Gala

Ciabatteria Maffei: in dialogo con Graziano Gala

 a cura di Francesca Grispello 

Ma io sono osservante, inabile e paralizzato: sono solo uno che vede, che sente, che sa. Mica uno che scrive!

Questa è la storia di un posto piccino, comune; un posto qualsiasi. Un entroterra secco, fatto di poche cose, uno di quei posti che possiamo immaginarci mettendo insieme ciò che abbiamo osservato e sentito nel nostro andare e vivere. Il posto in questione è uno di quelli che non ha pietà per nessuno, figurarsi dell’infanzia. Danaro e sesso sono la robba di scambio, madre di ogni posto grande o piccino che sia.

In questo posto è ambientato Ciabatteria Maffei, l’ultimo racconto dello scrittore Graziano Gala pubblicato nella nuova quartina di Tetra Edizioni.

Ho nella testa una conchiglia di domande e così ho il piacere di dialogare con lui.

Un ciabattino: inevitabile pensare a quello della mia infanzia, con gli occhi di lago, sopracciglia di cui aver timore e un mestiere d’arte; mi ha sempre molto affascinato ma non ho mai avuto il coraggio di parlargli e guardarlo oltre. Come nasce il tuo ciabattino?
Al mio paese ce n’era uno, quello a cui ero più affezionato: si chiamava Luigi, diceva di aver inventato una scarpa da donna monoscocca, senza cuciture, una cosa da terza rivoluzione industriale, che poi il progetto l’avevano rubato i milanesi: li malediceva, si faceva buio in fronte. Me lo aveva raccontato così bene e con tanta gioia negli occhi che non avevo potuto non credergli ciecamente. Oggi non c’è più, ma questa è un’altra storia. Il mio ciabattino, quello del racconto, Giuno, è uno che le mani per fare le ciabatte non le tiene più: e allora le usa a sproposito, le usa male. Per fare male, miserabile che non è altro.
Che pena che mi fa.

GrazianoTutto l’impianto sembra essere costruito per una lettura ad alta voce – in uno scenario di anaffabbeti non è cosa campata in aria – è una storia nata per essere ascoltata?
A me le storie entrano nelle orecchie e mi possiedono. Non posso farci più niente, e neppure niente voglio farci: decidono loro, corrono loro, scappano loro. Io sono solo lo strumento. Qualche giorno ho paura di sparirci, in qualche storia. Al paese mio c’erano li cunti: la gente le cose se le raccontava intorno al fuoco. Credo di essere rimasto lì, a quell’epica popolare: io una cosa non te la voglio raccontare, io ti voglio avvolgere, voglio che senti come mi sento. Voglio che diventiamo un corpo solo.

Casa tutta lago, nave nella stanza. Terra arsa e immagini marine, acquatiche. Come hai messo insieme questi elementi nella composizione?
Questa storia me l’ha raccontata Mino come poteva, con una filastrocca. Difficile altrimenti che un bimbo di otto anni te la dica, una faccenda del genere. Al meglio se la scorda, al peggio ci si rompe dentro. Ma lui teneva una filastrocca, una filastrocca per me: io gli ho detto che l’avrei messa su carta, ma molto da piangere mi veniva. Io per scrivere Ciabatteria ho pianto tanto. Mi spiaceva proprio: certe cose non dovrebbero capitare mai, e invece capitano. Ci siamo inventati ‘na barca e un mare, con Minuzzo: così ci faceva tutto meno male. Così non ci sentivamo lo sporco addosso.

L’infanzia negata, la autorità di apparato, le donne come merce, la denuncia verso coloro che diventano strumenti del mostro. Dicci di più di questo mostro.
Ti dico che mi stava ammazzando: mi credi? Negli armadi, dentro ai muri, con le mani, dentro casa: un’occupazione. Uno le cose non se le inventa mai: magari le storce, le piega, le accomoda. Uno racconta quello che conosce, lo fa per tirarsene fuori. La legge dei padri è stata tremenda: ha avvelenato i pozzi. Io però non voglio più combattere nessuno. Io voglio solo fare la pace. Io sto cercando di fare la pace. Prima però ho bisogno di tirare fuori tutto il veleno.

