La vita di lunedì: in dialogo con Francesca Vitelli

 


a cura di Francesca Grispello

 

La vita di lunedì è il nuovo romanzo di Francesca Vitelli, autrice e vivace donna di cultura partenopea. È proprio Partenope a dare corpo e a farsi corpo – politico, sociale, nazionale, poetico, umano – in questo romanzo in cui Vincenzo e Vincenzino, un uomo e un poco più che bimbo si confrontano sulla contemporaneità. Inizia con la pioggia che tutto lava e rivela questo lungo dialogo che è una storia e tantissimi storie, un viaggio sì nella Napoli di un tempo e dell’oggi, ma anche una passeggiata per rimembrare – donare nuove membra – a una città complessa e magnifica. Una guida nel tempo, con immagini a legare e un dizionario per chi vuol comprendere il senso di alcuni colori.

Partiamo dal principio: come nascono titolo e sottotitolo?
Il titolo nasce dal lavoro che il protagonista svolge, Vincenzo nella vita fa il parrucchiere quindi tutte le scelte, le avventure e le cose importanti le ha tenute in serbo per il giorno di riposo, quello in cui i negozi da lui avviati erano chiusi, il lunedì. Il sottotitolo “Di sogni e altre quisquiglie” rende esplicito il contenuto che attende il lettore/trice.
Le pagine del libro sono dedicate ai sogni divenuti realtà e quelli ancora in attesa di essere realizzati insieme con tutte le “quisquiglie” che affollano la vita quotidiana

Quando ha iniziato a immaginare un viaggio tra presente e passato sotto forma di dialogo tra un bimbo e un adulto?
A questo libro ho lavorato per oltre due anni. La difficoltà maggiore è stata la scelta di un registro narrativo lontano dal mio che ha richiesto pazienza, tempo e studio. Vincenzino e Vincenzo hanno un modo di parlare cui ho dedicato impegno nell’ascolto e nella costruzione sintattica.
I pensieri che andavo componendo dovevano trovare spazio sulla pagina nel loro linguaggio, non nel mio. La forma che avrei dato al romanzo si è fatta strada durante la pandemia, cercavo un modo – leggero – per raccontare il mutamento di una città complessa come Napoli attraverso un confronto. Vincenzino e Vincenzo dialogano riportando alla luce un passato comune a più generazioni, il racconto attraverso le loro voci ha reso possibile affrontare aspetti e argomenti dal punto di vista di persone di età diversa. Vincenzino è il bambino affamato di vita che vuol bruciare le tappe, è un entusiasta, ha voglia di costruirsi un futuro mentre Vincenzo è l’uomo adulto giunto al momento dei bilanci, disilluso, stanco ma provvisto di ironia e giocosità. Nel loro botta e risposta si dipana la storia

Si legge: “Vincenzino: il miracolo! Santa Patrizia scioglie il sangue tutte le settimane, san Gennaro tre volte all’anno, ma, si sa, che le donne devono sempre dimostrare e faticare di più.” Che san Gennaro non se la prenda, oltre alla curiosità su ciò che accade nel sacro e profano di Napoli, che come affronta da donna e napoletana l’assunto che le “donne devono sempre dimostrare e faticare di più”?
È un dato di fatto. Le donne, a parità di talento, competenze ed esperienza con i loro colleghi devono sempre dimostrare quel che sanno fare e dare prova concreta di saperlo fare meglio. L’ho scoperto presto e me ne sono occupata studiando le politiche attive del lavoro. Ho lavorato in ambienti in cui ero l’unica donna in posizione apicale, da allora sono trascorsi quasi trent’anni e le cose iniziano a migliorare. All’epoca bisognava mimetizzarsi – anche nel modo di abbigliarsi e presentarsi – e lavorare senza tregua. Chiunque sia dotato di onestà intellettuale farebbe fatica a sostenere il contrario. Le donne devono imparare a fare una cosa che gli uomini fanno benissimo e da sempre: lavorare insieme, fare rete. Ne sono talmente convinta da aver creato, nove anni fa, un network nazionale per valorizzare il talento nel mondo del lavoro e creare sinergie: EnterprisinGirls.
Lo racconto perché questo libro è il secondo che nasce all’interno dell’associazione, frutto della collaborazione con una editrice, Donatella Gallone che ha fondato la testata giornalistica culturale e la casa editrice Il Mondo di Suk.

