish afghano, di cannabis, di cocaina… non sono altro che il carburante spirituale contro i mostri del mio passato, contro quella maledetta nostalgia del mio paese, di mia madre, dei miei fratelli!, disse Abdullah, mentre stringeva i lacci delle scarpe Air Jordan. Indossò la sua tuta di felpa Adidas, aderì il cappellino dalle tinte blu cobalto marca New Era con il logo New York Yankees al perimetro della propria testa, e infine si mise dei Ray–Ban, modello Wayfarer, senza dimenticare l’elemento più importante: il Tasbih, il rosario islamico. Lo strinse forte nella mano infilata nella tasca destra dei suoi pantaloni di tuta nera, dalle strisce bianche ai lati. Lo rincuorò il pensiero del maftoul che lo attendeva, se tutto fosse andato bene…

Giunse nel solito punto di ritrovo dei ragazzi del muretto, ma ad attenderlo questa volta c’era un gruppetto più numeroso. Appena fu riconosciuto, si precipitarono a dargli il benvenuto: Oh ma guarda chi c’è, Abdù, faccia di cioccolato. Caccia fuori i soldi che ci devi!

Vi ho portato tutto quello che sono riuscito a mettere da parte, non è molto ma spero possiate capirmi…

No guarda, non capisco un cazzo, o c’è tutto oppure sono cazzi per te…, disse un coro di voci indistinte, da cui non riusciva a riconoscere chi fosse ad avergli parlato.

Nel folto gruppo del muretto si fece largo uno spilungone dagli occhi verdi: testa rasata, polo Fred Perry, anfibi e giacca di pelle: E questo qua chi è? Che non lo sai che siamo al completo qua?! Voi arabi siete come Bin Laden. Vi metterei tutti insieme in unico posto e vi farei saltare in aria come voi avete fatto saltare in aria il World Trade Center!

Abdullah intuiva il pericolo. Non poteva muoversi liberamente, non ora… Perché ogni singolo gesto avrebbe alimentato il caos.

Ehi ma non mi capisci, eeh??? Te ne devi andare, arabo di mmerda!!|

Oh, adesso mi hai rotto davvero…, disse Abdullah.

Sai che cosa penso? Che tua madre se la siano inculata i cammelli con tutti i fedeli a culo all’aria sul tappeto mentre attendevano il loro turno!

Abdullah si mosse verso il neonazista stringendo il rosario nella tasca, per sentirsi più forte, e prendendo la carica rifilò un gancio destro allo spilungone con la stessa energia, la stessa foga ma moltiplicata a mille, di quando si trovava a combattere i cattivi di Ken il guerriero in sala giochi. In un attimo il viso del suo avversario si trasformò in un vortice scintillante di luci rosse che segnalavano dove avrebbe dovuto colpire e, senza neanche rendersene conto, lo stese a terra. Raccolse le sue ultime energie e saltò oltre il muro.

Non mi rivedranno più questi stronzi… presto Ale, mi stanno cercando, devo scappare.

Come scappare? Chi ti cerca?

Non c’è tempo, non c’è tempo, ti spiegherò tutto con calma ma ora se ci tieni davvero a me dobbiamo lasciare questo posto…

E dove vorresti andare?

Basta, via, andiamo via da qui, andiamo a Bologna!, conosco un caro amico musicista palestinese che ci potrebbe ospitare.

Ma che cosa dico ai miei genitori, non ho ancora compiuto i diciotto che già mi do alla fuga…

Non stiamo andando poi così lontano, vedrai, sarà una esperienza che vale la pena fare…

Aspetta che prendo due cose… e il maftoul? Che dici lo prendo?

Sì.

Che cose rimane della fantasia di Sandro?, disse tra sé e sé Abdullah, seduto in un bar nei pressi di via del Pratello. Oggi, a quasi quarant’anni, seduto di fronte alla televisione, con le tasse arretrate ancora da pagare. Chi erano gli altri, per Sandro? Esisteva ancora uno spazio per sé oltre le leggi dell’economia? Il capitale realizzava i nuovi confini. Tracciava solchi lungo il perimetro della storia e il denaro livellava le differenze. Il confine esisteva esclusivamente come misura di emarginazione ed esclusione delle differenze. L’abolizione della fantasia, la capacità di indossare i panni di un altro, come quando si legge, non era avvenuta per decreto ministeriale, ma si era insinuata nelle abitudini della vita quotidiana di tutti i giorni, senza che se ne rendesse conto. Il confine poteva essere una soglia da attraversare, un paesaggio che conduce all’altro, altrove. Invece era diventato il muro entro cui confinare la propria mente e il proprio corpo, determinando la sparizione dell’Altro.

Prima di tornarsene a casa, terminò l’ultimo sorso di birra rimasto, e, proprio in quel momento, come ostaggio di una grande emozione, il suo cuore sembrò fermarsi.

Omar Suboh

Sono nato a Cagliari il 1990, da padre palestinese e madre sarda. Miei racconti, testi critici, recensioni e ibridi sparsi, sono usciti per Poetarum Silva, Droga Magazine, L’irrequieto, Bomarscé, E(i)sordi –Rivista letteraria, Morel, voci dall’isola, Quaerere, pangea.news, Sul Romanzo, Cedro Mag, il manifesto, il manifesto sardo, Diari di Cineclub e altre; curo un blog dal nome Homo non intelligendo fit omnia al seguente indirizzo: https://diemdedalus.wordpress.com/; ho pubblicato una fanzine dal titolo Leggenda Urbana. Fotogrammi di Minerva (Kirby edizioni, 2019), con l’artista Amirah Suboh; ho raccolto i miei testi a questo link: https://linktr.ee/omarsuboh

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