Infanzia, femminile e dialetto: senti che questi temi sono intrecciati? Ti appartengono come autore?
Me li sento tanto addosso: mi ha salvato una suora svestita, mia zia, che mi ha dato i libri e mi ha spiegato che i poveri non si salvano altrimenti: solo a colpi di reni e di rabbia. La mamma poi, una bambina di settant’anni, che se le compri il gelato le salvi la vita fino a fine giornata. Io bambino non ho potuto essere mai: sto recuperando adesso, tutte le volte che posso, con la lingua che tengo, nu pocu tutta ‘ntrugnata – un pochino annodata – però comincio a pensare che lo teniamo in tanti, ‘sto disordine di lingua, che siamo tutti quanti un gomitolo di questioni brutte e di parole che non tengono.

GalaSei il numero 13 della nuova quartina di Tetra. Come è nato l’incontro e come ci stai con questo numero?
Una volta la zia mi ha detto dammi tre numeri: 13-36-63, ruota di Venezia. Ha pigliati soldi belli, mi ha regalato tutti i libri di scuola, ma tanto me li avrebbe comprati lo stesso: io so già. Il tredici mi porta bene, coi numeri dei libri tengo fortuna: il cento della nichel di minimum fax, che se me l’avessero detto cinque anni fa avrei detto di smetterla di scherzare, il tredici di Tetra in onore della zia. Mi ha cercato Venturini, uno scrittore tanto importante che tengo nel cuore: gli ho detto che gli avrei dato una storia sincera, che doveva averne cura. Ho mantenuto la parola. Io non sono niente, sono una briciolina di pane: però sono uno che mi piace mantenere la parola. Ci tengo tanto.

A cosa stai lavorando?
Mi porto in petto un bambino che sta cercando suo padre in tutte le stanze possibili: è l’ultima volta, poi sarà tutto diverso. Poi forse potrò cominciare a vivere io una volta per tutte.

Cosa ti ispira e spinge a scrivere?
Io non voglio morire affogato. Allora devo dire tutte le cose, ché più le dico e meno paura mi fanno. E ogni parola devo fare bilancia: non posso sprecarne neppure mezza. Mi spinge lo sporco che mi voglio pulire di dosso. Io un giorno sogno di poter camminare in mezzo alle persone, di sentirmi come loro, al loro pari. Io sogno di non avere paura. Nelle tasche ne tengo a quintali.

A cosa sogni?
Di scrivere storie per bambini: per tutte quelle che non hanno raccontato a me e per tutti i bimbi come me. Io questo sogno me lo porto nel cuore. Riuscirò a realizzarlo: altrimenti sarebbe una vita sprecata. Altrimenti questo dolore non sarebbe servito.

Un libro imprescindibile
Ho paura torero, per la capacità di fare capanna dove tutto si perde e dove nemmeno troppo parlare si può.

Versi imprescindibili
Noi forse resteremo.
Noi forse.
Non muoverti.
Se ti muovi lo infrangi.

Piangi?

(Montale)

Cosa stai leggendo adesso?
Sto leggendo Piero Balzoni, che racconta di un’altalena sprovvista di mani per spingerla.

Un odore
Il mare di casa mia, che la schiuma delle onde si mangia le narici e ti colora pure gli occhi.

Un cibo
La pizza con le patatine, ché al bimbo che mi porto in petto piace tanto.

Un brano
Ghosts again, Depeche Mode: lo ascolto da quando abbiamo iniziato a parlare.

Un gesto
Le poche volte in cui non ho paura e mi lascio affondare negli abbracci.

Info:
https://www.tetraedizioni.com/product/graziano-gala-ciabatteria-maffei/

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