Una vita sparpagliata in giro” riferendosi uno dei due protagonisti a delle vecchie foto. La vita sparpagliata è una risorsa o uno spreco?
Può essere entrambe. Nel testo ho usato questo termine per indicare le fotografie sparse sul pavimento che restituiscono istantanee di una vita passata, ma la propria esistenza la si può sparpagliare in più luoghi, in contesti diversi, attraverso esperienze differenti. Ogni persona ha un proprio carattere, c’è chi considera necessario avere un obiettivo e perseguirlo senza mai allontanarsene e chi, invece, vuole sperimentare e vivere camminando su più di una strada. L’importante è arrivare al punto in cui ci si guarda indietro senza aver rimpianti. Non credo nel principio che ogni esperienza valga la pena di esser vissuta, al contrario ce ne sono molte che ritengo, oltre che inutili, dannose perciò se sparpagliare significa distribuire i propri giorni su più piani, in molteplici settori e in svariati contesti allora sì, questo è un grande arricchimento. Il racconto per immagini è evocativo, ha una forza dirompente, l’idea del libro è stata, fin dall’inizio, accompagnata da fotografie in bianco e nero che testimoniassero lo scorrere del tempo.

Cosa si aspetta e desidera da Vincenzo, da Vincenzino e dal suo prossimo futuro?
Mi auguro che Vincenzo e Vincenzino possano far conoscere una Napoli diversa da quella commercialmente così in voga. Non mi riconosco – e come me tante persone – in una descrizione che si alimenta di criminalità, ignoranza, miseria e luoghi comuni. Ho scritto questo libro perché spinta dal desiderio di far conoscere la storia, il mito, le leggende, la cultura e l’incredibile ricchezza di un luogo dove tutto e il contrario di tutto convivono da millenni. La storia che ho raccontato, corredandola di un glossario per le espressioni napoletane non immediatamente comprensibili, è un omaggio alla mia città da far conoscere a chi vi è nato e se ne è dovuto allontanare, a chi ancora vi abita e a chi la conosce, o vorrebbe farlo, da turista.
Scrivere di Napoli è cosa ardua, soprattutto negli ultimi anni in cui l’immaginario collettivo si è affezionato a una visione che ha conquistato perché molto appiattita, omologante e priva di contraddizioni. Napoli è “venduta” come un luogo dal destino ineluttabile in cui la criminalità, il mal affare e una marcata inflessione dialettale devono appartenere a tutti coloro che vi sono nati. Non è così. C’è molto di più, basta esser curiosi e cercare qualcos’altro oltre quello proposto dal battage pubblicitario.

Da napoletana considero Napoli come madre e matrigna: cosa ne pensa?
Bella domanda.
Bisogna distinguere tra la natura del luogo e le responsabilità di chi la abita. Non v’è dubbio che molti, troppi, dei suoi figli e delle sue figlie abbiano dovuto andar via perché messi nelle condizioni di non poter far altrimenti. Per questo ho voluto scrivere la storia di Vincenzino e Vincenzo, l’appartenenza identitaria che provo nei confronti della mia città è profondamente radicata. Quando viaggio all’estero per lavoro e mi domandano di dove sono mi capita di rispondere napoletana, prima ancora che italiana. Non è cosa da poco. Considero Napoli madre per la formazione culturale, per il sincretismo, per la tolleranza nei confronti di religioni, credo e modelli culturali diversi dal mio, per il patrimonio storico e artistico, per la ricchezza e il senso di libertà e indipendenza di pensiero che le appartengono e mi ha trasmesso. Mi sento figlia dei greci, dei romani, degli svevi, degli angioini, dei Borbone, di Giordano Bruno, Eleonora Piementel Fonseca, di Vittoria Colonna e di tanti uomini e donne di pensiero, ingegno e coraggio così come mi sento figlia delle sirene. Sono figlia di una città di mare e di costa in cui le onde, dalla notte dei tempi, sussurrano storie e da questa materia sono stata forgiata.

Cosa sta leggendo adesso e quale libro per lei è imprescindibile nella sua formazione?
Due anni fa ho creato una rubrica settimanale in cui recensisco libri dedicati alle storie di donne che infrangendo le regole sociali della propria epoca hanno aperto nuove strade, #ledisobbedienti, perciò leggo molto. Ho sempre letto molto. Ho iniziato presto e non ho mai smesso. È il modo in cui scopro il mondo. Alla lettura per puro diletto si aggiunge, poi, quella per motivi professionali. Un unico titolo che ritengo imprescindibile? Mi risulta difficile da individuare. La mia formazione letteraria si è nutrita della mitologia greca e latina, del romanzo ottocentesco europeo, del romanzo del Novecento. Scrittori sudamericani, autori anglo indiani e nord americani. Quel che ritengo imprescindibile è la curiosità intellettuale, ci sono così tanti argomenti che suscitano il mio interesse e quando ho la possibilità di conoscere e conversare con autori e autrici che ammiro provo una sincera gioia.
È accaduto in occasione di due interviste, con Salman Rushdie e con Annie Ernaux.
Poter ascoltare le loro opinioni in merito ad argomenti che hanno dato vita allo stile, alla scelta delle storie da raccontare e alla passione per la scrittura è stata un’esperienza densa e ricca per la quale li ho ringraziati con autentica gratitudine.

No Comments

Post A Comment